Abbattimenti di mura

La figlia del fabbro in ospedale, il direttore dei lavori in crociera, il figlio dell’impagliatore di sedie che non è tornato a casa a dormire, l’email di quelli delle porte che non arriva, la compagnia del gas che ha deciso che possediamo due contatori invece che uno.
Che dire.

Mi sembrano ottime motivazioni per ricominciare, dopo una lunga pausa, a raccontare qualcosa.

Un anno di silenzio in cui sono successe molte cose.

Cose belle, brutte, fastidiose, piacevoli, assurde, tutte cose che non avevo voglia di raccontare, perché a volte capita che per raccontarle le devi modificare.
Parliamoci chiaro, non è che uno si può svegliare la mattina e dire apertamente “tu, si proprio tu, hai rotto i coglioni”, non è educato, quindi si sta in silenzio e si riflette.

Una sorta di lunga nottata che deve passare, e si sa che la notte porta consiglio, e a volte pure la gastrite, ma quello è un piccolo dettaglio.

Cominciamo dal principio e andiamo con ordine, o almeno proviamoci, facendo un breve riassunto delle puntate precedenti.

Previously on I miei primi 50 mq

Una giovane coppia di trentenni affronta il magico mondo della convivenza.
Comincia l’avventura in un piccolo bilocale di periferia. Finché, a causa di vicini fastidiosi, blatte e ristrettezza degli ambienti domestici, si decide di traslocare.

Continua l’avventura in un trilocale di 75 mq sempre in periferia, ma più vicino al centro e a mammà.

Dopo 3 anni passati piacevolmente nel freddo e spazioso trilocale, la giovane coppia decide, per motivi lavorativi, di traslocare nuovamente in un bilocale. Stavolta però in centro, senza vicini fastidiosi e con una disposizione architettonica leggermente migliore.
Lei va al lavoro addirittura a piedi, fino al giorno in cui manda a cagare gli amabili titolari e si licenzia.
Lui va al lavoro in motoretta. Fino al giorno in cui decide di catapultarsi giù dal mezzo, spezzarsi una coscia e piazzarsi sul divano di casa.

Siamo così giunti a gennaio 2015.

Mese di novità, di compleanni, di regali e di abbattimenti di mura.

Entriamo dunque nei dettagli di quest’ultima affermazione.

A gennaio è successo che:

  • finalmente, siamo riusciti a svuotare un’enorme casa di 200 mq, per ricavarne due appartamenti.
  • finalmente, dopo aver passato un anno a dire sempre le stesse cose, è stato stabilito un giorno di inizio lavori.
  • dopo aver passato 6 giorni a spaccarsi la schiena, per inscatolare tutto il contenuto dei mobili dell’enorme casa, sono arrivati gli operai e hanno smontato pure i mobili.
  • mentre camminavo per andare a controllare lo stato dei lavori, ho sentito da lontano il rumore dei martelli che buttavano giù i muri e ho sorriso.

Intanto, sempre a gennaio, il giovane consorte faceva un anno in più. Sempre sul divano, brindando con voltaren e seleparina.
Quale momento migliore per ricevere il regalo che ogni giovane nerd vorrebbe?

Ecco dunque che fa il suo ingresso in casa un’enorme palla, fatta di Lego.

“Salve, sono la riproduzione Lego della Morte Nera, si esatto, la gigantesca stazione da battaglia spaziale realizzata dall’Impero Galattico allo scopo di rafforzare il suo regime di terrore. Sono composta da 3803 mattoncini e ho un enorme cannone laser che è in grado di distruggere la Terra in pochi secondi. Pensavo di stabilirmi sul tavolo da pranzo fino al termine delle operazioni di montaggio, va bene?”

“Prego figurati non disturbi affatto”

Così mentre noi si montava una palla di plastica costosa come un rene al mercato nero, poco distante, un branco di operai specializzati procedeva al montaggio della nostra nuova casa.

Ora siamo a maggio e ancora non è terminata (la casa, non la palla). Non posso ancora allietarvi con immagini da rivista di architettura. Ma posso comunque mostrare i passaggi fondamentali della trasformazione.

Stay tuned.

La spazzatura

Quel giorno che abbiamo passato la mattinata alla Tarsu è stato un paio di settimane fa. Ma pure l’anno scorso. E quello prima ancora. Si perchè noi periodicamente amiamo passare una mattinata alla Tarsu.
Ma facciamo un po’ di chiarezza.
Questo fatto che a noi piace di cambiare continuamente casa, provoca una successione di eventi burocratici, che fanno si che si verifichi quella brutta condizione chiamata “la bolletta che non arriva”.

Ecco, ora ci sono vari tipi di bollette che possono non arrivare.

C’è la luce, il gas, il telefono, il condominio, ma sono tutti casi in cui basta prendere il telefono e si risolve il problema nove virgola cinque volte su dieci.
Poi invece c’è la Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, quella che comunemente viene chiamata “la spazzatura”.

La spazzatura è una di quelle bollette che ti provoca ulcera, gastrite, mal di testa, nervosismo e stress, ma non un po’ alla volta, tutto assieme.
La spazzatura è una di quelle bollette che quando diventi grande e vai a vivere per conto tuo devi fare una scelta: pagarla o non pagarla.
Se non la paghi mai potresti vivere sereno per sempre, oppure potresti un giorno trovarti Equitalia in pompa magna dietro alla porta.
Se invece decidi di pagarla, lo devi fare a vita, per sempre, con puntualità, sennò arriva Equitalia, senza pompa magna ma comunque arriva.

Quindi per evitare di dover vivere l’incontro infernale, noi amiamo periodicamente passare una mattinata alla Tarsu, per comunicare che a causa del trasloco non ci è arrivata la bolletta. E che non è che non la vogliamo pagare, non sia mai, solo ecco, se non la teniamo come la paghiamo?

E perché non facciamo una telefonata, come si fa per il gas, per la luce o per il telefono, piuttosto che passare la mattinata lì?
Una telefonata?
Alla Tarsu?

Ahahahahahaahahahahahahahahahahahah

Dicevamo…

La Tarsu è un posto fatto di vari livelli di difficoltà, una specie di videogioco. Quindi prima di affrontarlo devi essere preparato a dedicargli tempo e allenamento (e magari portati un amico, che andarci da soli non è pesante, di più).
La prima sfida che dovrai affrontare sarà la ricerca dell’edificio. Che una volta raggiunto ti farà riflettere sul fatto che è veramente brutto.
A questo punto dovrai fare un bel respiro. Lanciarti dentro con decisione. Salire le scale facendoti largo tra le persone. Raggiungere la macchinetta erogatrice di numeretti e fartene erogare uno. Guardare il tabellone dei numeri e tornare velocemente all’esterno.
Tempo impiegato: 50 sec.

Fatta questa prima fondamentale operazione, ti avvicinerai al consorte che ha appena finito di parcheggiare e sfoggiando uno dei tuoi migliori sorrisi dirai:

“Caffè?”
“Aspetta prendiamo il numero…”
“Fatto già, sono una scheggia, ora caffettino?”

“Che numero abbiamo?”
“147”
“E a che stanno?”
“Uh guarda il bar!”

“A che stanno?”
“Vabbhè ma che ti cambia? Lo sai che tanto ci vuole tempo…”
“A. Che. Stanno.”
“77”

Silenzio, depressione, rabbia, disperazione, isteria, tutto contemporaneamente nell’arco di 15 secondi.
Poi caffè, cornetto, sigaretta, passeggiata.

Dopo questa prima fase di una trentina di minuti si è soliti rientrare all’interno dell’edificio, per dare un’occhiata al tabellone dei numeri e capire a che velocità procede l’avanzamento.
Poi si torna fuori e si comincia a passeggiare. Un po’ di qua, un po’ di la, poi un po’ di sole, due chiacchiere, un’altra sigaretta. Finchè non arriva mezzogiorno.

A mezzogiorno chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori.

Quindi a mezzogiorno ti fai una bella croce e te ne vai all’interno dell’infernale palazzo, seduto in mezzo alle scale e aspetti pazientemente il tuo turno.

Non che non ci sia una sala d’attesa, il fatto è che è sempre piena e puzza. Puzza perché è piena di signore che sentono gli spifferi e quindi chiudono le finestre. Non sia mai dovesse entrare un po’ di aria fredda mista a ossigeno.
Così se quando vai alla Tarsu non ti vuoi prendere una bella infezione batterica alla vie respiratorie, ti conviene di sederti in mezzo alle scale, dove le finestre sono aperte, assieme a tante altre simpatiche persone che la pensano come te (o che non hanno trovato posto dentro).

Avventori con i quali dopo qualche minuto dovrai metterti a chiacchierare. Perché, anche se ti porti un libro, uno smartphone, il lavoro a maglia o il RisikoPiù, è buona creanza scambiare una o due parole con gli altri poveracci che stanno impiegando una mattinata della loro vita, per farsi dare un foglio o per farsi dire che devono recarsi ad un altro ufficio.

Poi rifletterai sul fatto che siamo nel 2014 e ancora non è possibile starsene seduti comodamente a casa e controllare dal proprio PC lo stato della propria bolletta della spazzatura. Rifletterai sul fatto che non ci sono i soldi per sviluppare i software necessari. Penserai a tutti quelli che non pagano.
Penserai che ora non si chiama più Tarsu ma Tares ma che tanto tutti continueranno a chiamarla “la spazzatura”.

Ascolterai la signora che dalla sala d’attesa, un po’ per noia, un po’ per intraprendenza, comincerà a chiamare a gran voce i numeri del tabellone, ti farai una risata e penserai:

“Tombola”

Tradimenti

Ho dovuto prendere al volo una penna, smettere di fare quello che stavo facendo, sedermi e scrivere.
Che poi non è che stessi facendo chissà cosa, stavo semplicemente svuotando le buste della spesa e mi è preso una sorta di raptus. Una vocina nel cervello che mi ha detto:

“Stavolta  non sarà come tutte le altre volte! Una volta si scuoce la pasta, una volta sei in metropolitana, una volta sei già a letto, una volta stai lavorando, stavolta no. Stavolta ti siedi, ignori tutto e tutti e ti metti a scrivere!”

Sarà stato il tono di rimprovero, sarà stato che è vero che trascuro il blog con la scusa che ho da fare anche quando “da fare” vuol dire guardare un film, sarà stato che mi sono tornate in mente tutte le volte che nella mia testa si sono formati lunghissimi monologhi, finiti poi nel nulla, le ho dato ascolto.
Mi sono seduta e ho scritto.

Ho scritto che abbiamo fatto la spesa, poi ho svuotato le buste e ho pensato:

“Alla faccia della dieta mediterranea..”

Di seguito il contenuto delle buste:

  • 1 confezione di budino
  • 1 pacco di finti saccottini al cioccolato
  • 2 cocacola
  • 1 pacco di finti pan di stelle
  • 1 pacco di trancetti che altro non sono che la versione economica del trancino mulino bianco
  • 4 hamburger
  • 1 lattuga
  • 2 pomodori
  • 4 panini da hamburger di quelli col sesamo
  • 1 litro di latte
  • 1 pacco di biscotti atene

Che poi io quando abitavo con mamma ci tenevo a mangiare bene…

Che poi secondo me è un po’ colpa del nuovo supermercato che abbiamo da poco etichettato come preferito. Un supermercato che appena entri ti ritrovi catapultato in un bellissimo e ordinatissimo corridoio di dolci, dolcetti e altri mille cibi produttori di ciccia.
Un supermercato che non è un Superò.

E quindi? E quindi è strano, perché ogni casa che abbiamo scelto è sempre stata circondata da 3 cose fondamentali: la pizzeria, il gommista e il Superò.
Non lo facevamo mica apposta, semplicemente succedeva. Andavamo in giro a vedere case, poi ne sceglievamo una, ci andavamo a vivere e alla prima uscita ci rendevamo conto del solito triangolo.

C’ho pure la tessera punti del Superò.
So pure la canzoncina del Superò.
E ora l’ho tradito, e non per necessità, tipo quei fatti che dici “eh ma è lontano” macchè! Sta a due passi. Semplicemente l’ho tradito perché ci siamo fatti ipnotizzare da quel maledetto corridoio di dolci in offerta e da quel maledetto commesso sorridente.

Cattiveria pura.

Comunque devo ammettere che confessare questo tradimento mi ha fatto bene. Mi ha fatto bene perché mi ha sbloccato. Già, avevo il blocco dello scrittore e non me ne ero accorta, ma ora che ho preso coscienza dell’accaduto posso fare un bel respiro e cominciare a raccontare di quella volta che mi sono incazzata come un’ ape per una strada sbagliata, del disperato bisogno di kolon, del caminetto di natale, dei pantaloni bruciati, del terremoto, del citofono, della Tarsu e dei telefilm.

Stay tuned.

Il ponte dei morti

Si racconta che una casa piccola sia più semplice da pulire, ma io questa cosa non l’ho ancora sperimentata. E’ ancora tutto sporco. Gomitoli di polvere si aggirano tra gli ultimi scatoloni e le cose buttate a caso qua e là. Ancora spunta fuori roba che la guardi e pensi:

Chi sei? Che vuoi?“.

Al momento sono seduta tremolante alla scrivania e guardo video stupidi su youtube. Essì perchè io nei giorni di festa ho il risveglio lento. Mi alzo e faccio colazione con estrema lentezza, poi, sempre lentamente tento di accendere il cervello e riflettere su alcune delle mie prime necessità (tipo “che mi metto oggi?“).

Dopo un’oretta di cazzeggio sui vari social network posso cominciare a fare quelle attività che gli umani normali hanno già terminato da ore. Ma tralasciamo gli altri umani. Quelli con la casa di proprietà, i figli e la colf e torniamo pure alla mia condizione psicofisica.

C’ho 33 anni e sto in pigiama davanti al pc…

Un pigiama carino, uno di quelli di cotone leggero, azzurro gessato bianco e sopra una felpa. Perché io appena mi sveglio, devo aprire tutte le finestre e quindi una felpina ci vuole. Ho appena fatto una tremolante colazione a base di nescafè e kinder paneciok. E mi sono accomodata nel tremolante angolo studio della casa nuova, a riflettere su come trascorrere il ponte dei morti.

Sono talmente contenta di non andare a lavoro per ben 3 giorni di seguito, che seppure dovessi trascorrerli tutti seduta alla scrivania a tremolare, sarebbe la cosa più fantastica del mondo.
Del resto è normale che, se tutti i sacrosanti sabati finisci di lavorare alle 22:00 e tutti i sacrosanti lunedì cominci a lavorare alle 8:30, un evento come il ponte dei morti cominci a sognarlo la notte.

Era un giorno di settembre quando, sfogliando il calendario, mi sono accorta che il primo novembre sarebbe capitato di venerdì. L’ho tenuto a mente. Ben custodito, accanto all’amaro ricordo dell’unica settimana di ferie estive. L’ho custodito fino ad un giorno di ottobre. Durante il quale ho avuto la conferma che il giorno di Ognissanti non sarei dovuta andare a lavoro. A quel punto, veloce come una gazzella e astuta come una volpe, mi sono precipitata dal titolare e ho esclamato:

“Io il due novembre non vengo!”

consapevole del fatto che quelle 8 ore andranno poi recuperate la settimana prossima.

Chiariamo ora un aspetto importante della vicenda.

Il mio attuale stato di tremolamento è provocato da una combinazione di 4 elementi fondamentali. Senza la presenza di tutti e 4 i seguenti elementi non può verificarsi:

  1. una sedia da ufficio, di quelle in finta pelle, con le rotelle
  2. un appartamento sito al settimo piano di uno stabile in cemento armato
  3. la vicinanza estrema a una strada con una pavimentazione composta per la maggior parte di sanpietrini e buche
  4. una serie di autobus sganasciati che transitano sulla suddetta strada

Chiarito questo dettaglio continuiamo pure ad entusiasmarci per il mio ponte dei morti.

La prima cosa che ho proposto al consorte è stata quella di prendere un aereo a fare una sorpresa a dei nostri amici emigrati in Germania, poi abbiamo visto i prezzi e abbiamo desistito. Allora ho pensato di andare in montagna da mia sorella, poi abbiamo visto le previsioni del tempo e contemporaneamente lo stato disastrato della nostra nuova casetta e così abbiamo nuovamente desistito.

Alla fine la decisione che abbiamo preso è quella di fare un po’ i turisti un po’ i casalinghi e quindi interrompo la stesura del mio caro diario, per andare ad ammirare la Casina Vanvitelliana, antico ritrovo di caccia dei Borbone.

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Stessa spiaggia stesso mare

Eccomi pronta come ogni anno ad affrontare le vacanze estive.

Che poi nella mia lunga vita ne ho fatte di vacanze: belle e brutte, brevi e lunghe, calde e caldissime, in famiglia e tra amici. E a intervalli regolari mi piace andare qualche giorno al mare da sola con mia madre.

Ed eccomi qui sull’isola a fare qualche giorno di mare da sola con mia madre.

Che poi quest’anno c’era pure un progettino turco assieme al consorte. Ma è saltato. Grazie al simpatico regalo che mi hanno fatto dove lavoro: 1 sola settimana di ferie che non coincide con nessuna delle 2 settimane di ferie del mio compagno di avventure.

Ma vabbhè…

Che vogliamo fare. Nella vita bisogna fare delle scelte e piuttosto che farsi licenziare per percosse, ci si da un pizzico sulla pancia e si organizza qualche altra cosa, per evitare di passare l’unica settimana di ferie dell’anno stesa sul divano a sudare e guardare la TV.

Organizza di qua, organizza di là e in tempi record riesco ad affittare un piccolissimo monolocale su una piccolissima isola a due passi da casa.

Procida è grande poco più di 4 km, è tutta un po’ rotta e vecchia, ci sono poche macchine e puzza.
Procida mi piace un sacco, non lo so perchè, la gente è lenta e rilassata, si vestono come capita e si mangia bene.
A Procida sai sempre che ore sono, perchè i rintocchi degli orologi ti perseguitano ogni quarto d’ora di giorno e di notte. Così può capitare che a mezzogiorno e quarantacinque sei un pochino nervoso. Ma poi all’una ti rilassi di nuovo.

La mattina che siamo arrivate, ci siamo sedute al tavolino di un bar e ho chiamato la proprietaria del monolocale per farmi dire la strada. Non ha risposto.
Ho bevuto un thè freddo e poi ho richiamato per cercare di ottenere l’indirizzo del monolocale. Non ha risposto.
Mi sono incazzata tantissimo e ho richiamato. E manco ha risposto.

Così ci siamo precipitate all’indirizzo che la tipa mi aveva fornito per mandare i soldi. Perché io non sono una persona che aspetta che mi rispondi al telefono. Sono una che se non mi rispondi ti viene a pigliare fino a casa.

E così ho scoperto che il monolocale era effettivamente dentro casa della signora.
Praticamente un complesso di casette tutte attorno ad un bel giardino curato, pieno di fiori e alberi da frutto.

Un bel posto.

Mettiamo i bagagli in casa, ci incostumiamo e corriamo al mare.

Un caldo infernale, l’acqua quasi bolliva, parevo una vongola a sautè.

Poi ho deciso che dovevo bagnarmi i capelli e ho cominciato ad agitarmi tipo gatto impazzito e ho bevuto mezzo mare. Una tragedia.
Così mi sono fermata e ho preso il sole ricoperta di protezione 50.
Finiamo il primo giorno di vacanza con una bella pizza e una bella dormita.

Comincia il secondo giorno e mi sento un pochino strana, ma vado al mare lo stesso. Del resto l’operazione “tintarella breve ma intensa” è appena cominciata, e passo tutta la mattinata con un leggero fastidio allo stomaco. Poi il leggero fastidio si trasforma, e passo tutto il pomeriggio con dei fortissimi crampi alla pancia, per poi terminare in bellezza verso mezzanotte.

Ecco, io a mezzanotte del mio secondo giorno di vacanza dell’unica settimana di ferie dell’anno stavo chiusa in bagno a vomitare tutto il mare, e parte della mia anima.

E pensavo: ma come sono fortunata.

Intanto l’amato consorte mi aveva comunicato di aver ricevuto una telefonata che diceva più o meno così:

“Salve, abbiamo trovato la tua pratica, quella per pigliarti la patente per la moto, forse fai l’esame tra due giorni”.

Tra lo stupore e i torcimenti di stomaco, imploro l’amato consorte di seguire almeno una volta nella vita un mio consiglio, che consiste nel non rivelare a nessuno della notizia e di giurare gesù che mai avrebbe fatto parola della cosa, finché non avesse stretto tra le mani il tanto agognato permesso di scorrazzamento.

Lui giura gesù e si sta zitto.

Io intanto piano piano guarisco e faccio shopping con mamma, comprando un carinissimo vestitino bianco e rosso. Il quarto presente nel mio armadio: bianco e rosso is the new black.

Quarto giorno, tanto mare, tanto sole, tanta ansia.
Io a fare la vongola e lui a fare questo benedetto esame, in un posto assurdo, in un orario assurdo e con un caldo assurdo.

Tra un bagno e l’altro (chi nel mare, chi nel sudore) l’esame va bene e finalmente, il giovane motociclista, può dare libero sfogo urlando la notizia sui social network con gli amici e i parenti tutti.

Io intanto sono finalmente color “essere umano a sangue caldo” e mi riposo sul balconcino del monolocale procidano ascoltando i discorsi dei vicini:

“Domani facciamo una bella insalata, patate, pomodori, così mangiamo presto che quello giovanni deve partire”
“A che ora parte?”
“Te l’ho detto adesso”

“E non ho sentito. Tu hai detto che mangiamo presto…”
“Io ti ho detto: Domani mangiamo presto che giovanni alle 5 parte!”
“Ma… io non ti ho capito… ma…”

“Fai sempre così!!! IO HO DETTO…”
“Nonna ma la vuoi finire? Perché stai urlando col nonno?”
“Ma quello tuo nonno non sente!”
“Ma io… ma… l’insalata…”

Quella cosa chiamata patente

C’era una volta un giovane automobilista stanco e stressato, che viveva in una grande città perennemente trafficata.

Il giovane automobilista aveva l’abitudine di svegliarsi la mattina e percorrere una lunga e tortuosa strada chiamata tangenziale, in compagnia di tanti altri automobilisti.

Il giovane automobilista si recava così in un posto chiamato lavoro e ci restava per nove ore. Poi ritornava in fretta all’interno della sua fiammante automobilina e via di nuovo a macinare chilometri in tangenziale, alla velocità tipica della lumaca di mezza età.

Un giorno però, al termine delle sue peripezie quotidiane, il giovane automobilista confessò alla sua giovane consorte di essere leggermente stanco e stressato, e di aver preso un’importante decisione:

“Voglio una moto!” disse il giovane automobilista.
“Vabhè” rispose la giovane consorte.

Passò qualche giorno e il giovane automobilista si recò in un posto chiamato subito.it e comprò una moto.

Una moto piccola, carina, usata ma non troppo e la chiamò Motoretta.

Fu subito amore tra il giovane automobilista e la fiammante motoretta.

Ma ovviamente, come ogni grande amore che si rispetti, non fu una storia priva di impedimenti.

Il giovane automobilista purtroppo, non possedeva un requisito fondamentale, per potersene andare tranquillamente in giro sulla sua motoretta, un requisito chiamato patente A.

Fu così che si recò in un posto chiamato scuola guida, dove una simpatica persona disse di poter risolvere il problema in due o tre mesi.

Passò il primo mese, il secondo ed il terzo, il quarto, il quinto, il sesto e il settimo…

Ma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, questa famosa pratica a nome del giovane automobilista, non riusciva proprio a trovare la via di tramutarsi in patente.
Una volta si era smarrita la pratica, una volta erano cambiate le leggi sui percorsi d’esame, una volta l’invasione degli ultracorpi e questa avventura cominciò a diventare leggermente assurda.

Intanto il giovane automobilista per tenere a freno la disperazione cominciò a guardare un telefilm chiamato sons of anarchy. Perché se non poteva guidare liberamente la sua motoretta, almeno poteva guardare bande di motociclisti violenti in TV.

Continuarono a passare i mesi…

Ed eccoci giunti al gran finale dell’assurda vicenda.
La simpatica persona del posto chiamato scuola guida, invece di sbrigare le pratiche di tanti poveri malcapitati, ha avuto la geniale idea di chiudere bottega e scappare col malloppo.

Che simpatica persona.

A volte certe cose ti lasciano senza parole.

Intanto, al momento, la giovane consorte del giovane automobilista è alla ricerca di un officiatore di sante messe omosessuale. Perché a casa sua, in questi casi si usa dire:

“fatt benericer ‘a nu prevet ricchione”.

Due più due

Uno dei più grandi misteri di questo mondo, secondo solo a quello di San Gennaro, sta nel fatto che io abbia un diploma di liceo scientifico.

Di matematica sinceramente non ci capisco quasi nulla, a differenza del mio compagnuccio che invece è uno di quelli che, se gli dici:

“Ci sono solamente 10 tipi di persone nel mondo: chi comprende il sistema binario e chi no”

Lui sorride.
Lui la battuta la capisce.

Io invece faccio quella faccia che di solito, nel magico mondo delle chat, viene rappresentata da una o minuscola un trattino basso e una o maiuscola.

Comunque me la sono fatta spiegare la battuta e ho sorriso pure io. Anche se non mi pare proprio una battutona.

Una volta il mio compagnuccio mi ha fatto delle domande, per capire quale fosse il mio livello di conoscenza matematica.

Ha concluso che sono rimasta agli insiemi.

Lui invece è proprio appassionato della materia, infatti ogni tanto, a tempo perso, giusto per pochissimi fortunati, impartisce ripetizioni di matematica agli studenti bisognosi.

L’anno scorso ad esempio ha aiutato il figlio di una vicina a passare da un tristissimo 3 ad un più che accettabile 6.

Certo i suoi metodi non sono proprio, come si dice, ortodossi.
Però funzionano.

Lui ha la simpatica abitudine, di minacciare i poveri malcapitati, con oggetti contundenti di vario genere e preferibilmente reperibili in ferramenta.

Una volta ho visto un povero giovane risolvere gli esercizi mentre il mio compagnuccio in versione insegnante giocherellava con un martello nell’attesa di controllare.

Erano tutti esatti.

(Ovviamente si scherza, nessuno studente è stato ferito durante o prima della realizzazione di questo racconto)

Comunque, dicevamo…

Il giovane studente raggiunse felicemente la sufficienza e arrivederci e grazie.

Quest’anno invece un altra vicina ha richiesto assistenza, e così per un periodo i suoi nipotini hanno passato qualche ora nel mio salotto, ad apprendere il meraviglioso mondo delle frazioni e le radici quadrate.
Gli studenti erano molto bravi e l’insegnante era soddisfatto.
Giusto un tantino stanco a fine lezione, a causa dell’irrefrenabile chiacchiera di uno dei due giovani apprendisti.

Così, una sera, mentre preparavo la cena ho sentito una simpatica discussione provenire dal salotto:

insegnante: “Tu sei troppo agitato. Tu ti devi calmare…”
studente: “Si!!! Anche la prof me lo dice sempre che mi dovrei prendere due pasticche!!!”
insegnante: “Ma quali pasticche! Tu l’oppio ti devi prendere!!!”

Una discussione che inevitabilmente ne provoca un’altra mentre ceniamo:

io: “Ma sei scemo??? Ti metti a dire queste cose ai bambini??? E se ora lo racconta a casa e si fanno delle strane idee?”
lui: “Ma era una battuta!”
io: “Mmmm.”

Coincidenza volle che la lezione di quella sera fosse l’ultima prima delle feste di natale. Periodo in cui ci si riposa e non si studia.

Passate le feste, nessuna notizia dei giovani studenti. Io ovviamente, non potevo far a meno di associare la loro scomparsa, all’infelice suggerimento di assumere droghe pesanti.

(Ovviamente pure qua si scherza e nessuno studente è stato drogato durante e prima della realizzazione di questo racconto)
(Che fatica essere consapevoli della probabilità di essere letta da persone propense al fraintendimento)

Insomma, dicevamo…

Passano un paio di mesi e finalmente si rifanno vivi i giovani matematici, che non erano scomparsi a causa di un’improvvisa tossicodipendenza, ma bensì a causa degli ottimi voti presi a scuola. Alleluia alleluia.

Mi rassereno e il consorte mi comunica che verranno per dare una ripassata al teorema di Pitagora prima dell’ultimo compito in classe.

Io mi fomento tutta e dico:

“Lo so! Raggio per raggio per 3.14!”

Lui si gira e se ne va.
Io lo inseguo nel corridoio blaterando cose sui quadrati e sui cateti…

Hello world!

Stavo guardando un episodio di New Girl in streaming quando il pc, improvvisamente, si è spento.

Passano forse 5 secondi e si riaccende da solo, mostrandomi una simpatica comunicazione che diceva un fatto tipo:

Ho trovato un nuovo processore yeah! Festeggia con me simpatica e fortunata donzella!
(New CPU installed! please enter Setup to configure your system. Press F1 to Run setup”)

Osservo il monitor con gli occhi strizzati, cercando di capire che diavolo volesse da me quell’oggetto infernale.

Scavo nei ricordi passati per cercare una soluzione, ma non ne trovo e l’unica cosa che alla fine mi viene in mente è “Ma che cazzo!“.

Qualcun altro al mio posto reagirebbe dicendo “Oh perdindirindina! Che succede? devo subito chiamare l’assistenza tecnica” e io vorrei tanto essere quel qualcun altro.

Invece attualmente sono solo una povera estetista, che nella sua vita precedente faceva il web designer. Che risolveva i piccoli problemi tecnici ai nipoti, che convive con un programmatore e che pensa che Zerocalcare abbia spiato il suo amato per poter creare una bellissima storia che è verità assoluta.

Comunque, tanto per farla breve, ho guardato l’ora, ho fatto un sospiro e ho pensato proprio a lui.
Al programmatore, non al fumettista.

Che faccio lo chiamo o non lo chiamo?

L’altro ieri la mamma c’aveva i problemi con internet. Stamattina il padre c’aveva i problemi con gli Adware, se lo chiamo pure io torna a casa e mi da una capocciata!

Del resto lui nella vita sviluppa software mica fa il tecnico. Con tutto il rispetto per i tecnici eh, la faccia mia sotto i piedi vostri, come si dice qua.

Insomma, alla fine un po’ per distrazione, un po’ per nervosismo, dimentico completamente di avere a disposizione un portatile dotato di google, e decido di telefonare al consorte per comunicargli che c’abbiamo il PC malato.

Lui mi dice:

“Guarda non ti preoccupare l’ha già fatto altre volte tu fai salva ed esci e dovrebbe andare“.

Io faccio salva ed esci e quello va.
Poi però si ri-spegne…
Io ri-faccio salva ed esci e quello ri-và!
E poi però si ri-spegne.

Insomma dopo un paio di giri di salva ed esci, decido che è arrivato il momento di prendere un’ iniziativa e di selezionare quella simpatica opzione tanto rassicurante chiamata Default.

Non è andato più.

Mi guardo intorno fischiettando, come a dire io non c’entro passavo di qui per caso, e poi comincio ad esercitarmi allo specchio con quella pratica chiamata: faccina da cane bastonato.

Finalmente riesco a farne una decente, quando con un tempismo perfetto rientra in casa il consorte/programmatore/tecnicoperparenti e apprende la lieta novella. Che il PC che non si accende più.

Mi guarda con espressione un po’ interrogativa, un po’ omicida e comincia a staccare e riattaccare cavi rianimando la creatura in meno di 5 minuti.

Tutto è bene quel che finisce bene e ora non avendo altro da dirvi sulla faccenda andrò in cucina a preparare la cena.

E pensare che volevo solo espandere la zona residenziale di SimCity perché c’era carenza di lavoratori nelle fabbriche…

E morì con un falafel in mano

L’altro giorno un’amica ha organizzato una cena etnica. Le regole della cena etnica erano sostanzialmente due:

  1. ognuno cucina qualcosa
  2. questo qualcosa non deve fare parte della cucina italiana/campana.

Che faccio? Che non faccio? Vediamo…
Non ho particolarmente voglia di cucinare in questo periodo. I soldi da devolvere in questa buona causa scarseggiano e non ho una grande esperienza di preparazione di robe straniere.

Non mi resta che affidarmi a internet.

Data una spulciatina veloce ai blog culinari più in voga del momento, scopro che la cosa da fare quando ci sono zero soldi e zero voglia sono i Falafel.

“I falafel piacciono a tutti e tutti possono riuscire a farli”

disse il web.

Perfetto. Vado al supermercato, compro i ceci (rigorosamente secchi) e li metto in acqua. Fine primo giorno, i miei falafel procedono una meraviglia.

Secondo giorno, tolgo i ceci dall’acqua e li asciugo per bene.
Unisco gli altri ingredienti e comincio a frullarli.

Ho così scoperto che il mio frullatore è capace di urlare.

Proponigli di frullare 500 gr di ceci crudi e lui lo fa. Ma lo fa urlando come se lo stessero scuoiando vivo. Una delizia per le tue orecchie e per quelle di tutto il condominio.

Finito di torturare il povero elettrodomestico, si trasferisce l’impasto ottenuto in una ciotola e lo si fa riposare in frigo per un’ ora.

Tutto a quel punto puzza di aglio e cipolla.

Passata l’ora di riposo, vado tutta contenta a prendere l’impasto per tramutarlo in palle ma… sorpresa, sorpresa, non funziona.

Il mio impasto è difettoso.

Non diventa a forma di palla in alcun modo, aggiungo farina, aggiungo pangrattato, niente. Non vuole. A lui il concetto di forma sferica proprio gli fa schifo.

A questo punto l’unica cosa che mi resta da fare è agire con le maniere forti. Così mi armo di cucchiaio e decido di fare uno strano tentativo: prendere l’impasto con il cucchiaio e schiacciarlo fortissimo sul palmo della mano per poi spingerlo con l’indice dal cucchiaio al vassoio.

Fu così che vennero prodotti circa 30 falafel a forma di punta di lancia.

Finito finalmente di friggere mi sono prima di tutto accertata che fossero commestibili, facendone ingerire un paio al mio assaggiatore di fiducia/consorte. Vedendo che il suo stato di salute restava invariato mi sono precipitata sotto la doccia per scrostarmi di dosso il puzzo di aglio e cipolla prodotto dalle mie creature.
Dopo circa 15 minuti di sapone e vapore ero bella e pronta per la cena.

Una cena adorabile, cibo buonissimo, casa caldissima e soprattutto: nessuno che mi ha chiavato in faccia i falafel!

Ora  sono pronta per la prossima sfida: tzatziki a volontà!

Un decoder in famiglia

A casa nostra non c’era sky.
C’era da mia mamma.
C’era da sua mamma.

A casa nostra non c’era neanche il digitale, oddio, in realtà c’era, ma chissà dove.

Dopo aver trafficato con i cavi dell’antenna per un giorno intero e tentato di sintonizzare la TV circa un milione di volte, alla fine abbiamo deciso che la soluzione più rapida era collegare il portatile e guardare le cose in streaming. Piuttosto che cercare disperatamente di far apparire un canale qualsiasi.

Col passare dei  mesi, la decisione di ignorare l’antenna condominiale, si è talmente radicata nella mia testa che ho addirittura invertito la collocazione dei mobili del salone. Finendo per allontanare per sempre la TV dalla presa dell’antenna e rendendo l’ambiente estremamente gradevole e spazioso.

Una sciccheria.

Intanto che io giocavo a fare il piccolo architetto, l’uomo di casa si crucciava, e un desiderio medio-borghese si insinuava nella sua mente.

Comincia a controllare le offerte sul sito di sky ma si trattiene.

Passa un po’ di tempo ed eccolo lì di nuovo, a spulciare le offerte di sky (che poi sono sempre le stesse da 15 anni) e giocherella con la registrazione on-line, ma si trattiene di nuovo.

Dopo qualche giorno squilla il cellulare e l’uomo di casa risponde:

il signor sky: “ma perché non l’ha completata la registrazione???
l’uomo di casa: “eh no c’ho ripensato, costa troppo
il signor sky: ” vabbhè ma 19 euro
l’uomo di casa: “oh t’ho detto di no!

…e mette il numero in ignore.

Passa il tempo e the winter is coming.

Assieme all’inverno arrivano le serate fredde e la voglia di stare in casa, al caldo, sul divano, davanti al caminetto…

Ah no, non ce l’abbiamo il caminetto. Abbiamo una TV, che usiamo come un monitor.

Neanche il tempo di immaginare un salvaschermo fiammeggiante, che l’uomo di casa ha preso appuntamento con gli omini sky per montare la parabola:

l’uomo di casa: “Sarebbe possibile dopo le 18:00?
omini sky: “NO! guardi dopo le 18:00 no. Piuttosto di domenica ma dopo le 18:00 no.
l’uomo di casa: “Ah vabhè mi scusi. Allora potreste venire sabato?
omini sky: “Si, sabato va bene

Diventa sabato, e puntuali arrivano i due omini sky armati di parabola cavo e decoder.
Da brava padrona di casa gli offro un caffè, ma loro, con la pressione a 500 e lo sguardo da pazzi, mi dicono di averne già presi abbastanza e si mettono immediatamente al lavoro sul balcone sfidando l’onnipresente vento.

Dopo qualche minuto, visto che trattandosi di casa nostra non poteva andare tutto liscio come l’olio, sento uno dei due litigare furiosamente con la sparapunti, che non ne vuole più sapere di funzionare, nonostante ci siano 5 metri di cavo da fissare al muro.

Mi rattristo, ma fortunatamente l’altro omino si ricorda di averne una di riserva nel motorino e va a prenderla lasciando il collega a imprecare e cospargere di spillette metalliche tutto il balcone.

Io intanto rifletto sull’eventualità che siano venuti in motorino…

2 adulti + parabola + cassetta degli attrezzi + cavo + decoder = uhmm…

Finita l’installazione se ne vanno e noi ci ritroviamo ad osservare il nuovo abitante della casa: è nero, discreto e abbastanza mimetico.

Neanche il tempo di andare in cucina a mettere una pentola sul fuoco per preparare il pranzo che l’uomo di casa si è già sistemato sul divano con tanto di copertina e telecomando.

Vado a prendere il telefono, chiamo mia sorella e avvicino la cornetta alla TV:

Lo senti questo rumore? E’ il demonio, è appena arrivato