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Una calda giornata di luglio

E’ una calda giornata di luglio e ho i piedi gonfi come due muffin.

Mi stendo sul letto e accendo il condizionatore. Ebbene si. Dopo due anni dal termine dei lavori, abbiamo ceduto alla frescura artificiale.

Finora la nostra preoccupazione principale era sempre stata quella di proteggerci dal gelo dell’inverno.

Ma in due anni cambiano tante cose e finisce che ti ritrovi con un condizionatore in camera da letto.

Mentre mi godo un po’ di finta aria fredda, prendo carta e penna e comincio a scrivere. Tanto al mio blog non gliene frega niente dei problemi tecnici della wind.

Il mio blog nasce prima sulla carta e poi periodicamente, si trasferisce online per allietare i miei 160 lettori.

Nelle puntate precedenti, mi sono dedicata alla descrizione dei vari ambienti del nuovo appartamento:

La cucina nuova, liberamente scopiazzata da una bellissima Veneta Cucine dello zio, ma prodotta in versione economica da Mondo Convenienza.

Il salotto, quello di sempre, ma con i vestitini nuovi per il divano.

Il bagno, piccolo ma bellino, e il ripostiglio, dove abita la lavatrice.

Anche il balcone abbiamo già visto con i suoi tecnologici infissi traslanti.

Mancano quindi solo le due camere da letto per completare la descrizione.

Ma veramente voglio passare questa calda giornata di luglio a parlare di due camere da letto? Direi proprio di no.

Anche perché…

Una c’ha dentro la serie Malm nera che comprammo da Ikea nel 2009 e non accenna a decomporsi. Tanto che quando spolvero vado alla ricerca del marchio Zoppas nascosto da qualche parte.

L’altra è una specie di deposito/lavanderia/studio che ancora non ha trovato un’identità.

Quindi, suggerirei a me stessa, di evitare di perdere tempo ad immortalare questi due ambienti per nulla entusiasmanti, ma piuttosto, passare alla descrizione di un banalissimo pomeriggio di due anni fa.

Il pomeriggio del 23 luglio 2015 ero a casa con un amica.

Si chiacchierava e si prendeva un caffè.

Visto che faceva caldo e c’era un bel sole, tutti gli infissi erano spalancati. In quel periodo ancora non avevamo acquistato quelli nuovi super-potenti, quindi stiamo parlando di quelli brutti e marroni con l’apertura verso l’esterno.

Sul letto c’erano gli ultimi vestiti da mettere in valigia, infatti il giorno seguente si partiva per Lipari, dove ci aspettavano 10 giorni di mare, sole e arancini.

Insomma, sarebbe stato un normalissimo pomeriggio di luglio, se non fosse improvvisamente arrivata l’apocalisse.

Il cielo si fece scuro e un vento potentissimo cominciò a soffiare.

Nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo, che in casa cominciò a volare via tutto.

Porte che sbattevano, zanzariere che si sganciavano dai binari, tende che svolazzavano travolgendo gli oggetti sulle mensole.

Cercavo di chiudere gli infissi lottando contro il vento che spingeva per riaprirli. Così, mentre vincevo su quello della camera da letto, quello della cucina decise di provvedere da solo alla propria chiusura, e si liberò dal fermo esterno che lo teneva aperto.

Ovviamente il risultato di questa mossa azzardata non fu assolutamente chiudersi, ma bensì distruggersi, spalmando sul pavimento (fortunatamente all’esterno) un’enorme lastra di vetro.

Non sapevo più cosa fare.

Tra cercare di chiudere tutto, salvare i soprammobili oppure correre per la casa urlando, quest’ultima opzione cominciava a sembrarmi la più adatta.

Intanto mentre litigavo con le finestre, il telefono cominciò a squillare e la mia amica si precipitò a rispondere.

L’uomo di casa, accortosi dell’improvviso e anomalo maltempo, aveva pensato di farmi una telefonata dall’ufficio per sapere se era tutto ok.

Immaginate la sua espressione quando…

Invece di ritrovarsi dall’altro capo del telefono, la sua dolce metà che serenamente diceva:

Certo che è tutto ok! Come sei premuroso. Credo proprio che per ringraziarti del pensiero mi accingerò a friggere una parmigiana di melanzane!

Si è invece ritrovato due donne urlanti con sottofondo di bufera e porte che sbattono.

Veloce come una saetta si precipitò a casa, ma ovviamente nel frattempo l’apocalisse si era diretta verso altri lidi.

Gli uccellini avevano ripreso a cantare e il sole splendeva, illuminando un appartamento ricoperto di foglie.

L’uomo di casa guardò le due donzelle indifese, guardo il vetro divelto e alzando le spalle disse:

Vabbhè… volete un caffè?

 

Meteoropatia

Oggi il cielo è completamente grigio. Raffiche di vento e pioggia si abbattono violentemente sui vetri delle finestre facendomi venire la sindrome del porcellino nella casa di paglia.

In strada un paio di persone che tentano di convincere i loro ombrelli a non partire per mondi lontani, mi fanno tornare in mente vecchie esperienze.

“Facciamo una corsa che sta cominciando a piovere”
“Non ti preoccupare ho il mio nuovo e strafigo ombrello giallo, è antivent..”

SWOOOSHCRASHWOOOOOS
(il suono che fa l’ombrello antivento quando passa a miglior vita)

Oggi è il 6 marzo ma sembra il 3 gennaio, quindi non sono poi così in ritardo con la pubblicazione del primo racconto dell’anno.
Non che non avessi nulla da dire, figuriamoci.

Io ho sempre qualcosa da dire. Su tutto.

Potrei parlare per ore e cominciare ogni singola frase dicendo: Secondo me no.

Ma non posso farlo. Non si può scrivere tutto della vita, se pensi di scriverlo su un blog con tanto di nome e cognome e che viene letto da parenti e amici.

Quindi oggi per quieto vivere parleremo del fatto che, in una giornata tipicamente invernale, fredda, grigia e piovosa, alle 11:00 del mattino un inaspettato DIN DON mi ha fatto esclamare:

“e mò chi cazz’ è?”

A sto punto la vorreste la buffa novella del parente lontano che mi invade la casa con 9 figli, cane, gatto e canarino. Ma invece no, mi spiace, in famiglia siamo pochi e di solito telefoniamo prima.

Avete dunque incrociato le dita, ripiegando sull’avventura condominiale. Tipo quella volta che il vicino è rimasto chiuso fuori, oppure quell’altra volta che bisognava spostare la macchina per non farla rimuovere.

E invece no, sono mortificata, erano i testimoni di geova.

I testimoni di geova sono quelle strane creature che ti citofonano la domenica mattina. Che bussano alla tua porta nei momenti meno opportuni, che vanno sempre in giro in coppia e che se ti vedono correre come manco Bolt verso la fermata del pullman, ti acchiappano e porgendoti un libretto ti dicono:

“Hai un minuto?”

MA TI PARE IL MOMENTO???

Sono persone strane. Mi piacerebbe fargli delle domande. Tipo se percepiscono uno stipendio come gli altri lavoratori porta a porta. Se ci credono davvero alle cose che dicono e se ci hanno mai riflettuto. Se hanno una sorta di bonus quando convertono qualcuno.

Una volta mi sono trovata davanti una della mia età. E’ stato strano.

“Ciao se hai un minuto volevamo parlare con te…”
“No guarda, grazie, io non sono religiosa”

Solitamente finisce qui ci si dice arrivederci e ognuno torna alle sue cose. Invece questa ha sgranato gli occhi e ha escamato:

“Quindi pensi che veniamo dalle scimmie!?!?!”

Io sono rimasta un attimo a guardarla perché non me l’aspettavo che facesse così.
Ho detto brevemente una frase ma lei ha rilanciato con la bibbia e mi sono stufata.

Vabhè sono scelte di vita, non le condivido ma posso provare a rispettarle. Di solito rispetto chi la pensa in modo diverso.

Comunque oggi è una giornata grigia, piovosa e il mal tempo mi mette di pessimo umore. Quindi non gli ho aperto.

Le mezze stagioni

Nella vita abbiamo poche certezze comuni, di quelle che si possono condividere aspettando l’autobus o facendo la fila alla posta.
Una di queste certezze è che non ci sono più le mezze stagioni, anche se, sinceramente, a questo punto della mia vita comincio a chiedermi se siano mai esistite davvero.

Come ogni anno, ci troviamo improvvisamente, a dover indossare voluminosi maglioni di lana senza neanche aver avuto il tempo di togliere dall’armadio il vestitino leggero e scollato. Il famoso cambio di stagione, anche se mi è sembrato di capire, che ormai sono rimasti in pochi a farlo.

Chissà perché.

Forse ci sono meno vestiti per via della crisi economica, uhmmm naaa…

Dev’essere sicuramente per via dei locali super-riscaldati, che ti permettono di ordinare un cocktail in prendisole anche a gennaio, facendoti venire subito dopo una bella congestione, perché sei uscita a fumare una sigaretta al freddo e al gelo.
Ma sto divagando.

Dicevamo che come ogni anno, è arrivato l’inverno, anche se il mio amato si ostina a chiamarlo autunno, fino a quando non sente l’esigenza di mettere due maglioni contemporaneamente.

E’ arrivato ufficialmente 3 giorni fa, annunciandosi con una leggera raffica di vento.

Raggomitolata un po’ sul divano, un po’ sul consorte, stavo trascorrendo la serata a guardare la TV, e insomma, sarebbe stata una piacevole serata, se avessimo avuto gli infissi fighi e moderni della vecchia casa. Così la TV sarei riuscita anche a sentirla, oltre che guardarla.

Ti manca qualcosa dei tuoi primi 50 metri quadri?
Si, gli infissi.

Mi sembra doveroso a questo punto, specificare che, tra le tante cose che proprio mi innervosiscono possiamo collocare il vento al 5 posto. Mi sembra invece superfluo approfondire sulla lunghezza della mia lista.

Sembrava di stare a Trieste quando c’è la bora. Che poi io non ci sono mica stata a Trieste quando c’è la bora, l’ho vista al telegiornale. Quando mi sono avvicinata alla finestra per guardare in strada, mi è sembrato tutto abbastanza simile (merito anche dello spiffero dritto in faccia, che proveniva fiero dai nostri infissi antidiluviani).

Poi s’è fatta ora e siamo andati a dormire.

Alle 5:30 mi sveglio, che palle, devo fare pipì.
Che c’è? voi non la fate?

Insomma mi alzo, e visto che sento rumori di tempesta, guardo fuori per vedere se piove.
Non piove, però noto che, le mie sedie da balcone (4 e impilate tra loro) sono state spinte contro la ringhiera, una passeggiatina di un paio di metri.

Torno a dormire e faccio un sogno assurdo.
Sogno il balcone pieno di cose portate dal vento, altre sedie come le mie, però azzurre. Ancora altre sedie sempre dello stesso modello e sempre azzurre, però piccole! E inoltre: piante abbastanza piccole e abbastanza carine con tanto di vasi di ceramica. Vasi, chissà per quale assurdo motivo, perfettamente integri. Gran finale… una coppia di infissi di legno, con accanto il mio indaffarato consorte che dice “ti avevo detto di chiudere bene!

Mi sveglio giusto un tantino stravolta.

Mi alzo e fortunatamente sul mio balcone è tutto ok.

Fino alle 11, quando il tavolino del balcone si schianta amorevolmente sulle sedie del balcone e mi costringe a portare tutto dentro. Ma soprattutto, mi costringe a fare una simpatica rappresentazione teatrale, molto apprezzata da uno spettatore sconosciuto del palazzo difronte:

Ce la farà la simpatica donnina incappucciata a chiudere la finestra controvento senza rompersi un braccio?

Poi la giornata prosegue e mentre pranziamo, vediamo sfrecciare una delle mie piante suicide, che fortunatamente si spiaccica anch’essa sulla ringhiera, invece di andare di sotto a colpire qualche povero triestino.

Che dire, ho finalmente capito il perché di tutte queste verande circostanti!