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Il nostro terzo ed ultimo trasloco

Il 25 giugno 2015 alle 8:00 del mattino inizia quello che, si spera, sarà il nostro terzo ed ultimo trasloco.

Ovviamente, viste le precedenti esperienze, c’era una buona dose di ansia.

Ma apriamo una veloce parentesi, per qualche lettore dalla memoria corta e ricordiamo che la prima esperienza (nel 2010) è stata svolta nel bel mezzo di un breve ma intenso diluvio universale, mentre la seconda (nel 2013) è iniziata con un assurdo incidente stradale.

Chiudiamo la parentesi e procediamo…

Questa volta fortunatamente il tragitto da percorrere per andare da una casa all’altra è davvero breve. Inoltre, c’è la possibilità di utilizzare l’elevatore nella casa nuova per portare su i mobili senza farsi venire l’ernia.

Così, mentre nella casa vecchia i traslocatori smontano tutti i mobili, sotto la supervisione del consorte imbottito di caffè da passanti e amici, io passeggio verso la nuova casa per andare a controllare che sia tutto in ordine, ma soprattutto, per posizionarmi sul balcone ad attendere il camion, con la tipica postura di Giulietta mentre aspetta Romeo che citofona.

Dopo quasi un’ora…

Giusto in tempo per evitare che mi venga una lombosciatalgia causata dalla suddetta postura, arriva il camion con i nostri mobili e io comincio ad osservare l’operazione di “riempimento casa nuova”, come una bambina che guarda una torta crescere nel forno.

Quello che mi ha sempre affascinato dei traslocatori è la loro assurda capacità di maneggiare oggetti pesantissimi, come se fossero estremamente leggeri. Tutto questo ovviamente dopo aver ingerito 850 gr di panino coi cicoli e una bella peroni gelata. Roba che se io mangio una brioche e poi salgo 2 piani di scale con l’ombrello in mano c’ho il fiatone.

C’è una strada molto in salita vicino casa nuova. Una specie di scorciatoia, talmente in salita, che dopo che la faccio, m’appare la madonna. Prima mi porge l’ossigeno e poi l’acqua. Ma non divaghiamo sulla mia preparazione atletica e torniamo ai traslocatori.

In ogni ditta di traslochi che si rispetti, c’è sempre un elemento che si distingue: colui che rimonta i mobili.

Ebbene si, su 10 persone che sollevano, spostano, imballano, trasportano, caricano e scaricano, solo 1 smonta e rimonta i mobili. Lui non mangia, non fuma, non beve e non dice parolacce. Ti parla solo quando è strettamente necessario, o quando non smetti di girargli intorno facendo stupide domande. Lui riesce a rimontarti i mobili, meglio di come li avevi montati tu seguendo perfettamente le istruzioni. Lui senza istruzioni.

Ecco io quello che monta i mobili lo rispetto molto, c’ho una sorta di stima e adorazione. Come per i pompieri, ma senza pensieri zozzi.

Vivere Amish

Sono le sei, o forse le cinque, questo cambio di ora mi confonde e non ne comprendo l’utilità.

Nonostante ci siano ancora sei o forse sette ore di veglia davanti a me, ho l’angosciante sensazione di non avere abbastanza tempo. Sono mesi che ci convivo, o forse anni, ma solo ora la sento forte e chiara.
Sto invecchiando.

Alle volte tiro le somme di ciò che ho fatto fin’ora, ed eccola che esplode senza preavviso questa maledetta sensazione di non avere abbastanza tempo. Troppe le cose che voglio fare, troppa la stanchezza che accumulo, poco il tempo che mi dedico e allora eccomi qua a dedicare un po’ di questo sopravvalutato tempo al mio diario di viaggio.

Un viaggio che ovviamente non manca di assurde vicende, roba che non sai se ridere o piangere.
Anzi no, non esageriamo, diciamo piuttosto roba che non sai se ridere o dare le capate nel muro.

Tipo che, una normale giovane coppia vive in un bell’appartamento, dotato di tutti i comfort come acqua, luce, gas, internet, telefono e TV satellitare.
Poi però la giovane coppia trasloca.

Il 7 settembre 2013 i nostri mobili salutano casa vecchia e approdano a casa nuova. Questo vuol dire che il tuo letto, il tuo armadio, i tuoi vestiti, le tue stoviglie, le tue cose in generale sono a casa nuova. Quella che hai affittato perché comoda, carina e panoramica. Quindi tu, essere umano normale dotato di poche e comuni pretese, vai a dormire e vivere insieme alle tue cose.

Però ti lavi da tua suocera e mangi da tua mamma.

Per quasi due mesi.

E per quasi due mesi non sai se ridere o piangere dare le capate nel muro. O dare fuoco a quelli del gas, che per via di un problema burocratico, non vengono a togliere quel maledetto sigillo dal contatore.
E tu non sai se ridere o dare le capate nel muro, mentre vai a fare la doccia da tua suocera o mentre vai a mangiare un piatto di pasta da tua mamma.

Che poi una situazione del genere ti demoralizza. E non c’hai voglia di svuotare gli scatoloni, per mettere a posto pentole e doccia schiuma che non puoi usare. Alla fine vuoi o non vuoi ti si rallenta tutto il trasloco.

E’ stato un inizio difficile, un po’ Amish. Ma ora finalmente si è risolto tutto e sono ben due giorni che ci laviamo e mangiamo a casa nostra.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del gas. Internet ad esempio ci ha messo un mese a traslocare, ma non ne ho sentito affatto la mancanza, tanto oramai ci sono gli smartphone. Sky addirittura, non fai neanche in tempo a firmare il nuovo contratto di casa, che te li ritrovi in salotto, ti accomodano sul divano e ti accendono la TV.

Che dire… alle volte quando traslochi, non ti puoi fare la doccia ma puoi guardare xFactor.

L’ennesimo trasloco

Sono esausta, e non sono neanche a metà dell’opera. Casa nuova è completamente ricoperta di scatoloni da svuotare e sistemare. Praticamente i mobili (e buona parte delle nostre cose) hanno traslocato l’altro ieri, noi invece facciamo i nomadi tra casa di mia mamma e casa di sua mamma, in attesa del rimontaggio della cucina e dell’attacco del gas.

E’ stato un fine settimana assurdo. Mi ci vorrebbe una bella settimana di nullafacenza per recuperare le forze, ma purtroppo non è prevista fino al prossimo anno. Cominciamo quindi a raccontare con ordine la stancante avventura dei giorni scorsi, per evitare che la mia proverbiale memoria cominci a perdere colpi a causa della stanchezza.

Fino a giovedì mattina, il nostro piano per il trasloco era stato quello di organizzare le scatole in modo tale da avere tutte le cose ordinate al momento della riapertura. Così da rendere più veloce l’operazione di riempimento mobili a casa nuova. Poi invece la situazione ci è un tantino sfuggita di mano.
Praticamente giovedì pomeriggio, i traslocatori ci comunicano che, invece di fare tutto il da farsi durante la giornata di sabato, sarebbero venuti a casa il venerdì mattina. Per cominciare a smontare e imballare tutti i mobili.

Panico.

Mi guardo intorno e mi rendo conto di quanto ancora ci fosse da fare.
Il piano di selezionare accuratamente cosa portare a casa nuova e cosa eliminare causa inutilizzo, va a farsi benedire.
Il piano di andare al matrimonio di un caro amico che si sarebbe sposato proprio il venerdì (fregandosene del famoso detto “di venere e di marte non si sposa e non si parte“) pure va a farsi benedire.
Insomma, cerchiamo di continuare ad impacchettare il più possibile e ci arrendiamo agli eventi lasciandoli decidere per noi.
Fine del giovedì.

Inizio del venerdì.

Grazie a mamma, che era disponibile a passare la mattinata assieme ai traslocatori, decidiamo almeno di andare a vedere gli sposi promettersi di amarsi e onorarsi finché morte non li separi. Poi risaliamo in sella al potente mezzo a due ruote del consorte e corriamo di nuovo a casa, a controllare l’impacchettatore folle.

L’impacchettatore folle, che per comodità chiameremo F, è un simpatico signore forzuto che impacchetta tutto ciò che incontra. Infatti temevo di trovare mia madre incelofanata e inscatolata.

Quando siamo rientrati in casa sono andata a fare pipì e la carta igienica non c’era più, l’aveva impacchettata. Mi sono lavata le mani e l’asciugamano non c’era più, l’aveva impacchettato. Poi mi sono fatta un giro in cucina. Ho guardato una mensola vuota e ho chiesto a F che fine avesse fatto la pianta carnivora che c’era sopra, lui mi risponde che credeva fosse finta così l’ha impacchettata.

Ho trovato un angolino non impacchettato e mi sono seduta, lasciando che gli eventi decidessero per me.

Quando finalmente la casa è tutta imballata e impacchettata andiamo a rifugiarci da mia madre in attesa della sveglia del giorno successivo.
Fine del venerdì.

Inizio del sabato.

Giuro che quello che scriverò tra un paio di righe è vero. Ho le foto.

La sveglia suona alle 7:00. Saltiamo giù dal divano letto di mamma e ci prepariamo per andare ad accogliere i traslocatori. Io più lentamente, perché sono femmina, il consorte più velocemente.
Lui alle 7:45 esce di casa, io lo avrei raggiunto alle 8:15.

Alle 8:00 mi chiama al cellulare e dice:

E’ successa una cosa assurda! Il camion del trasloco aveva appena parcheggiato e dalla corsia opposta due pazzi furiosi hanno perso il controllo della macchina e si sono schiantati sul camion! Stanno arrivando le ambulanze per i due pazzi…”

Lo so, sembra incredibile, eppure è accaduto.

Menomale che l’autista del camion era sceso e si era già allontanato di qualche metro, altrimenti ci sarebbe rimasto secco. Che gente che c’è in giro.

Comunque, superata questa breve tragica parentesi, il trasloco ha inizio.

I mobili cominciano ad essere caricati su un camion sostitutivo, visto che l’altro era completamente sfondato.

Dalle 9:00 alle 15:00 cose che avevo sempre conosciuto col nome di armadio o per esempio libreria, cambiano identità e diventano: terminale, parete, bussolotto e altri nomi buffi che al momento non ricordo. Vedere gli operai portare a spalla i mobili fino al settimo piano, mi ha fatto pronunciare almeno un milione di volte frasi tipo: mi dispiace / non sapevo non si potesse mettere l’elevatore / riposatevi 5 minuti / volete un bicchiere d’acqua?
Quando hanno portato su la lavatrice credevo che morissero, poi invece dopo pochi minuti stavano tutti tranquilli a fumare una sigaretta.

Questo è stato il mio sabato, a cui sono seguiti giorni di ri-sistemaggio cose. Oggi è lunedì e ci vorranno ancora molti giorni per tornare alla normalità. Spero di riuscire a sistemare tutto in una settimana. Forse dovrò acquistare dell’anfetamina, forse deciderò di vivere tra i cartoni, ancora non lo so, per ora vado a letto.

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I miei secondi 50 metri quadri

Divano, carta e penna, sigarette e milioni di scatoloni. Sono circondata. Una quarantina di scatoloni di varie misure che mi osservano e mi dicono:

“Riempimi!”

Nove scatoloni di taglia piccola sono già pieni di libri, esclusivamente di libri. Fantascienza, saggi, romanzi, fantasy, filosofia, religione.
Ho abitato per 3 anni nella biblioteca nazionale e non me ne sono accorta.

Lui, il lettore ossessivo-compulsivo, al momento è tra le braccia di Morfeo e tenta di sfruttare al meglio il suo ultimo giorno di ferie.
Io, l’ipocondriaca-isterica, mi guardo intorno e tento di progettare al meglio i prossimi giorni, per scampare a una morte da stanchezza.

Diciamocelo, è un po’ un periodo di merda.

Tra lavoro eccessivo, ferie mie che non coincidevano con le sue, e trasloco da organizzare è stato un mese difficile. Ma quello che non ti uccide ti fortifica o almeno così si dice in giro.

Parliamo quindi della nuova piccola casetta che ci attende impaziente.
Un settimo piano di 50 metri quadri suddivisi in 4 ambienti: salotto, bagno, cucina, camera da letto.
Una sorta di ritorno alle origini ma organizzato meglio.

A questo punto potrei cambiare il titolo del blog in:

“I miei secondi 50 metri quadri – storia di una coppia che preferì il tempo allo spazio”

Ma non lo farò.

Quello che invece farò sarà parlare del mio nuovo salotto.

Il salotto della mia nuova casa funziona così: io ti invito, tu vieni e suoni il campanello, io apro la porta e tu entri in salotto.
E’ un salotto piccolo, ma bellino. Non è un’anticamera, non è un ingresso, è un piccolo salotto.

La prima volta che ci siamo visti, lui era tutto viola e io ho avuto dei cattivi pensieri. Avrei voluto prendere l’inquilino precedente, legarlo a una sedia e urlargli contro.

Fortunatamente il problema delle pareti viola è stato brillantemente risolto dal mio amato, oramai esperto imbianchino, grazie alle esperienze precedenti. Così, durante le sue ferie, si è rimboccato le maniche e ha iniziato a dare mani e mani di vernice bianca, fino a sconfiggere completamente il nefasto colore.

Che poi per carità, niente contro il viola. Ma va bene per una maglietta, per un ombrello, per un ciondolo, per una scarpa, per un quadro, per una pianta, per un cuscino, per un ortaggio.
Ma NON per una parete!

Figuriamoci per quattro.

A questo punto della vicenda, il pavimento del salotto, in uno slancio di vanità provocato dall’essere circondato da un nuovo candido colore, ha espresso il desiderio di essere ricoperto di economicissimo ma rispettabilissimo parquet Ikea. E così, il consorte imbianchino, dicendosi “siamo in ballo dunque balliamo” si è armato di santa pazienza e con l’aiuto del cognato McGyver ha ricoperto di parquet il pavimento del mio nuovo piccolo ma bellissimo salotto.

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Malinconia serale

Martedì 30 luglio, ore 23:17.
Fa caldo, un sacco di caldo.
Sono stesa sul letto e ho i piedi bollenti.

Oggi alle cinque e dieci sono uscita da lavoro, alle cinque e venti ho preso la funicolare, alle cinque e quarantacinque ho preso la cumana, alle sei e un quarto ero a casa.

Una casa grande, bella, comoda, rumorosa, periferica, fresca d’estate e ghiacciata d’inverno.

Da qualche mese casa mia sembra il mercato di resina. Ottanta metri quadri di scarpe, borse, panni sporchi, panni puliti, buste di non si sa che cosa e buste di raccolta differenziata.

Ho smesso di riordinare e non si capisce più nulla. Non sono mai stata brava a conciliare il lavoro con la gestione della casa. O faccio una cosa, o faccio l’altra.

Ho provato a chiamare una ragazza per fare le pulizie.

E’ stato peggio.

Non sono capace di fare la parte di quella che si riposa, mentre qualcuno pulisce le mie cose al mio posto. Mi sembra brutto.

Così finisce che quando viene la tipa (a pulire quello che io non pulisco perché sono stanca) invece di riposarmi, passo due ore a pulire assieme a lei.
E poi vado a lavoro già stanca.
Si lo so, sono cretina.

Comunque questa storia dell’aiuto in casa è stata solo una breve ed intensa esperienza. Non credo che la chiamerò ancora, e tra un paio di mesi non ce ne sarà più bisogno.

In tanti mesi che non scrivo, ci sono state profonde riflessioni nella nostra grande e confusa casa periferica. Riflessioni che non sto qui a raccontare, ma che giungono ad una conclusione che quasi sicuramente mi porterà a scrivere più spesso dell’ultimo periodo.

Abbiamo deciso di trasferirci.
Di nuovo.

(applausi dal pubblico, qualcuno fischia, qualcuno lancia una sedia)

Stavolta è strano. Stavolta è difficile. Stavolta vogliamo bene a questa casa gigante, fresca d’estate e ghiacciata d’inverno.

Mi mancherà la montagna che si vede dal balcone, con le sue fioriture primaverili, gli incendi estivi, le cimicette autunnali e la nebbia invernale.
Mi mancheranno i vicini educati e i ragazzi del bar.
Mi mancherà il salotto gigante e il ripostiglio pieno di scarpe.
E mi mancherà abitare a 10 minuti da casa di mamma.

Ma forse è meglio trattenere la malinconica lacrimuccia ed elencare cosa sicuramente non mi mancherà:

  • il cane del palazzo di fronte, che abbaia ininterrottamente ogni volta che viene lasciato da solo
  • la palestra che fa il corso di zumba con le porte aperte a ora di cena
  • il tipo del piano di sotto che qualche volta grida fortissimo
  • il gommista che avvita i bulloni a tutte le ore
  • la cumana, con la sua puzza di bruciato misto a sudore e la sua leggendaria puntualità
  • il tipo che chiede l’elemosina a suon di ave maria
  • la finestra del bagno che si allaga a ogni doccia

Non so bene se sono contenta di trasferirmi. Per ora sono in uno stato di ansia e confusione e quindi non riesco tanto bene a buttarla sul tragicomico come faccio di solito. Sicuramente sarà bello andare a lavoro a piedi in 15 minuti. Sicuramente sarà divertente arredare la nuova minuscola casetta. Ma sicuramente ci mancherà questa, fresca d’estate e ghiacciata d’inverno.

La squadra

La mattina del giorno del trasloco la sveglia attendeva che si facessero le sette per cominciare a suonare, io attendevo con gli occhi sbarrati che cominciasse a suonare per alzarmi dal divano-letto di mamma.

Giusto il tempo di fare colazione e siamo pronti per andare a casa vecchia ad aspettare i traslocatori.

Il tempo non promette niente di buono e mentre siamo in macchina, qualche timida gocciolina comincia a posarsi delicatamente sul parabrezza. Io intanto comincio a fantasticare.

Sarà un camion grande? Saranno puntuali? Chissà di che colore è… Oddio ECCOLO!

I traslocatori sono un po’ in anticipo, meglio così, salto fuori dalla macchina mentre il Driver parcheggia e con una breve corsetta, molto poco da signora, vado a presentarmi alla Squadra.

Io lo so che, se adesso scrivo che dopo 10 minuti pioveva, tutti i lettori di questo blog cominceranno a credere che lo faccio apposta e che magari quel giorno, c’era un sole che spaccava le pietre, ma invece no, giuro, ho dei testimoni, il 21 giugno 2010 alle 8:30 c’era il diluvio.

Apro la porta di casa e i 4 componenti della squadra si trasformano istantaneamente in Diavoli della tasmania. Cominciano a svitare, imballare e portare fuori ogni cosa che trovano, ad una velocità assolutamente per me inconcepibile a quell’ora del mattino. In un quarto d’ora metà dei pacchi non c’erano già più, ma nonostante ci fosse più pavimento libero, io ero comunque d’intralcio.

Sul balcone non potevo starci, perché altrimenti mi sarei completamente inzuppata di pioggia, e così decido di uscire sul pianerottolo. Proprio mentre comincio a muovermi verso la porta, sento una frase che mi pietrifica:
Ooh! cà s’ sta allagann’ o camion!*

Prego??? Cosa??? Non mi muovo, non parlo, mi dispero mentalmente.

Immagino tutti i miei scatoloni che affogano in decine di metri cubi d’acqua.

Poi, giusto il tempo di riprendere fiato, farsi coraggio e scendere nell’androne del palazzo per scoprire la verità: i miei pacchettini sono tutti al sicuro!
Felici ed asciutti ricoprono il 98% della superficie dell’androne con immensa felicità del portiere.

Visto che il camion è parcheggiato a retromarcia e leggermente in salita, la pioggia cade verso l’interno perché c’è vento e i traslocatori devono asciugarlo e chiuderlo finché il diluvio non si placa. Tornano in casa e tra un caffè e una sigaretta approfittano per continuare a smontare i mobili.

Io cerco di fare la danza del sole, sempre mentalmente, ma soprattutto cerco di non farmi venire un infarto ogni volta che sento un rumore. Lui ride ogni volta che mi agito e mi rassicura. Io ogni volta gli dico: “Vai a vedere! Vai a vedere!“.

La squadra ne approfitta per prendermi un po’ in giro e parlare malissimo dei mobili Ikea che non sono fatti di legno ma di schifezze pressate assieme e poi si intrattengono pungolandosi con il famoso maligno (una mazza di scopa con sopra una marionetta di un diavolo rosso che Lui conserva da quando era piccolo).

Finalmente il tempo migliora e smette di piovere.

Rapidi come se stessero sollevando pacchi di tovaglioli carta, caricano il camion e, con immensa felicità del portiere (stavolta sul serio) mettiamo in moto e ci dirigiamo verso la casa nuova.

Velocità media 20km/h.

Arrivati a destinazione, dopo qualche problema di parcheggio, la squadra comincia a scaricare i mobili e incontra i vicini…

– Mi raccomando non mettete i mobili nell’ascensore.
-Non si preoccupi mettiamo solo i pacchetti leggeri.
-Arrivederci.
-Arrivederci.
…si apre la porta dell’ascensore ed esce il frigorifero…

Sono andati via alle quattro, dopo aver rimontato camera da letto e cucina.

Mi sono divertita, ero inutilmente spaventata da tutta questa faccenda del trasloco, ora bisogna solo rimettere a posto i vestiti, le stoviglie e comprare una nuova lista di finitura per la cucina perché:

“Questa non va bene, è troppo brutta, non te la monto!”

*si sta allagando il camion

Traslocare

E’ giunto il momento di preoccuparsi del trasloco.
I nostri resistentissimi mobili Ikea non vedono l’ora di essere smontati, trasportati e rimontati da possenti braccia nella loro nuova casetta.
Il frigo e la lavatrice si guardano attorno sospettosi, cercando di individuare le possenti braccia.
Non ne trovano.

Come si fa? ci vuole subito un piano.

Ok lo abbiamo.

Niente possenti braccia, ma almeno il piano lo abbiamo.

La nostra furbissima strategia per risparmiare è:

  1. chiamare una ditta esperta per i mobili grandi e pesanti
  2. occuparci da soli del trasporto di oggetti, vestiti e mobili piccoli

Comincio quindi a chiedere preventivi alle ditte di traslochi, specificando il numero mobili e le relative misure. Contemporaneamente, comincio a depositare a casa di mia madre, tutti i vestiti invernali, un po’ di libri e una decina di piante (che quasi si commuovono quando le porto fuori di casa e finalmente qualche timido raggio di sole le illumina).

Dopo qualche giorno, proclamato un vincitore tra le ditte precedentemente contattate, ci è arrivato in casa un simpatico Omino del sopralluogo mandato a verificare l’accessibilità delle abitazioni e a fissare la data. Gironzola velocemente nel nostro bilocale pieno di scatoloni, si siede e ci comunica il giorno e l’ora in cui arriverà il camion a prendere tutto.

TUTTO? …si
Anche questo? …si
E questo? …si
Ma pure questo? …Si…
Ma per lo stesso prezzo?? SI!!!


Figo…

Perché ho trasformato il salotto di mia madre in un mercatino se fanno tutto loro?

Il giorno del trasloco è fissato, mi sento strana, un po’ ansiosa, un po’ contenta e un po’ curiosa.
Non ci resta che aspettare, le previsioni del tempo, manco a dirlo, sono pessime, ma perché demoralizzarsi, siamo a giugno e in fondo hanno sempre sbagliato.

L’intenzione di un blog

Quando ho creato questo blog, la mia intenzione era quella di tenere un diario, più o meno cronologico, degli avvenimenti belli e brutti, che si stavano verificando durante questa esperienza di convivenza.

Già dal secondo racconto però, faccio riferimento a cose accadute in diversi mesi. Quindi addio ordine cronologico e decido di dividere la storia per argomenti. Scelta carina dal punto di vista narrativo, ma limitante dal punto di vista quantitativo, se consideriamo che in 15 mesi ho scritto solo 11 volte.

Che si fa a questo punto?
Si volta pagina e si ricomincia, continuando a scrivere per argomenti, ma cercando di farlo con più costanza, ma soprattutto… cambiando casa!

Ebbene si, ci trasferiamo!

Ovviamente il primo che mi chiede “come mai?” paga da bere.

L’idea, che in verità ci frullava in testa da agosto, si è concretizzata 3 mesi fa, quando siamo andati a trovare una coppia di amici nella loro nuova casetta.
Una casa molto bella, silenziosa, grande e soprattutto molto economica.
I miei occhi dicevano “invidiaaaa”, mentre le mie parole dicevano “auguriiii” e subito dopo, ho guardato il mio compagnuccio, sfoderando la versione migliore della mia espressione “sono un gattino abbandonato piove e muoio di fame ti prego portami con te”.

Non so se è stata la casa, la mia faccina o il prezzo del loro affitto, ma la cosa fondamentale è che dopo quel caffè, abbiamo cominciato a contattare le agenzie immobiliari.

Indovinate com’era il tempo quando siamo andati a vedere la prima proposta?
Esatto, pioveva. Anzi, per qualche minuto, addirittura grandinava.

I capelli bagnati, le scarpe carine bagnate, il tipo è in ritardo, o siamo noi in anticipo, insomma tanto nervosismo, ma appena si apre la porta, l’unica cosa che penso è: la voglio!

L’ho pensato per le successive 4 case, e a quel punto, la nostra proprietaria ha ricevuto la lieta novella della nostra migrazione.

Eccoci qui:

2 mesi per trovare una nuova casa, bella, grande ed economica.

Cerchiamo, cerchiamo e finalmente ce la propongono, ed è bellissima…

In una stradina silenziosa, con stanze grandi e rifiniture perfette, mezzi pubblici vicinissimi, due balconi grandi… la prendiamo? la prendiamo? la prendiamo?

No, non la prendiamo. E’ troppo distante dal centro ed è un piano terra.
Quasi piango.

Eccomi qui:

1 mese per farmi piacere una casa diversa da quella.

Con un po’ di concentrazione ci sono finalmente riuscita. L’ho vista due volte, la prima l’ho ignorata, la seconda mi è piaciuta. Un po’ perché dopo aver visto 10 case ero stanca, un po’ perché il tempo trascorre veloce e non volevo ritrovarmi a dormire in strada abbracciata al frigo, e un po’ perché effettivamente è grande e luminosa.

Insomma è tutta gialla e un po’ disastrata, però bella!

L’importanza delle dimensioni

Troppe volte ho sentito dire che le dimensioni non contano. Troppe volte ho visto donne insoddisfatte, invidiare silenziosamente, l’amica di turno che ne ha trovato uno più grosso. E troppe volte ci si accontenta, solo per evitare una stancante ricerca.

Ebbene, oggi voglio fare da portavoce, per tutti quelli che si fingono soddisfatti e non hanno il coraggio di ammettere i loro reali bisogni.

Allora eccomi qui, che senza vergogna, dico a gran voce che le dimensioni contano eccome!
Che non dobbiamo sentirci in colpa ad ammettere che lo vogliamo più grande!
E più luminoso…
Possibilmente ristrutturato…
Col terrazzo e il posto auto!

Noi che siamo cresciuti in case giganti e piene di sole, noi che l’estate andavamo nella casa di villeggiatura altrettanto gigante, noi che dovevamo mangiare tutta la pasta, perché in Africa i bambini muoiono di fame…
Oggi ci ritroviamo stipati, in questi pseudo mini-appartamenti, a pagare mensilmente un affitto sempre troppo caro.

E non dobbiamo lamentarci, perché in Africa i bambini la casa non ce l’hanno.

Ecchepalle però…

Io non sono mai riuscita troppo bene a non lamentarmi, sarà colpa della mia insana abitudine all’essere profondamente egoista.

L’egoista che quando invita gli amici a vedere un film, si ritrova seduta sul pavimento. Un’egoista che fantastica su una stanza abbastanza grande, da contenere un divano a 3 posti, di quelli che ti ci puoi stendere a leggere, senza sembrare una contorsionista.

Un’egoista che desidera schiaffeggiare violentemente l’inventore del ripostiglio soppalcato, finché non mi spiega come diavolo dovrei metterci le scope, la scala, gli scatoloni e lo stenditoio.

Quell’egoista che quando accende la lavatrice, mentre Lui lavora nella stessa stanza, maledice silenziosamente un bagno troppo piccolo.

Una sciocca egoista claustrofobica, che brama metri quadri come fossero diamanti.

L’importanza di un diario

Tenere un diario è una buona abitudine.
Se annoti giorno per giorno le tue avventure, puoi periodicamente analizzare il corso della tua vita e scegliere di esclamare qualcosa di positivo e auto celebrativo. Oppure un semplice “ma che palle peròòò!!”

Da circa un anno tengo un diario mentale, perché sono stata troppo pigra per avere la costanza di annotarlo quotidianamente con una penna o una tastiera. Ma ora è giunto il momento di tirarlo tutto fuori, prima che la mia leggendaria memoria da elefante cominci a fare cilecca.

Tutto comincia in un pomeriggio di gennaio.
Piove.

Spulciando gli annunci immobiliari ne salta fuori uno davvero interessante, soprattutto perché sembra di un privato e non di un’agenzia. Fissiamo un appuntamento per il giorno seguente e invece della tanto bramata padrona di casa, ci ritroviamo davanti gli agenti immobiliari.
Piove.

La casa è piccola ma molto carina.

Ristrutturata, riscaldamento autonomo con caldaia e termosifoni nuovi di zecca, le luci di emergenza nell’ingresso e in salotto, vicina ai mezzi pubblici, con la portineria aperta mattina e pomeriggio, con il tabaccaio sotto casa, con un bel balcone grande, con i pavimenti carini, con la porta blindata.
Insomma potevamo mai lasciarla a qualcun altro?
Assolutamente no.

E comincia l’avventura.

E comincia ovviamente da Ikea!

Perché? Perché ti offre cose carine e resistenti a prezzi contenuti. Ma soprattutto perché ha un sito web che ti fa diventare folle! Ti fa chiamare i mobili per nome come se fossero i tuoi migliori amici, ti fa sommergere il tuo compagno di fogli stampati. Così, puoi fargli vedere anche per la strada, quanto sei stata brava a creare un armadio gradevole alla vista, molto spazioso e super-economico!

Insomma, solo dopo aver visto tutte le sezioni del sito, compresa quella bambini, e non perché tu abbia l’imminente bisogno di moltiplicarti, ma solo perché ti piacciono i peluches a forma di mostro, allora, solo a quel punto, sei davvero pronto per andarci di persona.

La prima volta si va a gironzolare sbirciando prezzi e soffermandosi su cose inutili che non compreremo mai.

La seconda volta si va un po’ più decisi e si compra la camera da letto. Che ci porterà il signor Ikea direttamente a casa.

Poi si passa alla scelta della cucina e la cosa si fa un po’ più complicata.
Mentre ci aggiriamo disperati tra “prezzi da coppia medio-borghese con parenti al seguito e contratto a tempo indeterminato” spunta lei che ti dice:

Eccomi, sono la tua cucina, costo pochissimo, si… ok… lo so… sono bianca e gialla. Faccio leggermente schifo, ma ti giuro che per lo stesso prezzo puoi farmi diventare bianca e nera!

E dopo averci riflettuto per una settimana, torni lì e la compri.
Quindi se per caso vi siete mai chiesti “Può una cucina piccola ma completa entrare in una C3?”
La risposta è si. Però in due viaggi.

E’ stato un periodo molto particolare, bello, pieno di ansie e fatiche.

Eravamo stremati dall’acquisto dei mobili, ma soprattutto dal trasporto dei mobili.
Ho sollevato cose che voi umani non potete neanche immaginare che io possa sollevare. Ma a parte questo, la domanda fondamentale che mi frullava in testa in quel periodo in cui stavo per cominciare a convivere con l’uomo che amo, incurante del giudizio dei parenti all’antica e degli amici frastornati, la domanda che proprio mi facevo più spesso era:
“Ma perché ogni volta che dobbiamo scaricare la macchina PIOVE??????”

Molti eventi di quei giorni sono stati accompagnati dalla pioggia.
Pioveva anche quando sono andata con mamma a scegliere il frigorifero che ci ha regalato. Un frigo fighissimo, anni 70, di un arancione che ti rallegra ogni mattina quando lo apri per prendere il latte. Che ti rallegra a tal punto da aver assolutamente bisogno di un bollitore e di una tavoletta del water esattamente dello stesso colore!

Intanto il tempo passa e a questo punto della storia i nostri novelli 50mq sono per metà ricoperti di scatoloni Ikea. Mentre noi cerchiamo di capire da che parte cominciare. Fortunatamente arriva mio cognato in versione Mac Giver, che in soli 2 giorni riesce a montare: camera letto, cucina, supporti per le tende e lampadari temporanei.

Durante il montaggio della cucina però non mancano le sorprese e le disavventure.

Scopriamo infatti che, alcuni dei pezzi messi in elenco dalla signorina che si è occupata del nostro progetto, non sono della misura giusta. E corriamo a tirarglieli in faccia ehm… a sostituirli.

Subito dopo, il seghetto alternativo (arnese che serve per forare il top della cucina e inserire lavello e piano cottura) decide di rompersi. Così mio cognato, oramai inarrestabile, decide di continuare con un seghetto tradizionale completando l’impresa.

Finalmente la casa ha preso forma. E dopo esserci armati di Bialetti, zucchero e caffè, è giunto il momento: ci trasferiamo!