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Togliersi le scarpe

Oggi interromperò momentaneamente la descrizione dettagliata della nuova casa, perché mi sono ricordata che qualche giorno fa ho letto un articolo che elogiava l’abitudine di togliersi le scarpe in casa.

Nulla di strano in un certo senso. La maggior parte delle persone amano stare comodamente in pantofole o a piedi nudi a casa propria.

La stranezza di questa faccenda è emersa nel momento in cui ho letto che, il togliersi le scarpe, non è limitato a se stessi. Non è il normalissimo gesto personale che si fa per dare sollievo ai piedi stanchi e gonfi, ma piuttosto, è una cosa che si estende agli ospiti.

Un invito a togliersi le scarpe.

Tipo che io vengo a casa tua e tu mi dici che preferisci che mi sfilo le scarpe. Per una questione igienica.

Non so se te ne rendi conto, tu ipotetico amico o conoscente che mi fai questa richiesta, ma come dire… non è che rischi di mettermi a disagio. Di più.

Già immagino la velocissima carrellata di giustificazioni che il mio cervello tirerebbe fuori per evitare di accontentarti:

  1. Sono venuta a piedi, sicuro come la morte che ho sudato e mi puzzano i piedi.
  2. Ho i sandali, quindi non ho i calzini, dunque i MIEI piedi dovrebbero stare a stretto contatto con il TUO pavimento, mi sembra una cosa troppo intima.
  3. Hai un gatto. Lo sai vero che i gatti perdono i peli, solitamente sul pavimento?
  4. Hai delle ciabatte per me. Le ciabatte per gli ospiti. Quali ospiti??? Chi le ha messe prima di me??? CHI??????

Potrei continuare l’elenco del disagio o potrei semplicemente accettare che ognuno a casa sua fa quello che vuole, anche con i piedi altrui.

Del resto quando ero piccola, alcune delle mie zie avevano in casa un oggetto buffo e assolutamente attinente a questo argomento: le pattine.

pattine

Le pattine erano una sorta di calzari, fatti con dei pezzi di stoffa imbottita di forma rettangolare, con sopra una fascetta che ti permetteva di infilarle ai piedi con tutte le scarpe. Lo scopo di questo oggetto era quello di preservare la cera dei pavimenti in marmo.

Quindi mentre gli adulti che indossavano le pattine assumevano istantaneamente le capacità deambulatorie di un pinguino, io che ero piccolina, improvvisavo spettacoli di pattinaggio artistico-casalingo schiantandomi in terra dopo pochi minuti.

Ma torniamo al presente e alla questione che mi turba: lo stare scalzi in casa altrui.

Finito l’articolo ho notato che c’erano anche numerosi commenti dei lettori e già che c’ero ho letto pure quelli.

Così ho scoperto che, sta cosa di far togliere le scarpe alla gente, non è una fissazione di ispirazione orientale che c’ha solo l’autore. Ma è proprio una cosa che piace alla gente. Tutti a dire che è più igienico. Che le scarpe in casa sono il male assoluto. Che quando gli entra uno con le scarpe, appena se ne va, loro lavano immediatamente il pavimento. Inoltre le case di questi lettori sono tutte dotate, nell’ingresso, di un ambientino apposito dove praticare questo svestimento di piedi.

A quel punto mi sono resa conto che io l’ingresso non ce l’ho.

Quando ho progettato casa io ho deciso che l’ingresso non serve, che è uno spreco di metri quadri.

A casa mia entri e c’è il salotto. Entri, chiudi la porta e dopo quattro passi puoi già crollare svenuto su una poltrona morbida. Quindi anche volendo, sta storia del togliti le scarpe, a casa mia non viene bene. Verrebbe fuori una cosa tipo ammasso di scarpe sconosciute in salotto con conseguente attacco isterico.

Ma tralasciamo che io non ho l’ingresso e che sono una persona piena di complessi sui piedi (ma anche su tutto il resto) e poniamoci una domanda:

Ma sta gente non ce l’ha il balcone?

No perché… se mi fai tutto il tipo pulitino igienizzato… poi voglio sperare che con le tue asettiche pantofoline (o peggio scalzo del tutto) non ci ESCI sul balcone.

L’intenzione di un blog

Quando ho creato questo blog, la mia intenzione era quella di tenere un diario, più o meno cronologico, degli avvenimenti belli e brutti, che si stavano verificando durante questa esperienza di convivenza.

Già dal secondo racconto però, faccio riferimento a cose accadute in diversi mesi. Quindi addio ordine cronologico e decido di dividere la storia per argomenti. Scelta carina dal punto di vista narrativo, ma limitante dal punto di vista quantitativo, se consideriamo che in 15 mesi ho scritto solo 11 volte.

Che si fa a questo punto?
Si volta pagina e si ricomincia, continuando a scrivere per argomenti, ma cercando di farlo con più costanza, ma soprattutto… cambiando casa!

Ebbene si, ci trasferiamo!

Ovviamente il primo che mi chiede “come mai?” paga da bere.

L’idea, che in verità ci frullava in testa da agosto, si è concretizzata 3 mesi fa, quando siamo andati a trovare una coppia di amici nella loro nuova casetta.
Una casa molto bella, silenziosa, grande e soprattutto molto economica.
I miei occhi dicevano “invidiaaaa”, mentre le mie parole dicevano “auguriiii” e subito dopo, ho guardato il mio compagnuccio, sfoderando la versione migliore della mia espressione “sono un gattino abbandonato piove e muoio di fame ti prego portami con te”.

Non so se è stata la casa, la mia faccina o il prezzo del loro affitto, ma la cosa fondamentale è che dopo quel caffè, abbiamo cominciato a contattare le agenzie immobiliari.

Indovinate com’era il tempo quando siamo andati a vedere la prima proposta?
Esatto, pioveva. Anzi, per qualche minuto, addirittura grandinava.

I capelli bagnati, le scarpe carine bagnate, il tipo è in ritardo, o siamo noi in anticipo, insomma tanto nervosismo, ma appena si apre la porta, l’unica cosa che penso è: la voglio!

L’ho pensato per le successive 4 case, e a quel punto, la nostra proprietaria ha ricevuto la lieta novella della nostra migrazione.

Eccoci qui:

2 mesi per trovare una nuova casa, bella, grande ed economica.

Cerchiamo, cerchiamo e finalmente ce la propongono, ed è bellissima…

In una stradina silenziosa, con stanze grandi e rifiniture perfette, mezzi pubblici vicinissimi, due balconi grandi… la prendiamo? la prendiamo? la prendiamo?

No, non la prendiamo. E’ troppo distante dal centro ed è un piano terra.
Quasi piango.

Eccomi qui:

1 mese per farmi piacere una casa diversa da quella.

Con un po’ di concentrazione ci sono finalmente riuscita. L’ho vista due volte, la prima l’ho ignorata, la seconda mi è piaciuta. Un po’ perché dopo aver visto 10 case ero stanca, un po’ perché il tempo trascorre veloce e non volevo ritrovarmi a dormire in strada abbracciata al frigo, e un po’ perché effettivamente è grande e luminosa.

Insomma è tutta gialla e un po’ disastrata, però bella!

Blatte e tacchi a spillo

Un’altra novità di questo quartiere, dopo quella dei dirimpettai neomelodici, è stata la raccolta differenziata.

Di quelle differenziate per bene, con tanto di fornitura semestrale di sacchetti, consegnati direttamente a casa, e sito web con ogni genere di informazione, compreso l’elenco dei rifiuti dalla A alla Z, e il calendario di raccolta da stampare per una pratica consultazione giornaliera.

Così, dopo solo una settimana, sono giunta alla conclusione che ci sono ben 2 soluzioni per buttare via il contenitore della pizza.
La prima soluzione consiste nel suddividere il contenitore in due parti. Buttare la parte pulita nel cestino del cartone e poi buttare la restante parte unta nel cestino dell’organico. Ovviamente dopo averla accuratamente sminuzzata. Quindi se le pizze sono due ci può anche stare.
La seconda soluzione invece, ti suggerisce molto brutalmente, di afferrare i contenitori e buttarli fischiettando nell’indifferenziato. Cercando di non farsi consumare dai sensi di colpa.

Solitamente, quando si sceglie la seconda soluzione, ci si avvicina agli ospiti mentre sono impegnati ad indossare i cappotti, e con l’espressione di Bambi che si è perso nella foresta si dice: “maaa… non è che andando via li buttate voi ‘sti cosi???”

Scherzi a parte, sembrava davvero un salto di qualità sta cosa della raccolta differenziata. Peccato solo che il comune, ritrovandosi totalmente impegnato ad organizzare i turni giornalieri di raccolta dei rifiuti, abbia completamente dimenticato un fondamentale dovere di ogni municipalità: la disinfestazione!

E che succede se manca la disinfestazione?

Succede che gli scarafaggi si impossessano del quartiere, e cominciano a comportarsi come gli esseri umani.

Li incontri davanti al supermercato anche di mattina e ti domandi “ma non erano notturni?”.
Li trovi che fanno i parcheggiatori abusivi ogni volta che scendi dalla macchina.
Scopri che si improvvisano netturbini quando scendi a buttare la spazzatura…

Insomma, li incroci talmente tanto spesso, sia morti che vivi, che diventano un’ossessione!

Ovviamente io, da brava donzella paurosa quale sono, ho avuto numerose crisi isteriche, provocate da queste schifosissime bestie.
Quindi ho imparato a correre con i tacchi alti. Ma soprattutto ho imparato ad uscire con due paia di scarpe: quelle carine da indossare dopo essere entrata in macchina, e quelle, meno carine, modello:

“se correndo ti calpesto per sbaglio almeno schiatti coso schifoso!”