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Una specie di metronomo

Ogni persona ha dentro di se una specie di metronomo, che scandisce il tempo delle proprie azioni/decisioni.

Tanti pacchetti temporali gestiti diversamente da ogni individuo.

Qualcuno ha bisogno di dieci minuti per fare una doccia, qualcun altro ha bisogno di sei mesi per cambiare una lampadina.

Come per le piccole cose quotidiane, anche le grandi decisioni sono tutte regolate in base alla velocità impostata sul proprio metronomo.

Velocità che è ovviamente influenzata dall’ambiente familiare.

Quindi, nel momento in cui due completi sconosciuti si piacciono e iniziano a frequentarsi, le loro tempistiche abituali finiscono inevitabilmente per scontrarsi e generare conflitti.

Già da prima che cominciasse la nostra convivenza, molti dei nostri litigi (se tralasciamo tutti quelli in cui dicevi che rompevo le palle) nascevano dal diverso modo di gestire il tempo.

Non mi sto riferendo alle solite ironiche differenze tra maschi e femmine. Tipo lui che si rotola nell’armadio ed è pronto in cinque minuti e lei che invece comincia a scegliere i vestiti dalla mattina per la sera.

Posso anche metterci 40 minuti ad asciugarmi i capelli, come posso scegliere di non asciugarli affatto ed uscire in versione cane bagnato, non era questo il problema.

Il problema sorgeva nel momento del quando.

Andiamo un fine settimana fuori?
Ok
Quando?
Poi vediamo.

Il poi vediamo a me mi piglia a male.

Dimmi di no, mi fai più felice.

Il tempo passava e gli esempi si ingrandivano…

Andiamo a vivere insieme?
Compriamo i mobili?
Cambiamo casa?
Facciamo i lavori?

E tu sempre estremamente fedele al tuo metronomo, che a confronto Barbalbero del signore degli anelli era un tipo frettoloso.

Fino a quando non mi hai chiesto di sposarti… e al mio Quando la risposta è stata Ora.

Roba che i nostri metronomi interiori, da sempre in conflitto, si sono fermati e non sapendo come affrontare la situazione, si sono guardati spaesati e si sono detti:

Vabbhè… birretta?

Proposta di matrimonio fatta il 15 luglio. Promessa di matrimonio fatta il 27 luglio.

Ovvero: come cancellare in dodici giorni, quindici anni di discussioni sulle tempistiche nel fare le cose.

Ci hanno preso per pazzi perché non si può organizzare un matrimonio in due mesi.

Qualcuno ha pensato che la nostra fretta fosse una necessità.

Alcuni hanno pensato che volevamo finalmente accontentare i parenti.

Altri mi hanno chiesto se ero incinta e io ho risposto “foss a maronn” ma quella è un’altra storia.

La verità è semplicemente che, a forza di frequentarmi, per un brevissimo ma fondamentale istante, ti si è inceppato il metronomo.

Una cenetta dal giapponese

Il 15 luglio 2016 era venerdì e il consorte mi aveva proposto una cenetta dal giapponese.

Un locale molto piccolo, nessuna formula all you can eat ad attirare orde di barbari urlanti.

Il posto perfetto per una seratina romantica ma senza troppe pretese. Così, senza troppe pretese mi ero vestita carina e avevo tentato di arricciarmi i capelli, consapevole del fatto che sarebbero ritornati lisci prima della fine della cena.

Arrivati al ristorante cerchiamo di trattenerci dall’ordinare tutto il menù, sia per evitare di fare la parte di quelli che si ingozzano quando vano a cena fuori, sia per evitare di diventare irrimediabilmente poveri.

Cominciamo la cenetta con qualche nigiri, qualche pezzo di sashimi e due bei calici di vino bianco freddo.

cenetta dal giapponese

Ero proprio contenta della bella serata.

Tra un sorso di vino e un pezzo di pesce chiacchieravamo rilassati del più e del meno.

Così venne fuori un buffo episodio accaduto qualche anno fa:

“Ti ricordi quando, per i miei 30 anni, mi hai portata a cena dal giapponese e io ero così ubriaca che, quando stavi per darmi il regalo credevo che avresti tirato fuori un anello?”

Ridiamo ripensando alla grottesca scenetta e continuiamo a chiacchierare e mangiare.

Altri pezzi di pesce, altri calici di vino, qualche rolls impanato e fritto.

E’ stato subito dopo il fritto che lo hai fatto davvero.

Mi hai guardata con un sorriso strano e hai cominciato a dire delle cose poco chiare.

Hai messo una mano in tasca e hai tirato fuori una scatoletta blu.

Sono riuscita a ridere e piangere contemporaneamente e invece di dire “Si” come nei film, ho detto “Sei pazzo!”

Eri uscito a cena con la tua quasi normale fidanzata e, con un solo semplice gesto, ti sei ritrovato seduto difronte alla versione boccolosa di Gollum.

Stringevo tra le mani il mio tesssoro, mentre timidamente cercavo di darmi un tono per chiederti:

“Quando?”

Ma la risposta giusta poteva essere solo una.

Il ponte dei morti

Si racconta che una casa piccola sia più semplice da pulire, ma io questa cosa non l’ho ancora sperimentata. E’ ancora tutto sporco. Gomitoli di polvere si aggirano tra gli ultimi scatoloni e le cose buttate a caso qua e là. Ancora spunta fuori roba che la guardi e pensi:

Chi sei? Che vuoi?“.

Al momento sono seduta tremolante alla scrivania e guardo video stupidi su youtube. Essì perchè io nei giorni di festa ho il risveglio lento. Mi alzo e faccio colazione con estrema lentezza, poi, sempre lentamente tento di accendere il cervello e riflettere su alcune delle mie prime necessità (tipo “che mi metto oggi?“).

Dopo un’oretta di cazzeggio sui vari social network posso cominciare a fare quelle attività che gli umani normali hanno già terminato da ore. Ma tralasciamo gli altri umani. Quelli con la casa di proprietà, i figli e la colf e torniamo pure alla mia condizione psicofisica.

C’ho 33 anni e sto in pigiama davanti al pc…

Un pigiama carino, uno di quelli di cotone leggero, azzurro gessato bianco e sopra una felpa. Perché io appena mi sveglio, devo aprire tutte le finestre e quindi una felpina ci vuole. Ho appena fatto una tremolante colazione a base di nescafè e kinder paneciok. E mi sono accomodata nel tremolante angolo studio della casa nuova, a riflettere su come trascorrere il ponte dei morti.

Sono talmente contenta di non andare a lavoro per ben 3 giorni di seguito, che seppure dovessi trascorrerli tutti seduta alla scrivania a tremolare, sarebbe la cosa più fantastica del mondo.
Del resto è normale che, se tutti i sacrosanti sabati finisci di lavorare alle 22:00 e tutti i sacrosanti lunedì cominci a lavorare alle 8:30, un evento come il ponte dei morti cominci a sognarlo la notte.

Era un giorno di settembre quando, sfogliando il calendario, mi sono accorta che il primo novembre sarebbe capitato di venerdì. L’ho tenuto a mente. Ben custodito, accanto all’amaro ricordo dell’unica settimana di ferie estive. L’ho custodito fino ad un giorno di ottobre. Durante il quale ho avuto la conferma che il giorno di Ognissanti non sarei dovuta andare a lavoro. A quel punto, veloce come una gazzella e astuta come una volpe, mi sono precipitata dal titolare e ho esclamato:

“Io il due novembre non vengo!”

consapevole del fatto che quelle 8 ore andranno poi recuperate la settimana prossima.

Chiariamo ora un aspetto importante della vicenda.

Il mio attuale stato di tremolamento è provocato da una combinazione di 4 elementi fondamentali. Senza la presenza di tutti e 4 i seguenti elementi non può verificarsi:

  1. una sedia da ufficio, di quelle in finta pelle, con le rotelle
  2. un appartamento sito al settimo piano di uno stabile in cemento armato
  3. la vicinanza estrema a una strada con una pavimentazione composta per la maggior parte di sanpietrini e buche
  4. una serie di autobus sganasciati che transitano sulla suddetta strada

Chiarito questo dettaglio continuiamo pure ad entusiasmarci per il mio ponte dei morti.

La prima cosa che ho proposto al consorte è stata quella di prendere un aereo a fare una sorpresa a dei nostri amici emigrati in Germania, poi abbiamo visto i prezzi e abbiamo desistito. Allora ho pensato di andare in montagna da mia sorella, poi abbiamo visto le previsioni del tempo e contemporaneamente lo stato disastrato della nostra nuova casetta e così abbiamo nuovamente desistito.

Alla fine la decisione che abbiamo preso è quella di fare un po’ i turisti un po’ i casalinghi e quindi interrompo la stesura del mio caro diario, per andare ad ammirare la Casina Vanvitelliana, antico ritrovo di caccia dei Borbone.

Le persone sposate

Oggi ho voglia di invidiare le persone sposate.

Quelli che hanno celebrato la loro unione firmando delle carte successivamente riposte in un archivio.
Quelli che poi sono andati a farsi le foto nei parchi e sulle spiagge.
Quelli che hanno portato parenti ed amici ad abbuffarsi di pesce e digestivi.
Quelli che hanno distribuito nelle case dei conoscenti, un inutile oggetto, probabilmente di porcellana e di opinabile bellezza.

Ho voglia di invidiarli perchè per loro è più semplice.

E’ più semplice, non tanto per quanto riguarda il rapporto con i parenti, che di solito, anche se non condividono questa strana scelta di non ufficializzare le cose, comunque ti rispettano e ti prendono sul serio, ma è più semplice per quanto riguarda l’interazione con gli sconosciuti e gli amici.

Gli sconosciuti ad esempio, il 90% delle volte che sentono utilizzare la formula “il mio compagno“, non capiscono. Restano a fissarti. Se poi per praticità, e anche per una pura preferenza linguistica, utilizzi la formula “il mio fidanzato“, allora deducono che sei solo temporaneamente in visita e ognuno vive a casa sua.

La soluzione è una sola, l’espressione corretta è: mio marito.

Mio marito è uscito, può dire a me.
E’ passato mio marito e ha ordinato tale cosa.
Aspetto mio marito, prenda pure l’ascensore.

E’ inutile che fate la classica smorfia, sintesi dell’insinuazione:

lo dici solo perché ti fa piacere chiamarlo così

La verità è che i rapporti con gli estranei, i commercianti, i vicini di casa e simili, diventano estremamente più semplici.
E soprattutto, smettono di chiedervi:

Ma siete studenti?

Discorso più lungo e complesso è da farsi per quanto riguarda gli amici, perchè possiamo dividerli in varie categorie.

Ci sono i CONFUSI, quelli che alla notizia “stiamo cercando casa” ti guardano e ti chiedono “come mai?“. Inarchi un sopracciglio e tenti di formulare una risposta, poi però decidi che la domanda non è pertinente.

Poi ci sono i PREOCCUPATI, che sono invece quelli che si fanno prendere dal panico. Perché se lo fai tu, prima o poi toccherà anche a loro.
Si può percepire lo stato d’ansia crescente, dal tono della voce utilizzata, per formulare la seguente domanda:

qual è la cosa positiva del vivere insieme?

E tu cominci a recitare un lunghissimo elenco di fesserie, assolutamente vere, quanto assolutamente inutili, rendendoti conto, solo il giorno successivo, che hai dimenticato di dire la cosa più ovvia e più importante…

La cosa positiva del vivere insieme, è che vivi insieme.

Ma eccoci al turno degli ENTUSIASTI, quelli che stanno talmente bene con voi, che ancora prima di firmare il contratto d’affitto, verranno a trovarvi per festeggiare.
E non se ne vanno più.
Una specie di figlio prematuro e già grande.
Si, sei tu, sto parlando di te, e no, non puoi venire a cena stasera!

In fin dei conti però, sono quelli che preferisci, perché a furia di prendersi un benvenuto o un vaaquelpaese, sono quelli che ti conoscono meglio, che vengono a prendersi il caffè, e lo portano già fatto.

Sono quelli che ti chiamano almeno tre ore prima, per confermare o disdire un invito, perché diciamocelo chiaramente, aggiungi un posto a tavola è una stronzata. Perché se sposto un po’ la seggiola, sto scomoda, e se divido il companatico, aropp mez’ora teng famm n’ata vot!

Forse mi sto dilungando eccessivamente, quindi riassumiamo.

Questo bisogno di continua chiarezza con gli amici, deriva quindi dalla necessità di essere sempre presi sul serio? E quindi, di affermarsi come nucleo familiare agli occhi dell’umanità circostante? Ma in realtà, quanto di tutto ciò influisce realmente sulla quotidianità di una coppia di vecchia data?

E infine…

Con che frequenza Lei sogna di ritrovarsi Lui che le offre una coppa di champagne con un luccichio sul fondo?

L’uomo della mia vita

Quando una donna elegge lo sventurato di turno al grado di uomo della mia vita nell’80% dei casi, in quello stesso istante, nella sua mente scorrono velocissime le seguenti immagini: modello del vestito da sposa, casa, cane, gatto, altro animale a scelta, vacanze invernali, vacanze estive, vestiti e acconciature per future figlie femmine, festa a sorpresa di compleanno possibilmente in spiaggia con lui trasformato in perfetto surfista californiano e tipico litigio in cui lei se ne va, lui le corre dietro, l’afferra, la bacia e vissero felici e contenti.

Poi passa il tempo e i gusti cambiano.

Allora mentre passeggiate mano nella mano, rinnovi mentalmente il modello del vestito da sposa.

Chissà lui che pensa, chissà se pensa, ma non importa, sei felice e ti senti fortunata.

Finché non te lo fa notare sua nonna. Ogni volta che mi afferra e mi dice con voce carica di orgoglio nonnesco “Tu sei una ragazza fortunata” mi sale un nervoso che non si può immaginare.

Continuo a fare di si con la testa e guardo con astio il mio dolce consorte.

Sarà che sotto sotto vorrei che lui esclamasse:

“Anche io! Anche io sono fortunato! Oh tu soave creatura che illumini le mia giornate con un sorriso e un piatto di riso e zucchine! Tu dolce donzella che mi lavi le mutande e ridi con me mentre ci rimbambiamo sul divano a forza di serie TV! Oh fedele fatina della casa! Meno male che ci sei!”

Eggià qualche volta ho dei pensieri leggermente pomposi.
Ma giusto qualche volta.

Comunque forse in quello che ho scritto c’è un errore, si, ho sicuramente sbagliato qualcosa, ma cosa?

Ah si, giusto…
La percentuale all’inizio.
Ovviamente è più alta, anche se conosco persone capaci di negarlo all’infinito.

Questo proprio non me lo spiego, che c’è di male ad ammettere che siamo cresciuti rimpinzandoci di film a lieto fine, traboccanti di romanticherie che non vediamo l’ora di ricreare nella nostra vita quotidiana?

Perché la vita quotidiana è stressante, è difficile e non sempre è piena di soddisfazioni.

E allora dopo queste frivole riflessioni andrò in cucina a preparargli un caffè tanto per farmi dare un bacetto in più. Ruffiana.