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Togliersi le scarpe

Oggi interromperò momentaneamente la descrizione dettagliata della nuova casa, perché mi sono ricordata che qualche giorno fa ho letto un articolo che elogiava l’abitudine di togliersi le scarpe in casa.

Nulla di strano in un certo senso. La maggior parte delle persone amano stare comodamente in pantofole o a piedi nudi a casa propria.

La stranezza di questa faccenda è emersa nel momento in cui ho letto che, il togliersi le scarpe, non è limitato a se stessi. Non è il normalissimo gesto personale che si fa per dare sollievo ai piedi stanchi e gonfi, ma piuttosto, è una cosa che si estende agli ospiti.

Un invito a togliersi le scarpe.

Tipo che io vengo a casa tua e tu mi dici che preferisci che mi sfilo le scarpe. Per una questione igienica.

Non so se te ne rendi conto, tu ipotetico amico o conoscente che mi fai questa richiesta, ma come dire… non è che rischi di mettermi a disagio. Di più.

Già immagino la velocissima carrellata di giustificazioni che il mio cervello tirerebbe fuori per evitare di accontentarti:

  1. Sono venuta a piedi, sicuro come la morte che ho sudato e mi puzzano i piedi.
  2. Ho i sandali, quindi non ho i calzini, dunque i MIEI piedi dovrebbero stare a stretto contatto con il TUO pavimento, mi sembra una cosa troppo intima.
  3. Hai un gatto. Lo sai vero che i gatti perdono i peli, solitamente sul pavimento?
  4. Hai delle ciabatte per me. Le ciabatte per gli ospiti. Quali ospiti??? Chi le ha messe prima di me??? CHI??????

Potrei continuare l’elenco del disagio o potrei semplicemente accettare che ognuno a casa sua fa quello che vuole, anche con i piedi altrui.

Del resto quando ero piccola, alcune delle mie zie avevano in casa un oggetto buffo e assolutamente attinente a questo argomento: le pattine.

pattine

Le pattine erano una sorta di calzari, fatti con dei pezzi di stoffa imbottita di forma rettangolare, con sopra una fascetta che ti permetteva di infilarle ai piedi con tutte le scarpe. Lo scopo di questo oggetto era quello di preservare la cera dei pavimenti in marmo.

Quindi mentre gli adulti che indossavano le pattine assumevano istantaneamente le capacità deambulatorie di un pinguino, io che ero piccolina, improvvisavo spettacoli di pattinaggio artistico-casalingo schiantandomi in terra dopo pochi minuti.

Ma torniamo al presente e alla questione che mi turba: lo stare scalzi in casa altrui.

Finito l’articolo ho notato che c’erano anche numerosi commenti dei lettori e già che c’ero ho letto pure quelli.

Così ho scoperto che, sta cosa di far togliere le scarpe alla gente, non è una fissazione di ispirazione orientale che c’ha solo l’autore. Ma è proprio una cosa che piace alla gente. Tutti a dire che è più igienico. Che le scarpe in casa sono il male assoluto. Che quando gli entra uno con le scarpe, appena se ne va, loro lavano immediatamente il pavimento. Inoltre le case di questi lettori sono tutte dotate, nell’ingresso, di un ambientino apposito dove praticare questo svestimento di piedi.

A quel punto mi sono resa conto che io l’ingresso non ce l’ho.

Quando ho progettato casa io ho deciso che l’ingresso non serve, che è uno spreco di metri quadri.

A casa mia entri e c’è il salotto. Entri, chiudi la porta e dopo quattro passi puoi già crollare svenuto su una poltrona morbida. Quindi anche volendo, sta storia del togliti le scarpe, a casa mia non viene bene. Verrebbe fuori una cosa tipo ammasso di scarpe sconosciute in salotto con conseguente attacco isterico.

Ma tralasciamo che io non ho l’ingresso e che sono una persona piena di complessi sui piedi (ma anche su tutto il resto) e poniamoci una domanda:

Ma sta gente non ce l’ha il balcone?

No perché… se mi fai tutto il tipo pulitino igienizzato… poi voglio sperare che con le tue asettiche pantofoline (o peggio scalzo del tutto) non ci ESCI sul balcone.

Una sorta di censura

Per molto tempo non ho più scritto nulla. Ho avuto una specie di rifiuto. Mi infastidiva che ci fosse sempre una sorta di censura nelle cose che raccontavo. Mi infastidiva non poter scrivere apertamente quello che mi passava per la testa, le cose che provavo.

In fin dei conti non c’era nessuna reale necessità di essere, a tutti i costi, assolutamente sinceri, nel raccontare lo svolgersi degli eventi. E’ un blog che leggono 10 persone, mica una testimonianza giurata sulla bibbia.

Ma nonostante ciò, questo dover essere per forza frivola, educata e divertente, cominciava a starmi stretto.

E quindi bye bye blog e benvenuta lobotomia da browser game.

(Mamma hai presente quel gioco del castello? Quello con altra gente? Quel gioco che mi rubava ore di sonno e di veglia, tra guerre, eventi, premi e coalizioni? Ecco quello era un browser game)

A questo punto però, vuoi per nostalgia, vuoi per ritrovata serenità mentale, vuoi per disintossicazione da browser game, ho di nuovo voglia di raccontare.

Non so in che modo racconterò le cose, e non so se sarò divertente o noiosa. Non mi interessa.

Ho scoperto con mio enorme stupore, che il vero scopo di questo blog NON è esprimere i miei sentimenti e le mie emozioni.

Né tantomeno, raccogliere esperienze di vita quotidiana da lasciare ai posteri, così da poterli istruire sul giusto modo di fare un buco nel muro.

Ma è semplicemente questo:

Svegliarsi la mattina e vedere il consorte che sorride, mentre dal cellulare rilegge una nostra vecchia avventura. Finché non recupera le forze necessarie per abbandonare il caldo abbraccio del piumone.

Differenti tipi di casa

Durante i miei ultimi 31 anni mi è capitato di visitare molte abitazioni. Alcune belle, alcune brutte, alcune buie, alcune luminose, alcune sovraffollate, alcune solitarie e via discorrendo. E quindi?

E quindi ho imparato che ci sono al mondo innumerevoli casette tutte diverse tra loro, ma che alla fine si possono sempre collocare all’interno di quattro macrogruppi.

Vediamo quali:

La casa della zia anziana

Una casa caratterizzata da un arredamento classico, possibilmente accompagnato da pesanti tendaggi.
In questo ambiente tende a farla da padrone un divano dalle linee arrotondate e accuratamente incelofanate. Che tu lo guardi e ti chiedi se qualcuno ci si siede davvero. E se ci si siede davvero solo in inverno o anche in estate quando la plastica diventa un tutt’uno con la pelle sudata.

La casa delle vacanze

Questa tipologia di casa si divide a sua volta in due sottocategorie completamente in opposizione tra loro. Infatti, se la casa delle vacanze è nostra, quasi sicuramente avremo voglia di rendere questo (solitamente piccolo) rifugio particolarmente accogliente e gradevole alla vista. Rischiando poi di trattarlo come come una sorta di albero di natale permanente.
Al contrario, se la casa delle vacanze è una casa che abbiamo affittato, ci ritroveremo in un ambiente assolutamente ostile, accuratamente spacciato per comodo e funzionale.

La casa della rivista

E’ la tipica casa moderna e minimale. Una casa, sempre alla disperata ricerca, del giusto fascio di luce, per riuscire a fare risaltare quello specchio, che il feng shui impone su quella precisa mattonella piuttosto che su un’altra.
Una casa che si impegna a scacciare via ogni traccia di vita umana perché metti che, all’improvviso, entra qualcuno e mi fotografa?

La casa shakerata

C’era una volta un gigante molto molto cattivo che aveva l’abitudine di viaggiare e portare scompiglio nei paesi in cui si imbatteva. Mangiava forse i bambini? No. Dava fuoco ai raccolti? No. Rubava il bestiame per mummificarlo e usarlo come scacchi? No. Peggio. Lui shakerava le case.
Adocchiava la più ordinata, poi l’afferrava saldamente e a quel punto SHAKE SHAKE SHAKE… e il danno era fatto. Vestiti in cucina, scarpe sul balcone, ombrelli nel bagno e detersivi sul letto.
Proprio un bel birbante questo gigante.

Io non posso negarlo, sono orientata verso la terza tipologia di casa, anche se qualche volta il gigante cattivo passa a trovarci.

E tu invece che casa hai?

Mentre ci pensi ti allieterò con un meraviglioso elenco di “pagine fan” che ho scovato su facebook, tutte rigorosamente attinenti al magico mondo della casalinga moderna:

  1. Spolverare zigzagando tra i soprammobili
  2. Spazzare circumnavigando gli oggetti poggiati a terra
  3. La paletta che cade all’indietro una volta finito di spazzare
  4. Seguire meticolosamente la graduale asciugatura del pavimento appena lavato
  5. Tentare di riparare un apparecchio soffiandoci dentro dopo averlo smontato
  6. Lasciare i panni puliti in lavatrice fino a quando sanno di muffa
  7. Indumenti postmoderni creati in seguito a lavaggi sbagliati in lavatrice
  8. Risolvere il problema dei vestiti accumulati, acquistando un’altra sedia
  9. Inquilina del piano di sopra che organizza gare di corsa sui tacchi in casa
  10. Andare in mutande per casa quando fa caldo
  11. Ansia di sgomberare la cassa dopo la spesa
  12. Il sanguinoso conflitto tra galline vecchie e dadi knorr
  13. Manie di protagonismo del peperone durante la digestione
  14. Sconcerto a tavola causato dalla notizia “è un sugo pronto”
  15. Odio profondo per i veli della carta igienica non allineati
  16. Citofonarmi di domenica mattina NON mi farà cambiare religione
  17. Quelli che per ritrovare il cellulare lo chiamano con il telefono di casa
  18. Perplessità architettoniche della casa molto carina senza soffitto e cucina

Bellissime!

Per e palummo

Da un paio d’anni ho fatto amicizia col vino rosso. Non nel senso di “bottiglia avvolta nel sacchetto di carta e portata con eleganza sotto al braccio”. Ma piuttosto nel senso di “anche io posso berlo su un piatto di carne, senza tentare di digerirlo per i successivi due giorni”.

Proprio a causa di tale novella amicizia (notare il gioco di parole novella-vino novello), ieri sera mi sono nervosamente rigirata tra le mani, un bicchiere di vino, per tipo venti minuti.

E’ andata così:

Dopo aver abbondantemente cenato con linguine alle melanzane e frittata di zucchine, decidiamo di uscire per raggiungere gli amici e andare a bere qualcosa. Quindi lascio il consorte in cucina e vado a prepararmi.

Consapevole dell’arrivo oramai prossimo della calura estiva, decido di indossare un paio di scarpe alte che adoro, ma che dovranno presto finire nel ripostiglio (eggià ora ho il ripostiglio) accanto alle altre compagne invernali.

Ora se sommiamo il tacco alto e il bere qualcosa otterremo una donna confusa. Una che vorrebbe na bella birozza ma che si sente in dovere di avvicinarsi alla cassa, ed ordinare qualcosa di più ricercato.

Donna:”Un bicchiere di rosso grazie”.
Cassa:”Nero d’avola, Per e palummo, Aglianico, Smrefreffl?”
Donna:”(questa scena mi perseguita,dammene uno qualsiasi!) ehm… Ner… uhm… Per e palummo! grazie.

Raggiungo gli altri amichetti sfoggiando il mio elegantissimo bicchiere di vino dal nome già sentito di recente, lo provo e BLEAH!!

Lo sottopongo a 4 assaggiatori e decidiamo che è acido. Così torno dentro scortata dall’amico di turno, ed esprimo le mie lamentele tra gli sguardi perplessi di due barman. Aprono una nuova bottiglia e mi cambiano il bicchiere.

Lo provo di nuovo e.. BLEAH!!

Insomma. Diciamocelo, stu per e palummo è na fetenzia!!

Così tra una lamentela e il desiderio di ‘na bella birozza, la serata prosegue chiacchierando degli anni che passano. Del modo di accettarli e dell’essere fieri o meno di sfoggiare un capello bianco.

Chiacchierata che mi ha provocato delle simpatiche riflessioni mattutine.
Ve le espongo:

Il periodo dell’adolescenza coincide solitamente con la prima storia d’amore. Quella che ci fa piangere 5 volte a settimana, ci fa trattare male tutti i parenti circostanti e ci fa stare ore ed ore al telefono, senza dire niente di importante.

Poi si cresce e arriva il periodo post-adolescenziale con le sue storie post-adolescenziali, più serie, ricche di esperienze, ricche di prime volte.

La prima volta che fai la cacca a casa sua e poi ti aggiri indifferente, cercando di cogliere l’espressione di chi è andato in bagno dopo di te. La prima volta che mentre state facendo una passeggiata romantica, sbatti ridicolmente da qualche parte, ti fai malissimo e cerchi disperatamente di non farlo notare. Oppure la prima volta che, mentre dormite insieme, improvvisamente ti svegli, perché ti accorgi che stai russando come manco Obelix nei cartoni animati.

Che prime volte eh?

E poi gli anni passano e c’è sempre maggiore confidenza, alle volte estrema a mio parere. Le mie orecchie hanno sentito racconti che le mie dita non possono trascrivere. Quindi mi chiedo:

è giusto voler mantenere un minimo di privacy nella vita di coppia, o è meglio far montare due cessi e fare la cacca mano nella mano?

Quelle stupide commedie romantiche

Quando fa freddo e il raffreddore diventa il miglior amico dell’uomo (in questo caso della donna), è bello stare sul divano, avvolta in una morbida copertina, a guardare una di quelle stupide commedie romantiche col finale avvolto nello zucchero.

Poi la commedia finisce e ti ritrovi catapultato nella vita reale di un appartamento mediamente grande abitato da due umani mediamente adulti.

Vai in cucina e ti metti a lavare i piatti, mentre l’altro umano pratica la sacra arte del video-gioco.
Poi vai a pulire il bagno, ma l’altro umano arriva correndo e ci si chiude dentro.

Attendi pazientemente e intanto stendi il bucato: 5 minuti per i vestiti e 20 minuti per i calzini.

Poi senti la porta del bagno che si riapre e finalmente cominci una bella operazione igienizzante e lucidante.
Infine vai a rifare il letto, e ti accorgi che l’altro umano si è chiuso di nuovo in bagno, e quel rumore che senti è il rasoio elettrico, che sta ricoprendo di peli ciò che avevi un attimo prima reso spendente.

E’ a questo punto della settimana che solitamente, nella tua testolina, comincia a prendere forma un altro tipo di commedia, che ha come protagonista il tuo dolce consorte che brucia tra le fiamme dell’inferno.

La vita reale sa essere fastidiosa.

Ho pensato quindi di dare qualche piccolo suggerimento, a tutte quelle donnine che, almeno una volta nella loro vita di coppia, hanno immaginato l’altro ardere negli inferi.

Sei stanca di trovare la biancheria sporca sul pavimento? Smetti di lamentarti e metti la cesta della biancheria esattamente nel punto in cui è solito spogliarsi, la userà. Se poi si spoglia in salotto, che dirti, compra una cesta carina.

Sei stanca di trovare il cappuccio dello spazzolino poggiato sul lavandino perché lui non lo rimette mai a posto? Buttalo! Non morirà per un paio di germi in più.

Sei stanca di stendere milioni di calzini? Compra un paio di piccoli stendibiancheria con le mollettine incorporate e falli stendere a lui mentre tu ti occupi degli altri vestiti.

Odia andare a fare shopping? Vacci con un’amica! Con lui puoi andare in milioni di altri posti.

Odia accompagnarti a fare la spesa? Fai una piccola lista di quello che serve davvero e mandaci lui, da solo sarà velocissimo.

Rassegnati, non lo vedrai mai spolverare, ma sarà bravissimo a farti notare quanta polvere c’è su quel comodino che il traslocatore ha appena afferrato.

Se per caso ha voglia di cucinare, non impedirglielo, mai!

Lui ha un’improvvisa voglia di lavare i piatti? Probabilmente si è reso conto di averti fatto incazzare, è il momento giusto per ricominciare a rivolgergli la parola.

Se vuoi ingenuamente farlo smettere di fare qualcosa che gli piace, è inutile, non smetterà, approfitta per farti una ceretta.

Infine, quando ti sentirai in colpa per averlo immaginato ardere tra le fiamme eterne, ricordati che, prima o poi, lui spontaneamente ti aiuterà a piegare i vestiti asciutti.

E allora si che ti sentirai un mostro.

Le persone sposate

Oggi ho voglia di invidiare le persone sposate.

Quelli che hanno celebrato la loro unione firmando delle carte successivamente riposte in un archivio.
Quelli che poi sono andati a farsi le foto nei parchi e sulle spiagge.
Quelli che hanno portato parenti ed amici ad abbuffarsi di pesce e digestivi.
Quelli che hanno distribuito nelle case dei conoscenti, un inutile oggetto, probabilmente di porcellana e di opinabile bellezza.

Ho voglia di invidiarli perchè per loro è più semplice.

E’ più semplice, non tanto per quanto riguarda il rapporto con i parenti, che di solito, anche se non condividono questa strana scelta di non ufficializzare le cose, comunque ti rispettano e ti prendono sul serio, ma è più semplice per quanto riguarda l’interazione con gli sconosciuti e gli amici.

Gli sconosciuti ad esempio, il 90% delle volte che sentono utilizzare la formula “il mio compagno“, non capiscono. Restano a fissarti. Se poi per praticità, e anche per una pura preferenza linguistica, utilizzi la formula “il mio fidanzato“, allora deducono che sei solo temporaneamente in visita e ognuno vive a casa sua.

La soluzione è una sola, l’espressione corretta è: mio marito.

Mio marito è uscito, può dire a me.
E’ passato mio marito e ha ordinato tale cosa.
Aspetto mio marito, prenda pure l’ascensore.

E’ inutile che fate la classica smorfia, sintesi dell’insinuazione:

lo dici solo perché ti fa piacere chiamarlo così

La verità è che i rapporti con gli estranei, i commercianti, i vicini di casa e simili, diventano estremamente più semplici.
E soprattutto, smettono di chiedervi:

Ma siete studenti?

Discorso più lungo e complesso è da farsi per quanto riguarda gli amici, perchè possiamo dividerli in varie categorie.

Ci sono i CONFUSI, quelli che alla notizia “stiamo cercando casa” ti guardano e ti chiedono “come mai?“. Inarchi un sopracciglio e tenti di formulare una risposta, poi però decidi che la domanda non è pertinente.

Poi ci sono i PREOCCUPATI, che sono invece quelli che si fanno prendere dal panico. Perché se lo fai tu, prima o poi toccherà anche a loro.
Si può percepire lo stato d’ansia crescente, dal tono della voce utilizzata, per formulare la seguente domanda:

qual è la cosa positiva del vivere insieme?

E tu cominci a recitare un lunghissimo elenco di fesserie, assolutamente vere, quanto assolutamente inutili, rendendoti conto, solo il giorno successivo, che hai dimenticato di dire la cosa più ovvia e più importante…

La cosa positiva del vivere insieme, è che vivi insieme.

Ma eccoci al turno degli ENTUSIASTI, quelli che stanno talmente bene con voi, che ancora prima di firmare il contratto d’affitto, verranno a trovarvi per festeggiare.
E non se ne vanno più.
Una specie di figlio prematuro e già grande.
Si, sei tu, sto parlando di te, e no, non puoi venire a cena stasera!

In fin dei conti però, sono quelli che preferisci, perché a furia di prendersi un benvenuto o un vaaquelpaese, sono quelli che ti conoscono meglio, che vengono a prendersi il caffè, e lo portano già fatto.

Sono quelli che ti chiamano almeno tre ore prima, per confermare o disdire un invito, perché diciamocelo chiaramente, aggiungi un posto a tavola è una stronzata. Perché se sposto un po’ la seggiola, sto scomoda, e se divido il companatico, aropp mez’ora teng famm n’ata vot!

Forse mi sto dilungando eccessivamente, quindi riassumiamo.

Questo bisogno di continua chiarezza con gli amici, deriva quindi dalla necessità di essere sempre presi sul serio? E quindi, di affermarsi come nucleo familiare agli occhi dell’umanità circostante? Ma in realtà, quanto di tutto ciò influisce realmente sulla quotidianità di una coppia di vecchia data?

E infine…

Con che frequenza Lei sogna di ritrovarsi Lui che le offre una coppa di champagne con un luccichio sul fondo?

1987

E’ il 1987, piove, una bambina con l’impermeabile giallo è appena stata lasciata a piedi dal pulmino della scuola, ed essendo sprovvista di cellulare, da brava bambina dell’epoca, si ritrova costretta a tornare a casa saltellando sotto la pioggia.
Lungo la strada incontra un piccolo tenero e fradicio gattino che sopra a uno scalino dice:

E ja portami con te che tua mamma ha appena calato la pasta

La creatura si infila il gattuccio nell’impermeabile giallo e lo porta a casa tra la gioia dei parenti.

Era il 1987, e tutte le pianole presenti sul territorio nazionale emettevano felici le note di Hymn di Vangelis mentre milioni di bambini sognavano un gatto bagnato fradicio.

Poi il tempo passa e diventa il 2010.

Torni a casa di sera e scopri che non c’è parcheggio. Così il premuroso consorte suggerisce di cominciare ad aprire il portone mentre lui va parcheggiare in fondo alla strada.

Esci dalla macchina, apri il portone, vai verso l’ascensore e tutta l’orchestra sinfonica della rai attacca a suonare.

doo re miii… fa sol la soooool…

Lui sta lì che ti guarda con gli occhioni sbarrati dal tappetino dell’ascensore e dice:

MIAO!

E tu ti intenerisci, lo prendi in braccio, lo porti in casa, e cuoci la pasta. O almeno questo è quello che avrebbe desiderato il mio consorte gattofilo.

Purtroppo non è andata così, mi sono limitata a salutare il gatto come se fosse un comune condomino, scavalcarlo e chiamare l’ascensore.

Lo so, sono un mostro.

Una donna senza cuore, che antepone la sua allergia alla comune necessità di possedere un felino.

Mi hanno suggerito di prendere degli antistaminici o provare rimedi omeopatici. Mi è stato fatto notare che non sono allergica a tutti i tipi di gatti. Hanno detto che adesso ho la casa abbastanza grande per metterci anche un gatto, che in fin dei conti è autonomo e non c’è bisogno di stargli dietro come ad un cane.

Com’è che nessuno ha considerato la remota ipotesi che, forse forse, tutta ‘sta necessità di mettermi una bestiola in casa non ce l’ho?

Stranezze della vita.

L’uomo della mia vita

Quando una donna elegge lo sventurato di turno al grado di uomo della mia vita nell’80% dei casi, in quello stesso istante, nella sua mente scorrono velocissime le seguenti immagini: modello del vestito da sposa, casa, cane, gatto, altro animale a scelta, vacanze invernali, vacanze estive, vestiti e acconciature per future figlie femmine, festa a sorpresa di compleanno possibilmente in spiaggia con lui trasformato in perfetto surfista californiano e tipico litigio in cui lei se ne va, lui le corre dietro, l’afferra, la bacia e vissero felici e contenti.

Poi passa il tempo e i gusti cambiano.

Allora mentre passeggiate mano nella mano, rinnovi mentalmente il modello del vestito da sposa.

Chissà lui che pensa, chissà se pensa, ma non importa, sei felice e ti senti fortunata.

Finché non te lo fa notare sua nonna. Ogni volta che mi afferra e mi dice con voce carica di orgoglio nonnesco “Tu sei una ragazza fortunata” mi sale un nervoso che non si può immaginare.

Continuo a fare di si con la testa e guardo con astio il mio dolce consorte.

Sarà che sotto sotto vorrei che lui esclamasse:

“Anche io! Anche io sono fortunato! Oh tu soave creatura che illumini le mia giornate con un sorriso e un piatto di riso e zucchine! Tu dolce donzella che mi lavi le mutande e ridi con me mentre ci rimbambiamo sul divano a forza di serie TV! Oh fedele fatina della casa! Meno male che ci sei!”

Eggià qualche volta ho dei pensieri leggermente pomposi.
Ma giusto qualche volta.

Comunque forse in quello che ho scritto c’è un errore, si, ho sicuramente sbagliato qualcosa, ma cosa?

Ah si, giusto…
La percentuale all’inizio.
Ovviamente è più alta, anche se conosco persone capaci di negarlo all’infinito.

Questo proprio non me lo spiego, che c’è di male ad ammettere che siamo cresciuti rimpinzandoci di film a lieto fine, traboccanti di romanticherie che non vediamo l’ora di ricreare nella nostra vita quotidiana?

Perché la vita quotidiana è stressante, è difficile e non sempre è piena di soddisfazioni.

E allora dopo queste frivole riflessioni andrò in cucina a preparargli un caffè tanto per farmi dare un bacetto in più. Ruffiana.

Sciò sciò ciucciuè

Ho appena letto lo stato di un amico su facebook e ho sorriso.

Fa riferimento al detto napoletano
Sciò sciò ciucciuè
formula scaramantica tipicamente terrona recitata per scacciare la cattiva sorte

Questa cattiva sorte che ci perseguita. Che ci rende la vita complicata, che interferisce sulla salute, sulle questioni sentimentali, e spesso e volentieri ci lascia senza un soldo.

Ma bene o male riusciamo sempre a tirare avanti. E trasformiamo i momenti di sfiga in simpatici aneddoti da raccontare agli amici. Così è nato questo blog. Proprio per esorcizzare la ciucciuettola che ci svolazza sulla testa, dal giorno in cui ci siamo detti “andiamo a vivere insieme“.

Immediatamente ci siamo ritrovati una specie di famiglia allargata costituita da:

  • la novella convivente
  • il novello convivente
  • il dirimpettaio che viveva sul balcone difronte e ci guardava in casa
  • sua moglie che sbatteva i tappeti ogni volta che stendevo i panni e non diceva mai buongiorno
  • i suoi figli e il loro impianto stereo assordante che ci costringeva a tenere chiusi i potenti infissi di alluminio anche il 15 agosto.

E inoltre:

  • la signora urlante del piano di sopra
  • il figlio della signora urlante e i suoi giocattoli da pavimento che contribuivano al sonoro di tutti i nostri film
  • il marito della signora urlante che talvolta urlava più della moglie

E poi ancora:

  • i vicini dal lato della camera da letto e i loro rumorosi litigi
  • le blatte che infestavano il vicolo
  • i microorganismi bianchi in gita turistica sul piano della cucina
  • e ovviamente… la ciucciuettola

Così ogni giorno c’era qualcosa che ti faceva saltare i nervi e metteva a dura prova il famoso “per sempre felici e contenti“.

Le pagine del blog aumentavano e gli amici ridevano. Così, la macchina che smarmitta fumo bianco e ti lascia a piedi per tutto il periodo natalizio sembra meno grave. Perchè lo racconti e gli altri ridono. Anche il PC che improvvisamente smette di funzionare, proprio mentre devi consegnare un lavoro, e magicamente riprende a funzionare quando non ti serve più, sembra meno grave. Anche lo scarico del water, che si ottura il giorno prima della cena con i parenti e che riesci a sturare poco prima del loro arrivo diventa una sciocchezza, perchè quando lo racconti fa ridere.

E così a forza di far ridere, mi è stato fatto notare che i miei ultimi capitoli sono un po’ sotto tono.

Ferita nell’orgoglio di scrittrice, mi sono subito concentrata nel cercare di ricordare qualcosa di assurdo e di sfigato da scrivere sul blog per far tornare il sorriso ai miei lettori.

Ho pensato al famoso mobiletto del bagno (quello che non si chiude) e al fatto che mio cognato è venuto a soccorrermi armato di levigatrice. Ma visto che non ci sono state esplosioni o inaspettate invasioni aliene durante l’operazione, non ho modo di trasformarlo in “episodio divertente”.

Ho pensato quindi al giorno in cui abbiamo messo il lampadario del salotto.
Ci sono volute circa 5 ore, numerosi tentativi di buchi col trapano per evitare la trave di ferro che attraversa il solaio, e innumerevoli imprecazioni sul fatto che assieme alle case non ti danno anche una bella mappa con tutti i punti in cui non si può trapanare.
Ma anche questo episodio non è divertente. Al massimo un po’ sfigato, se consideriamo che durante il montaggio ho rotto la lampadina. Una lampadina che l’anno scorso abbiamo pagato 20 euro da Leroy Merlin e che il ferramenta qui vicino mi ha dato per 5 euro.

E allora ho pensato alla targhetta della porta e che la casa nuova ci ha fatto venire voglia di comprarla.
Poi però quando siamo andati a ritirarla, ovviamente un cognome era sbagliato e abbiamo dovuto aspettare che la rifacessero.
Che poi quando l’abbiamo avvitata alla porta le viti rimbalzavano fuori e abbiamo dovuto tentare più volte.
E alla fine l’abbiamo guardata e ci siamo sorrisi.

Ma questo per voi non è divertente.

E allora ho pensato, ho pensato e ho pensato, e non ho trovato niente di tragicomico da raccontare per farvi sorridere, e mi sono dispiaciuta, ma poi ho riflettuto, e ho capito.

Ho capito che la ciucciuettola, dopo aver lavorato così duramente, aveva bisogno di un po’ di vacanza. E l’ho capito mentre scrivo comodamente seduta su divanetto, che è stato finalmente spostato nella stanza studio.

Allora mi accendo una sigaretta e guardo fuori dalla finestra…

E c’è il panorama, una montagna verde, ed è bello, non è divertente, è bello.