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Meteoropatia

Oggi il cielo è completamente grigio. Raffiche di vento e pioggia si abbattono violentemente sui vetri delle finestre facendomi venire la sindrome del porcellino nella casa di paglia.

In strada un paio di persone che tentano di convincere i loro ombrelli a non partire per mondi lontani, mi fanno tornare in mente vecchie esperienze.

“Facciamo una corsa che sta cominciando a piovere”
“Non ti preoccupare ho il mio nuovo e strafigo ombrello giallo, è antivent..”

SWOOOSHCRASHWOOOOOS
(il suono che fa l’ombrello antivento quando passa a miglior vita)

Oggi è il 6 marzo ma sembra il 3 gennaio, quindi non sono poi così in ritardo con la pubblicazione del primo racconto dell’anno.
Non che non avessi nulla da dire, figuriamoci.

Io ho sempre qualcosa da dire. Su tutto.

Potrei parlare per ore e cominciare ogni singola frase dicendo: Secondo me no.

Ma non posso farlo. Non si può scrivere tutto della vita, se pensi di scriverlo su un blog con tanto di nome e cognome e che viene letto da parenti e amici.

Quindi oggi per quieto vivere parleremo del fatto che, in una giornata tipicamente invernale, fredda, grigia e piovosa, alle 11:00 del mattino un inaspettato DIN DON mi ha fatto esclamare:

“e mò chi cazz’ è?”

A sto punto la vorreste la buffa novella del parente lontano che mi invade la casa con 9 figli, cane, gatto e canarino. Ma invece no, mi spiace, in famiglia siamo pochi e di solito telefoniamo prima.

Avete dunque incrociato le dita, ripiegando sull’avventura condominiale. Tipo quella volta che il vicino è rimasto chiuso fuori, oppure quell’altra volta che bisognava spostare la macchina per non farla rimuovere.

E invece no, sono mortificata, erano i testimoni di geova.

I testimoni di geova sono quelle strane creature che ti citofonano la domenica mattina. Che bussano alla tua porta nei momenti meno opportuni, che vanno sempre in giro in coppia e che se ti vedono correre come manco Bolt verso la fermata del pullman, ti acchiappano e porgendoti un libretto ti dicono:

“Hai un minuto?”

MA TI PARE IL MOMENTO???

Sono persone strane. Mi piacerebbe fargli delle domande. Tipo se percepiscono uno stipendio come gli altri lavoratori porta a porta. Se ci credono davvero alle cose che dicono e se ci hanno mai riflettuto. Se hanno una sorta di bonus quando convertono qualcuno.

Una volta mi sono trovata davanti una della mia età. E’ stato strano.

“Ciao se hai un minuto volevamo parlare con te…”
“No guarda, grazie, io non sono religiosa”

Solitamente finisce qui ci si dice arrivederci e ognuno torna alle sue cose. Invece questa ha sgranato gli occhi e ha escamato:

“Quindi pensi che veniamo dalle scimmie!?!?!”

Io sono rimasta un attimo a guardarla perché non me l’aspettavo che facesse così.
Ho detto brevemente una frase ma lei ha rilanciato con la bibbia e mi sono stufata.

Vabhè sono scelte di vita, non le condivido ma posso provare a rispettarle. Di solito rispetto chi la pensa in modo diverso.

Comunque oggi è una giornata grigia, piovosa e il mal tempo mi mette di pessimo umore. Quindi non gli ho aperto.

Un restyling in 6 semplici passi

Era tanto che ci pensavo e finalmente nelle ultime due settimane mi sono dedicata ad un leggero restyling della mia umile dimora.

Niente di particolare, giusto qualche modifica in camera da letto, bagno e corridoio.

Alle volte basta davvero poco per trasformare una stanza. Si può semplicemente sostituire una tenda, posizionare millimetricamente un cuscino su un tappeto come se fosse caduto lì per caso, comprare un buffo portavaso per una piantina (che se tutto va bene durerà 15 giorni) e immediatamente ci sentiamo soddisfatti. L’ambiente appare più fresco, svecchiato e piacevole.

Altre volte però bisogna apportare delle modifiche, soprattutto funzionali e non semplicemente estetiche.
E le modifiche funzionali, quelle che preferisco, si fanno unicamente in un modo: trapano, giravite, livella e un paio di mobili Ikea.

Questa volta, prima di operare in modo frenetico e confusionario, ho fatto tesoro della saggezza popolare che recita “a gatt pe ji e pressa facette ‘e figlie cecate” e ho preso le mie decisioni con estrema lentezza, buttando giù una lista (sai che novità!).

STEP ONE:

Ho fatto una lista delle cose che non andavano.
Poi ho riflettuto.

Ho aperto il sito di Ikea e ho creato un “Elenco degli acquisti” inserendo tutte le cose che in quel momento mi sembravano utili e belle.
Poi dopo qualche giorno l’ho modificato.
Dopo qualche altro giorno l’ho praticamente dimezzato.
Dopo ancora altri giorni, ho fatto delle sostituzioni e, finalmente, l’elenco è completo, definitivo e come si dice… ponderato? Si ci sta bene, ponderato.

STEP TWO:

Superata la parte teorica, bisogna passare all’azione e rimboccarsi le maniche. Quindi faccio una capatina in ferramenta e compro tutto quello che mi serve per imbiancare il corridoio.

Il corridoio, come ho appreso dai numerosi siti di arredamento presenti nella rete, è tipo la parte più importante della casa. Uno pensa sempre:

Vabhè ma è solo il corridoio. Sticazzi del corridoio. E’ finita la vernice? E lasciamolo mezzo bianco e mezzo giallo, tanto è il corridoio, chi lo guarda??

Solo il corridoio? SOLO IL CORRIDOIO???

A quanto pare se il corridoio di casa tua coincide con l’ingresso, questo è la prima cosa che vedi entrando, e l’ultima che vedi uscendo!! E se non è accogliente è una tragedia!!
Ti lascia quel senso di malessere, spossatezza. Insomma, io inconsciamente per un anno sono stata interiormente male per il corridoio e non lo sapevo neanche.

Non si può fare finta di niente dopo aver appreso una cosa del genere. Quindi sfodero i miei 10 euri e compro 2,5 litri di bianco.

Tornata a casa faccio una riflessione sul battiscopa del corridoio, e siccome in alcuni punti mancano dei pezzi (pezzi che forse i precedenti inquilini amavano particolarmente e quindi hanno deciso di portarseli via) decido che la soluzione migliore è staccarli tutti.
Vabhè non proprio tutti, solo quelli della parete di fronte la porta.
Vabhè non è una mia decisione. L’Uomo di casa me lo aveva già proposto l’anno scorso, ma io non l’ho assecondato, e ora tocca farlo a me.
Devo staccarli con giravite e martello e poi stuccare la parte di muro rovinata che esce da sotto.

– voce al telefono –
Mi raccomando, non lo fare con lo stucco, che poi si spacca, devi comprare il “non mi ricordo che ha detto“.

– altra voce –
Ma perché invece non ne compri uno di legno? Di quelli che si tagliano a metro e si attaccano con la colla e si fa tanto prima?

Noncurante delle voci, comincio la mia operazione di rimozione e successiva ricostruzione a stucco.

Poi, intanto che si asciuga lo stucco, smonto il pesante attaccapanni in ferro battuto e chiedo aiuto all’Uomo di casa, per estrarre con la sua forza bruta i fischer rimasti nel muro. Lui però comincia a lamentarsi della sparizione di una pinza col becco piegato, che con quella si fa prima e che c’è stata una diaspora degli attrezzi.
Gli faccio notare che se uno dice “diaspora” è troppo intellettuale per maneggiare degli attrezzi e lo mando via.

Così, finite le operazioni di stuccaggio e scartavetramento, procedo con due belle mani di bianco sulla parte che avevamo lasciato precedentemente gialla.
Il mio nuovo candido corridoio appare già più bello.

Nonostante lo stucco spaccato al posto del battiscopa.

STEP THREE:

E’ arrivato il momento di andare all’Ikea a predere il necessario per il restyling, stampo l’elenco degli acquisti e chiamo l’amico di turno per una proposta:

Se quando torniamo ti fai trovare giù da me per aiutarci a scaricare la macchina ti preparo una buonissima cenetta.

Lui accetta e la mia schiena ringrazia.

Arriviamo all’Ikea e sembra assurdo, ma diluvia.
Mi viene da ridere, è incredibile, è come se ci fosse uno strano collegamento con la pioggia e il portabagagli.

Portabagagli: mi devono riempire, sei pronto?
Temporale: si si ecco, preparo altri due fulmini e arrivo…

Fortunatamente dura poco, e i nuovi acquisti restano asciutti.
Preparo un bel risottino funghi e salsiccia, per ricompensare i sollevatori di cassettiere Malm.

STEP FOUR:

La mia insana passione nei confronti dei mobili da montare credo sia legata alla carenza di costruzioni Lego nel corso della mia infanzia. Difatti, l’enorme quantità di plastilina manipolata a suo tempo, mi permette di non avere oggi nessunissima necessità di fare la pizza in casa.

Fatta questa fondamentale riflessione, monto (con qualche difficoltà) una stupenda panchetta in legno e un bellissimo scaffale coordinato che trasformano il mio bagno in una specie di saunetta.

Giusto il tempo di fare una foto figa da mettere nell’album “cambiamenti casalighi”, che sento un rumore familiare. Ebbene si, si sta facendo la barba. Dev’esserci qualcosa nel profumo del Viakal che lo attira verso il bagno in modo particolare.

STEP FIVE:

Sistemato il bagno bisogna operare sulla camera da letto.
Il cambiamento progettato è minimo e si limita all’aggiunta di una seconda cassettiera.

La prima idea prevedeva l’espansione dell’armadio, da 3 a 4 ante, poi valutando i fattori ingombro/trasporto/costo/ sono giunta alla conclusione che una seconda cassettiera sarebbe stata la scelta migliore, funzionalmente ed esteticamente parlando.

Il problema era solo metterla esattamente come avevo pensato di metterla.

Certo che suggerimenti alternativi ne ho avuti. Li ho anche condivisi con l’Uomo di casa, come fanno tutte le brave coppiette, a tavola, davanti un buon piatti di maccheroni.

Io: Sai più di qualcuno mi ha suggerito di metterle separate le due cassettiere e non vicine come avevo pensato di fare.
Il mio raffinato consorte: In che senso?
Io: Bhè, alternate: cassettiera, armadio, cassettiera…
Il mio raffinato consorte: Essì… accussì facimm ‘o cazz miezz ‘e palle!!!

(Io che per ridere quasi mi affogo con un maccherone)

Dopo questa conversazione forbita, procediamo col disporre i nostri giganti pezzi di tetris.
Apparentemente è facile perché basta spingere l’armadio fino alla fine della parete e poi metterci accanto le due cassettiere, ricoperte da un enorme vetro, così da sembrare una sola.

Praticamente la sequenza è questa:

Svuoto l’armadio da tutti i vestiti.
Separo le due strutture che si dividono così in una da 100cm e una da 50cm.
Spingiamo prima quella da 100cm fino alla fine della parete.
Ci accorgiamo che l’anta non si apre completamente a causa della sporgenza del cassonetto della persiana.

Diciamo brutte parole rivolgendoci al cassonetto.

Riflettiamo.
Ri-spostiamo la struttura da 100cm.
Prendiamo la struttura da 50cm, le rigiriamo l’anta e la infiliamo tra il muro e quella da 100cm.
Esultiamo.
Monto la cassettiera e la sistemo proprio dove volevo.

Detta così sembra facile…
E’ stato faticosissimo, ma alla fine il risultato mi piace un sacco.

Certo ora quel piccolo quadretto a specchio attaccato lì da solo non ci sta tanto bene. Meglio rimuoverlo e metterlo da un altra parte. Certo che, se lo appiccichi al muro con il biadesivo, poi te lo devi pure aspettare che quando tenti di toglierlo viene via mezzo muro. La soluzione migliore è fare finta di nulla, prendere altro biadesivo, rimettere il quadretto esattamente dov’era e uscire dalla stanza fischiettando.

STEP SIX:

Uscendo dalla stanza da letto, ho pensato bene di arraffare la panchetta che utilizzavo per metterci i vestiti la sera. Al posto della solita sedia. Non sono mai riuscita a capire bene cosa vorrei per metterci i vestiti, ma prima o poi una soluzione bisogna trovarla.
Insomma, ho afferrato la panchetta e ho deciso di metterla nel corridoio, così, tanto per portare avanti il concetto di “ambiente accogliente e rilassato“.
Ho montato i nuovi e meno invasivi attaccapanni e mi sono data alla verniciatura del mobiletto portaoggetti da collocare di fronte alla porta.

Ve lo ricordate quello sfigatissimo mobiletto bianco del bagno che ne ha passate di tutti i colori tra levigature e maledizioni varie? Quello che ha rischiato di essere buttato fuori di casa più e più volte? Quello che tutti su internet sfoggiano nei loro blog nella categoria “before and after“.

Bene.
Io ho un Blog e un mobiletto Rast.

Quindi ecco a voi la prima cosa che vedo entrando e l’ultima che vedo uscendo:

mobiletto

..che culo eh?

1987

E’ il 1987, piove, una bambina con l’impermeabile giallo è appena stata lasciata a piedi dal pulmino della scuola, ed essendo sprovvista di cellulare, da brava bambina dell’epoca, si ritrova costretta a tornare a casa saltellando sotto la pioggia.
Lungo la strada incontra un piccolo tenero e fradicio gattino che sopra a uno scalino dice:

E ja portami con te che tua mamma ha appena calato la pasta

La creatura si infila il gattuccio nell’impermeabile giallo e lo porta a casa tra la gioia dei parenti.

Era il 1987, e tutte le pianole presenti sul territorio nazionale emettevano felici le note di Hymn di Vangelis mentre milioni di bambini sognavano un gatto bagnato fradicio.

Poi il tempo passa e diventa il 2010.

Torni a casa di sera e scopri che non c’è parcheggio. Così il premuroso consorte suggerisce di cominciare ad aprire il portone mentre lui va parcheggiare in fondo alla strada.

Esci dalla macchina, apri il portone, vai verso l’ascensore e tutta l’orchestra sinfonica della rai attacca a suonare.

doo re miii… fa sol la soooool…

Lui sta lì che ti guarda con gli occhioni sbarrati dal tappetino dell’ascensore e dice:

MIAO!

E tu ti intenerisci, lo prendi in braccio, lo porti in casa, e cuoci la pasta. O almeno questo è quello che avrebbe desiderato il mio consorte gattofilo.

Purtroppo non è andata così, mi sono limitata a salutare il gatto come se fosse un comune condomino, scavalcarlo e chiamare l’ascensore.

Lo so, sono un mostro.

Una donna senza cuore, che antepone la sua allergia alla comune necessità di possedere un felino.

Mi hanno suggerito di prendere degli antistaminici o provare rimedi omeopatici. Mi è stato fatto notare che non sono allergica a tutti i tipi di gatti. Hanno detto che adesso ho la casa abbastanza grande per metterci anche un gatto, che in fin dei conti è autonomo e non c’è bisogno di stargli dietro come ad un cane.

Com’è che nessuno ha considerato la remota ipotesi che, forse forse, tutta ‘sta necessità di mettermi una bestiola in casa non ce l’ho?

Stranezze della vita.

Piacere, Contratto.

Quando pronunciamo la parola “casa”, solitamente, tendiamo ad associarla a sensazioni rassicuranti: un bagno caldo e rilassante, una bella porzione del nostro piatto preferito, la tranquillità del poter fare quello che vogliamo e di non fare quello che non vogliamo.

Ma tutto questo benessere ha sempre un prezzo, e anche un nome, si chiama Contratto.

C’è il contratto d’affitto, che ti permette di avere la casa, poi quello dell’acqua, così puoi lavarti, poi quello del gas, così puoi anche cucinare, e quello della luce, della spazzatura, del telefono e chi più ne ha più ne metta. Anzi, chi più ne vuole più ne faccia!

Tanto non bisogna neanche cercarli, perché sono loro che trovano te.

Squilla il telefono? E’ sicuramente Sky che tenta di rifilarti il pacchetto calcio.

Suonano alla porta? E’ sicuramente quello della Folletto che tenta di rifilarti un aspirapolvere, ma questo non c’entra..

Suonano ancora alla porta? Apri conciata come una colf:

  • mollettone tra i capelli
  • tutina macchiata
  • un elegantissimo paio di guanti Marigold a proteggere le tue delicate manine che impugnano uno scopettone per lavare il pavimento

Ti ritrovi davanti un omino Wind che ti guarda sorridente e ti chiede:

“C’è la mamma?”

Ti trattieni dal picchiarlo con lo scopettone.

Poi capita che suonano alla porta ed è un omino Enel, e ti fa piacere, un po’ perché ti chiama Signora, e un po’ perché il precedente inquilino, ha avuto la simpatica idea di andarsene senza chiudere il contratto con il SUO gestore di fornitura di energia elettrica.

Mi spiego meglio.

Per via del libero mercato, se il precedente inquilino se ne va senza chiudere il contratto (e senza avere intenzione di farlo), tu, sfortunato nuovo inquilino, devi prima diventare cliente del gestore del precedente inquilino, e poi, successivamente, puoi sceglierti il gestore che preferisci.

Tenersi il gestore dell’altro inquilino e basta no? Direte voi.
No, diremo noi, che abbiamo abbracciato l’omino Enel dicendo:

“Ti prego riprendici con te! ti vogliamo bene!”.

Tra una bussata di porta di qua e una telefonata di là, le nostre giornate estive trascorrono tranquille, senza impegni e senza vacanza, perché certe volte devi scegliere, o fai il trasloco, o fai la vacanza, tutt’e due no perché sennò ti spari le pose*.

Poi la mia mamma mi propone di passare 3 giorni al mare con lei, e io veloce come un lampo prenoto albergo e traghetto, mentre l’Amato consorte cerca nell’armadio la canottiera macchiata di sugo.

Che è successo stavolta? Si chiederà qualcuno.

E infatti, puntuale come un orologio svizzero, due giorni prima della partenza, addio calura estiva e si scatena il diluvio universale.

Dalla finestra osservo la strada sottostante, che piano piano si trasforma in un fiume in piena, dove flaconi vuoti di detersivo navigano spensierati verso nuovi lidi. Poi arriva l’Amato consorte e mi fa:

“Ma lo sai che l’ultima volta che ha fatto così è stato quando è andata via la corrente 3 giorni?”

Tempo 5 minuti, se ne va la luce.

E’ assurdo! sembra quasi che la mia assenza, o la mia potenziale assenza, sia collegata alla centrale elettrica del palazzo!

Pazientemente ci armiamo di buona volontà per trascorrere una simpatica serata a lume di candela.

L’unica candela che c’è in casa è Tindra, una di quelle profumate di Ikea che però c’ha lo stoppino consumato e fa una luce inutile. La spegniamo.

Optiamo per una bella partita a NintendoDS. E’ un po’ accecante, li spegniamo.

Intanto…

Il panico da vacanza rovinata e assenza di elettricità, per non si sà quanto tempo, comincia ad aumentare. Così fantastichiamo su soluzioni alternative, tirando fuori la nostra parte peggiore:

  • una serie di kamikaze pronti a darsi fuoco per fare luce
  • un generatore a ruota con all’interno un instancabile cinese a mo’ di criceto…

Quando all’improvviso, mi capita sott’occhio (perché in verità dalla strada un po’ di luce entrava) la cartellina col contratto del nostro vecchio amico omino Enel.
L’afferro, la giro, eccolo! C’è il numero di telefono, ora li chiamo, si ma il cordless non funziona, aspetta, da qualche parte c’è un vecchio telefono fisso, fammi concentrare, dove l’ho messo, si è sicuramente lì, lo prendo, fammi luce, eccolo!

Risponde il robottino che mi dice che il guasto verrà riparato in 15 minuti.
Uhmmm…

Nell’attesa decidiamo di scendere a prendere una birretta al bar e di berla sul pianerottolo, che sinceramente il nostro pianerottolo è veramente accogliente, e passiamo un piacevole quarto d’ora in mezzo alle scale.

Poi all’una di notte torna la luce, e il tempo piano piano si rasserena.

La mia vacanza è salva e anche i 3 giorni di autogestione del consorte, che indossa soddisfatto la sua famosa canottiera.

*mettersi in mostra, pavoneggiarsi

La squadra

La mattina del giorno del trasloco la sveglia attendeva che si facessero le sette per cominciare a suonare, io attendevo con gli occhi sbarrati che cominciasse a suonare per alzarmi dal divano-letto di mamma.

Giusto il tempo di fare colazione e siamo pronti per andare a casa vecchia ad aspettare i traslocatori.

Il tempo non promette niente di buono e mentre siamo in macchina, qualche timida gocciolina comincia a posarsi delicatamente sul parabrezza. Io intanto comincio a fantasticare.

Sarà un camion grande? Saranno puntuali? Chissà di che colore è… Oddio ECCOLO!

I traslocatori sono un po’ in anticipo, meglio così, salto fuori dalla macchina mentre il Driver parcheggia e con una breve corsetta, molto poco da signora, vado a presentarmi alla Squadra.

Io lo so che, se adesso scrivo che dopo 10 minuti pioveva, tutti i lettori di questo blog cominceranno a credere che lo faccio apposta e che magari quel giorno, c’era un sole che spaccava le pietre, ma invece no, giuro, ho dei testimoni, il 21 giugno 2010 alle 8:30 c’era il diluvio.

Apro la porta di casa e i 4 componenti della squadra si trasformano istantaneamente in Diavoli della tasmania. Cominciano a svitare, imballare e portare fuori ogni cosa che trovano, ad una velocità assolutamente per me inconcepibile a quell’ora del mattino. In un quarto d’ora metà dei pacchi non c’erano già più, ma nonostante ci fosse più pavimento libero, io ero comunque d’intralcio.

Sul balcone non potevo starci, perché altrimenti mi sarei completamente inzuppata di pioggia, e così decido di uscire sul pianerottolo. Proprio mentre comincio a muovermi verso la porta, sento una frase che mi pietrifica:
Ooh! cà s’ sta allagann’ o camion!*

Prego??? Cosa??? Non mi muovo, non parlo, mi dispero mentalmente.

Immagino tutti i miei scatoloni che affogano in decine di metri cubi d’acqua.

Poi, giusto il tempo di riprendere fiato, farsi coraggio e scendere nell’androne del palazzo per scoprire la verità: i miei pacchettini sono tutti al sicuro!
Felici ed asciutti ricoprono il 98% della superficie dell’androne con immensa felicità del portiere.

Visto che il camion è parcheggiato a retromarcia e leggermente in salita, la pioggia cade verso l’interno perché c’è vento e i traslocatori devono asciugarlo e chiuderlo finché il diluvio non si placa. Tornano in casa e tra un caffè e una sigaretta approfittano per continuare a smontare i mobili.

Io cerco di fare la danza del sole, sempre mentalmente, ma soprattutto cerco di non farmi venire un infarto ogni volta che sento un rumore. Lui ride ogni volta che mi agito e mi rassicura. Io ogni volta gli dico: “Vai a vedere! Vai a vedere!“.

La squadra ne approfitta per prendermi un po’ in giro e parlare malissimo dei mobili Ikea che non sono fatti di legno ma di schifezze pressate assieme e poi si intrattengono pungolandosi con il famoso maligno (una mazza di scopa con sopra una marionetta di un diavolo rosso che Lui conserva da quando era piccolo).

Finalmente il tempo migliora e smette di piovere.

Rapidi come se stessero sollevando pacchi di tovaglioli carta, caricano il camion e, con immensa felicità del portiere (stavolta sul serio) mettiamo in moto e ci dirigiamo verso la casa nuova.

Velocità media 20km/h.

Arrivati a destinazione, dopo qualche problema di parcheggio, la squadra comincia a scaricare i mobili e incontra i vicini…

– Mi raccomando non mettete i mobili nell’ascensore.
-Non si preoccupi mettiamo solo i pacchetti leggeri.
-Arrivederci.
-Arrivederci.
…si apre la porta dell’ascensore ed esce il frigorifero…

Sono andati via alle quattro, dopo aver rimontato camera da letto e cucina.

Mi sono divertita, ero inutilmente spaventata da tutta questa faccenda del trasloco, ora bisogna solo rimettere a posto i vestiti, le stoviglie e comprare una nuova lista di finitura per la cucina perché:

“Questa non va bene, è troppo brutta, non te la monto!”

*si sta allagando il camion

L’intenzione di un blog

Quando ho creato questo blog, la mia intenzione era quella di tenere un diario, più o meno cronologico, degli avvenimenti belli e brutti, che si stavano verificando durante questa esperienza di convivenza.

Già dal secondo racconto però, faccio riferimento a cose accadute in diversi mesi. Quindi addio ordine cronologico e decido di dividere la storia per argomenti. Scelta carina dal punto di vista narrativo, ma limitante dal punto di vista quantitativo, se consideriamo che in 15 mesi ho scritto solo 11 volte.

Che si fa a questo punto?
Si volta pagina e si ricomincia, continuando a scrivere per argomenti, ma cercando di farlo con più costanza, ma soprattutto… cambiando casa!

Ebbene si, ci trasferiamo!

Ovviamente il primo che mi chiede “come mai?” paga da bere.

L’idea, che in verità ci frullava in testa da agosto, si è concretizzata 3 mesi fa, quando siamo andati a trovare una coppia di amici nella loro nuova casetta.
Una casa molto bella, silenziosa, grande e soprattutto molto economica.
I miei occhi dicevano “invidiaaaa”, mentre le mie parole dicevano “auguriiii” e subito dopo, ho guardato il mio compagnuccio, sfoderando la versione migliore della mia espressione “sono un gattino abbandonato piove e muoio di fame ti prego portami con te”.

Non so se è stata la casa, la mia faccina o il prezzo del loro affitto, ma la cosa fondamentale è che dopo quel caffè, abbiamo cominciato a contattare le agenzie immobiliari.

Indovinate com’era il tempo quando siamo andati a vedere la prima proposta?
Esatto, pioveva. Anzi, per qualche minuto, addirittura grandinava.

I capelli bagnati, le scarpe carine bagnate, il tipo è in ritardo, o siamo noi in anticipo, insomma tanto nervosismo, ma appena si apre la porta, l’unica cosa che penso è: la voglio!

L’ho pensato per le successive 4 case, e a quel punto, la nostra proprietaria ha ricevuto la lieta novella della nostra migrazione.

Eccoci qui:

2 mesi per trovare una nuova casa, bella, grande ed economica.

Cerchiamo, cerchiamo e finalmente ce la propongono, ed è bellissima…

In una stradina silenziosa, con stanze grandi e rifiniture perfette, mezzi pubblici vicinissimi, due balconi grandi… la prendiamo? la prendiamo? la prendiamo?

No, non la prendiamo. E’ troppo distante dal centro ed è un piano terra.
Quasi piango.

Eccomi qui:

1 mese per farmi piacere una casa diversa da quella.

Con un po’ di concentrazione ci sono finalmente riuscita. L’ho vista due volte, la prima l’ho ignorata, la seconda mi è piaciuta. Un po’ perché dopo aver visto 10 case ero stanca, un po’ perché il tempo trascorre veloce e non volevo ritrovarmi a dormire in strada abbracciata al frigo, e un po’ perché effettivamente è grande e luminosa.

Insomma è tutta gialla e un po’ disastrata, però bella!

L’importanza di un diario

Tenere un diario è una buona abitudine.
Se annoti giorno per giorno le tue avventure, puoi periodicamente analizzare il corso della tua vita e scegliere di esclamare qualcosa di positivo e auto celebrativo. Oppure un semplice “ma che palle peròòò!!”

Da circa un anno tengo un diario mentale, perché sono stata troppo pigra per avere la costanza di annotarlo quotidianamente con una penna o una tastiera. Ma ora è giunto il momento di tirarlo tutto fuori, prima che la mia leggendaria memoria da elefante cominci a fare cilecca.

Tutto comincia in un pomeriggio di gennaio.
Piove.

Spulciando gli annunci immobiliari ne salta fuori uno davvero interessante, soprattutto perché sembra di un privato e non di un’agenzia. Fissiamo un appuntamento per il giorno seguente e invece della tanto bramata padrona di casa, ci ritroviamo davanti gli agenti immobiliari.
Piove.

La casa è piccola ma molto carina.

Ristrutturata, riscaldamento autonomo con caldaia e termosifoni nuovi di zecca, le luci di emergenza nell’ingresso e in salotto, vicina ai mezzi pubblici, con la portineria aperta mattina e pomeriggio, con il tabaccaio sotto casa, con un bel balcone grande, con i pavimenti carini, con la porta blindata.
Insomma potevamo mai lasciarla a qualcun altro?
Assolutamente no.

E comincia l’avventura.

E comincia ovviamente da Ikea!

Perché? Perché ti offre cose carine e resistenti a prezzi contenuti. Ma soprattutto perché ha un sito web che ti fa diventare folle! Ti fa chiamare i mobili per nome come se fossero i tuoi migliori amici, ti fa sommergere il tuo compagno di fogli stampati. Così, puoi fargli vedere anche per la strada, quanto sei stata brava a creare un armadio gradevole alla vista, molto spazioso e super-economico!

Insomma, solo dopo aver visto tutte le sezioni del sito, compresa quella bambini, e non perché tu abbia l’imminente bisogno di moltiplicarti, ma solo perché ti piacciono i peluches a forma di mostro, allora, solo a quel punto, sei davvero pronto per andarci di persona.

La prima volta si va a gironzolare sbirciando prezzi e soffermandosi su cose inutili che non compreremo mai.

La seconda volta si va un po’ più decisi e si compra la camera da letto. Che ci porterà il signor Ikea direttamente a casa.

Poi si passa alla scelta della cucina e la cosa si fa un po’ più complicata.
Mentre ci aggiriamo disperati tra “prezzi da coppia medio-borghese con parenti al seguito e contratto a tempo indeterminato” spunta lei che ti dice:

Eccomi, sono la tua cucina, costo pochissimo, si… ok… lo so… sono bianca e gialla. Faccio leggermente schifo, ma ti giuro che per lo stesso prezzo puoi farmi diventare bianca e nera!

E dopo averci riflettuto per una settimana, torni lì e la compri.
Quindi se per caso vi siete mai chiesti “Può una cucina piccola ma completa entrare in una C3?”
La risposta è si. Però in due viaggi.

E’ stato un periodo molto particolare, bello, pieno di ansie e fatiche.

Eravamo stremati dall’acquisto dei mobili, ma soprattutto dal trasporto dei mobili.
Ho sollevato cose che voi umani non potete neanche immaginare che io possa sollevare. Ma a parte questo, la domanda fondamentale che mi frullava in testa in quel periodo in cui stavo per cominciare a convivere con l’uomo che amo, incurante del giudizio dei parenti all’antica e degli amici frastornati, la domanda che proprio mi facevo più spesso era:
“Ma perché ogni volta che dobbiamo scaricare la macchina PIOVE??????”

Molti eventi di quei giorni sono stati accompagnati dalla pioggia.
Pioveva anche quando sono andata con mamma a scegliere il frigorifero che ci ha regalato. Un frigo fighissimo, anni 70, di un arancione che ti rallegra ogni mattina quando lo apri per prendere il latte. Che ti rallegra a tal punto da aver assolutamente bisogno di un bollitore e di una tavoletta del water esattamente dello stesso colore!

Intanto il tempo passa e a questo punto della storia i nostri novelli 50mq sono per metà ricoperti di scatoloni Ikea. Mentre noi cerchiamo di capire da che parte cominciare. Fortunatamente arriva mio cognato in versione Mac Giver, che in soli 2 giorni riesce a montare: camera letto, cucina, supporti per le tende e lampadari temporanei.

Durante il montaggio della cucina però non mancano le sorprese e le disavventure.

Scopriamo infatti che, alcuni dei pezzi messi in elenco dalla signorina che si è occupata del nostro progetto, non sono della misura giusta. E corriamo a tirarglieli in faccia ehm… a sostituirli.

Subito dopo, il seghetto alternativo (arnese che serve per forare il top della cucina e inserire lavello e piano cottura) decide di rompersi. Così mio cognato, oramai inarrestabile, decide di continuare con un seghetto tradizionale completando l’impresa.

Finalmente la casa ha preso forma. E dopo esserci armati di Bialetti, zucchero e caffè, è giunto il momento: ci trasferiamo!