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Un piccolo open space

Da qualche giorno ho comprato una chaise longue in rattan per prendere il sole sul balcone, però al sole fa caldo quindi ci prendo il fresco il pomeriggio. Ho pure in programma di andare ad acquistare 6 piantine di campanelle da appendere alle fioriere, appena riuscirò a sollevarmi dalla chaise longue per strisciare fino al vivaio.

Intanto che me ne resto sdraiata, mettiamo da parte il balcone e torniamo in casa per continuare l’esplorazione del nuovo appartamento.

Come avevo già anticipato, nello stesso ambiente della cucina troviamo anche il salotto, così da formare un piccolo open space discretamente luminoso, modestamente arredato e talvolta profumato di cipolla, ragù o alici fritte.

Il vero protagonista del salotto però non è l’odore del cibo, ma il panorama.

Una bellissima vista sulla città.

Capodimonte, il Duomo, il centro direzionale, il Vesuvio e il mare.

A molta gente il centro direzionale da fastidio, dicono che rovina il panorama. A me invece piace. E’ come un piccolo difetto che rende unico un bel viso.

Visto dalla collina del Vomero l’intero complesso conferisce al panorama della città un’aria piuttosto particolare per l’inevitabile contrasto esistente tra le antichità del centro storico di Napoli e la modernità dei grattacieli che si ergono imponenti, con il Vesuvio a fare da sfondo. (cit. wikipedia)

Il panorama è stato il motivo per cui ho deciso che il muro dell’ingresso andava assolutamente abbattuto, e forse inconsciamente, è anche il motivo per cui non chiudo mai le tende e non ho quadri alle pareti.

Perché in fondo, ogni volta che entro in salotto ho un enorme quadro di una città che amo.
Nonostante tutto.

Una città che ogni sera è un po’ Capodanno.

Così certe volte, mentre guardi un film, ti alzi dal divano e come una bambina felice esci sul balcone a guardare i fuochi d’artificio, anche se è giugno ed è giovedì.

L’unico quadro presente in salotto è Guernica di Picasso.

Una stampa che ci siamo portati dietro in tutte le nostre precedenti casette.

Eccolo nella camera da letto della nostra prima casa:

E successivamente nel salotto nella nostra seconda casa:

Poi in salotto anche nella nostra terza casa

(Si mi rendo conto che in questa foto non si vede né il divano né il quadro, ma visto che altre foto non ne ho bisogna un po lavorare di immaginazione)

E infine nel piccolo open space discretamente luminoso, modestamente arredato e talvolta profumato di cipolla:

In realtà, se proprio vogliamo essere precisi, quella stampa abitava in questo appartamento già prima della ristrutturazione. Proprio in camera del consorte, che a quei tempi non conosceva ancora parole come fidanzata o convivenza.

Per il momento dubito che metterò altri quadri.

Non mi piacciono le pareti piene di cose, mi opprimono, preferisco qualche mensola ben posizionata, con sopra pochi oggetti con cui ho un legame affettivo.

Dopo aver scritto questa frase, sto immaginando il consorte che legge questa pagina di diario e alle parole “ben posizionata” rabbrividisce.

Credo che per lui, quel pomeriggio trascorso a mettere 3 mensole su un muro innalzato di fresco e assolutamente candido, sia stato assolutamente infernale. Soprattutto considerando che c’era la consapevolezza di doverle mettere PERFETTAMENTE ALLINEATE ED EQUIDISTANTI, per non scatenare l’ira funesta della sua dolce pulzella.

Me lo ricordo ancora armato di livella che invocava divinità casuali da Cthulhu a San Gennaro.

Sempre esagerato…

Ma non perdiamoci nei ricordi e torniamo al salotto.

Oltre a mantenere una certa sobrietà nella scelta degli arredi e dei soprammobili, tra i quali possiamo notare una Morte nera, un Jeeg Robot e una catapulta di legno (tutta roba serissima), ho cercato di mantenere anche una sorta di continuità tra il salotto e la cucina, scegliendo di utilizzare solo 4 colori:

  • Bianco – per la cucina, le sedie e gli infissi
  • Nero – per tavoli e librerie
  • Grigio – per il pavimento e i tessuti
  • Arancione – per il mio adorato frigo vintage

Viene da se che in questa palette di colori tra il sobrio e il funereo, le fodere rosse del divano fossero leggermente fuori tema.

Urgeva quindi un restyling.

Immediatamente ci complimentiamo con noi stessi per aver scelto, a suo tempo, un divano che fosse sia modulare che completamene sfoderabile, e compriamo delle fodere nuove.

Compriamo nel senso che…

Io vado con mamma all’Ikea e mi sbizzarrisco nel creare composizioni di tessuti grigi.
Fotografo tutte le composizioni possibili e le invio su WhatsApp al consorte.
Mia mamma finge di testare un divano a caso.
Il consorte dopo aver visto le foto, risponde e confessa che gli sembrano tutte uguali.
Scelgo io e torno a casa.

Il risultato finale è un salotto un po’ confuso, un po’ serio, un po’ bellino. E le vecchie fodere le tiriamo fuori a Natale.

Il nostro terzo ed ultimo trasloco

Il 25 giugno 2015 alle 8:00 del mattino inizia quello che, si spera, sarà il nostro terzo ed ultimo trasloco.

Ovviamente, viste le precedenti esperienze, c’era una buona dose di ansia.

Ma apriamo una veloce parentesi, per qualche lettore dalla memoria corta e ricordiamo che la prima esperienza (nel 2010) è stata svolta nel bel mezzo di un breve ma intenso diluvio universale, mentre la seconda (nel 2013) è iniziata con un assurdo incidente stradale.

Chiudiamo la parentesi e procediamo…

Questa volta fortunatamente il tragitto da percorrere per andare da una casa all’altra è davvero breve. Inoltre, c’è la possibilità di utilizzare l’elevatore nella casa nuova per portare su i mobili senza farsi venire l’ernia.

Così, mentre nella casa vecchia i traslocatori smontano tutti i mobili, sotto la supervisione del consorte imbottito di caffè da passanti e amici, io passeggio verso la nuova casa per andare a controllare che sia tutto in ordine, ma soprattutto, per posizionarmi sul balcone ad attendere il camion, con la tipica postura di Giulietta mentre aspetta Romeo che citofona.

Dopo quasi un’ora…

Giusto in tempo per evitare che mi venga una lombosciatalgia causata dalla suddetta postura, arriva il camion con i nostri mobili e io comincio ad osservare l’operazione di “riempimento casa nuova”, come una bambina che guarda una torta crescere nel forno.

Quello che mi ha sempre affascinato dei traslocatori è la loro assurda capacità di maneggiare oggetti pesantissimi, come se fossero estremamente leggeri. Tutto questo ovviamente dopo aver ingerito 850 gr di panino coi cicoli e una bella peroni gelata. Roba che se io mangio una brioche e poi salgo 2 piani di scale con l’ombrello in mano c’ho il fiatone.

C’è una strada molto in salita vicino casa nuova. Una specie di scorciatoia, talmente in salita, che dopo che la faccio, m’appare la madonna. Prima mi porge l’ossigeno e poi l’acqua. Ma non divaghiamo sulla mia preparazione atletica e torniamo ai traslocatori.

In ogni ditta di traslochi che si rispetti, c’è sempre un elemento che si distingue: colui che rimonta i mobili.

Ebbene si, su 10 persone che sollevano, spostano, imballano, trasportano, caricano e scaricano, solo 1 smonta e rimonta i mobili. Lui non mangia, non fuma, non beve e non dice parolacce. Ti parla solo quando è strettamente necessario, o quando non smetti di girargli intorno facendo stupide domande. Lui riesce a rimontarti i mobili, meglio di come li avevi montati tu seguendo perfettamente le istruzioni. Lui senza istruzioni.

Ecco io quello che monta i mobili lo rispetto molto, c’ho una sorta di stima e adorazione. Come per i pompieri, ma senza pensieri zozzi.

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare un tavolo ci vuole il legno… per fare il legno ci vuole l’alberooo… a no, non era questa, ricominciamo.

Per fare una casa ci vogliono i soldi, per fare i soldi ci vuole il mutuo, per fare il mutuo ci vuole tanta, tanta pazienza. Perché a volte capita che ti viene assegnata l’impiegata più lenta del mondo. Ma non lenta nel senso che svolge lentamente la tua pratica. Proprio lenta nel senso che si muove lentamente, parla lentamente, digita lentamente che a confronto un bradipo pare un tipo agitato.

Ottenuto il budget necessario si deve poi procedere alla corretta suddivisione della somma. Un tot per la ristrutturazione (demolizione, nuovi impianti e cose simili) e un tot per l’acquisto dei materiali e di eventuali nuovi mobili.

In poche parole…

Mettiti l’anima in pace e comincia a gironzolare in quei posti giganti che vendono piastrelle, sanitari, porte. Mentre gironzoli, fallo con la consapevolezza che, ogni volta che vedrai qualcosa di veramente bello, non potrai permettertelo.

Descritta così sembra un’esperienza triste e faticosa, ma in realtà non lo è affatto. Basta farlo con lo spirito giusto.

Un giorno, per esempio, durante una gita fuori città, alla ricerca del pavimento perfetto, ci ritroviamo in un posto vicino Caianello. Praticamente 3 piani di gres porcellanato di tutte le forme e dimensioni. Ma soprattutto, poco distante da un famoso ristorantino, specializzato nella preparazione del baccalà.

Ci sono solamente 10 tipi di persone nel mondo: chi comprende il sistema binario e chi no… a no, non era questa, riproviamo.

Ci sono solamente due tipi di persone al mondo, chi ama il baccalà e chi no. Quindi alla base di un solido rapporto di coppia bisogna porre una domanda fondamentale:

“Ma tu, il baccalà fritto a capodanno, te lo mangi vero?”

Chiarito questo dilemma puoi procedere con l’affrontare la vita, una convivenza e una ristrutturazione.

Abbuffarsi di baccalà fritto e arrostito in un posto puzzolentissimo, dopo aver passato la mattinata ad ammirare piastrelle troppo costose che non hai comprato…

E’ questo lo spirito giusto.

 

Sempre con ottimismo e buone speranze, superato lo scoglio dell’acquisto dei materiali, va affrontata la scelta del riutilizzo dei vecchi arredi.

Spesso ho precisato che il 90% dei mobili che abbiamo acquistato nel corso degli anni è semplicemente roba dell’Ikea. Altrettanto spesso mi sono sentita dire che la roba dell’ikea è scadente. Che non è vero legno. Che dopo qualche mese di vita si deforma, si decompone, implode durante la notte e ti lascia in giro per la casa, una serie di buchi neri che ti rubano l’anima.

Io solitamente in queste situazioni mi limito a sorridere. Perché, checché se ne dica, sono una persona molto tollerante con chi ha opinioni diverse dalle mie. Quindi dico le solite frasi di circostanza tipo:

“eh… non li fanno più i mobili di una volta”

Ma in realtà penso questo:

Invece di lamentarti che ti si è sfondata la libreria, perché non ti fai due domande?

Era davvero il caso di mettere la versione integrale della tua Treccani rilegata in pelle di brontosauro, su un ripiano che riporta la dicitura “carico massimo 5 chili” ?

e poi penso anche questo:

Questo l’ho preso a febbraio 2009 e ha fatto 2 traslochi. Com’era la storia del paio di mesi?

Detto ciò si deduce facilmente che tutti i nostri fedelissimi Malm, Lack, Kivik e Pax, dopo un’attenta toelettatura, ci abbiano seguito nella nostra nuova casetta.

Tutti tranne la cucina. Quella devo ammettere di essermi rifiutata di portarla con noi. Era giunto il momento di separarsi e di usare una cucina vera. Qualcosa che possibilmente non arrivasse a casa smontata e a bordo di una C3. Una cucina economica ma luccicosa, con una cappa e una colonna forno. Un forno vero che non avesse strane abitudini, tipo viaggiare o sdraiarsi sul pavimento.

Un photopost che ha ben 3 caratteristiche

Oggi mi sono ricordata di avere un blog e così ho preparato un photopost che ha ben 3 caratteristiche.

La prima caratteristica è che questo photopost è un bel photopost, nonostante io sia una pessima fotografa. Dovrò farmi regalare una reflex così da poter diventare una fotografa di successo.

La seconda caratteristica è che non mi sono limitata a fare delle foto e schiaffarle sul blog, ma mi sono addirittura cimentata nel fare una ricerca su google, su una delle tante stranezze del cervello umano.

La terza caratteristica di questo photopost è che sarà un photopost coinvolgente perché terminerà con una domanda fondamentale. Sulla vita l’universo e tutto quanto? No.

Dunque cominciamo.

Nel seguente set di foto potete osservare un giovane salotto, allegro ma poco funzionale, che presenta una disposizione risalente al 2010.

Questa disposizione è stata leggermente variata nel 2011 invertendo la collocazione del divano e della TV così da creare un’ entrata più ampia e sicuramente più comoda in caso di collocazione stenditoio colmo di bucato.

Gli stenditoi infatti, amano vagare per la casa durante la stagione delle piogge.

Andiamo avanti…

Nel secondo set di foto invece, possiamo liberamente emozionarci rimirando un concentrato di eleganza, design e minimalismo, appositamente sviluppato per il 2012 e (si spera) gli anni a seguire.

Trovo che quest’ultima sia una disposizione assolutamente funzionale rispetto alle precedenti poiché c’è un sacco di spazio per lo stenditoio ci offre la possibilità di accomodarsi sul divano a bere un caffè, e chiacchierare guardandosi in faccia. Piuttosto che stare in fila tipo sala d’aspetto o peggio, farsi venire uno stiramento allo sternocleidomastoideo se la chiacchierata supera i 15 minuti.

Inoltre ci permette di pranzare comodamente attorno al tavolo, senza preoccuparsi di scrostare il muro retrostante con lo schienale della sedia (e pure la sedia festeggia).

Ieri mi è stato detto che questa è la soluzione definitiva, quella vincente, che così è figo e non devo spostarlo più. Credo che seguirò questo consiglio, non solo perché mi piacciono i complimenti sulle cose che faccio, ma anche perché sotto sotto la penso anche io così.

A questo punto della storia mi piace immaginare che qualcuno di voi si stia chiedendo se la spatifillo della foto del 2010 è la stessa spatifillo della foto del 2012.
Ecco, no.

Un minuto di silenzio per la spatifillo del 2010.

Ora immagino che qualcuno si stia chiedendo perché diavolo ci sono dei cuscini sul pavimento.
Ecco, quello è per il design.
Ovviamente dopo la foto li ho tolti sennò il consorte pensa che sono scema del tutto.

Ma a proposito di dare di matto, veniamo alla parte del post che prevede l’analisi approfondita della necessità di spostare i mobili in casa.

Bene. Se cerchiamo una risposta nel nostro cuore non la troveremo, ma se la cerchiamo su Yahoo Answer il nostro bisogno di conoscenza verrà placato.

Vediamo che alla domanda:

“Cosa provano le donne a spostare i mobili di casa? Aiutatemi vi prego a comprendere questa cosa”

…seguono numerosissime risposte che sono ben felice di trascrivervi.

1: “mi dà la sensazione di avere sempre la casa pulita e con nuovi arredi.”
2: “lo faccio per divertimento”

3: “è uno sfogo, un’evasione dagli altri problemi”
4: “è un modo per far circolare l’energia all’interno della casa”

5: “significa totale insoddisfazione di se stessi”
6: “rappresenta una certa instabilità di carattere”

E via discorrendo fino ad arrivare a parlare di disturbi ossessivo-compulsivi e bipolarità, ma a sto punto a parer mio si esagera.

Per quanto mi riguarda…

Mi ricordo che una volta di tanti anni fa, tornai a casa e misi le chiavi sul mobile dell’ingresso. Sentì subito un rumore di chiavi che si schiantano al suolo, e mi accorsi che il mobile dell’ingresso non c’era più. Aveva deciso, in accordo con mia mamma, di farsi una passeggiata in cucina. Così, giusto per vedere se ci si trovava più a suo agio.
Nel mio caso dunque sarà roba di follia ereditaria.

Ora però siamo giunti al termine di questo esilarante scritto e quindi devo dedicarmi alla parte coinvolgente.

Ecco, parte coinvolgente:

“E voi che ne pensate della sacra arte dello spostamento immotivato dei mobili?”

Piccole fissazioni

Tutti noi abbiamo delle piccole fissazioni. C’è chi non tollera un quadro leggermente storto, chi pulisce le posate col tovagliolo prima di utilizzarle, chi si toglie le scarpe appena entra in casa perchè sono sporche. Piccole fissazioni che ti spingono a fare azioni estreme. Azioni che avresti tranquillamente potuto evitare, continuando a vivere felice, ma qualcosa dentro di te proprio non si trattiene.

Perché sto dicendo queste cose?

Perché l’altro giorno ho fatto una cosa assurda, devo riconoscerlo, ma proprio non potevo trattenermi, era un anno che volevo farlo, da quando abbiamo traslocato.

Immaginiamo un letto, di quelli con i comodini attaccati alla testiera, con le doghe in legno e il materasso in lattice. Poi immaginiamo di far traslocare il letto, che detto tra noi è di quelli svedesi ed economici. E dopo un mesetto ecco che si manifesta l’irritante particolare che mi ha spinto a comportarmi da folle.

Il cigolio.

Roba che tu magari ti metti a letto e ti accomodi tra i cuscini. Prendi il libro e ti tiri la copertina.T i metti su un fianco, ti metti sull’altro, e già hai fatto una caciara degna di un film porno.

Vabhè sto esagerando, però questo improvviso cigolio post trasloco mi preoccupava.
Magari era stato montato male, magari i comodini stavano per crollare da un momento all’altro e bisognava stringerli.

Insomma, l’altro giorno decido di rimboccarmi le maniche e risolvere il problema.
Tolgo le lenzuola, tolgo il materasso grazie alle possenti braccia dell’Uomo di casa, tolgo le doghe in legno.

A questo punto devo scuotere la struttura del letto per capire da dove proviene il cigolio.

Impossibile, è pesantissima, ferma, immobile, e silenziosissima!!!

Mi sento leggermente presa per i fondelli e mi accingo ugualmente a controllare i bulloni.

Niente. Saldi come rocce.

Sospiro e approfitto dell’improvvisa possibilità di spostare il letto per passare l’aspirapolvere dietro la testiera. Un festino di polvere.

Approfitto per mettere due fascette di metallo dietro i comodini, per essere sicura di non vederli crollare da un momento all’altro, e comincio a rimettere tutto a posto.

Afferro le doghe e mi chiedo perchè diavolo abbiamo comprato delle doghe con la spalliera pieghevole.

Spalliera pieghevole… binario di ferro della spalliera della doga… ecco cos’è che cigola!!!

Rimetto le doghe al letto con la parte pieghevole in basso e rimonto tutto, salto sul letto e non cigola più!

Non so, magari è stata solo una coincidenza. Magari è stata solo una scusa assurda per togliere la polvere accumulata in un anno dietro la testiera. O magari è stata solo una scusa per girare il materasso e per giocare un po’ al piccolo falegname. Ma è inutile negarlo: ogni tanto mi piace passare due ore a fare qualcosa di totalmente insensato.

Un restyling in 6 semplici passi

Era tanto che ci pensavo e finalmente nelle ultime due settimane mi sono dedicata ad un leggero restyling della mia umile dimora.

Niente di particolare, giusto qualche modifica in camera da letto, bagno e corridoio.

Alle volte basta davvero poco per trasformare una stanza. Si può semplicemente sostituire una tenda, posizionare millimetricamente un cuscino su un tappeto come se fosse caduto lì per caso, comprare un buffo portavaso per una piantina (che se tutto va bene durerà 15 giorni) e immediatamente ci sentiamo soddisfatti. L’ambiente appare più fresco, svecchiato e piacevole.

Altre volte però bisogna apportare delle modifiche, soprattutto funzionali e non semplicemente estetiche.
E le modifiche funzionali, quelle che preferisco, si fanno unicamente in un modo: trapano, giravite, livella e un paio di mobili Ikea.

Questa volta, prima di operare in modo frenetico e confusionario, ho fatto tesoro della saggezza popolare che recita “a gatt pe ji e pressa facette ‘e figlie cecate” e ho preso le mie decisioni con estrema lentezza, buttando giù una lista (sai che novità!).

STEP ONE:

Ho fatto una lista delle cose che non andavano.
Poi ho riflettuto.

Ho aperto il sito di Ikea e ho creato un “Elenco degli acquisti” inserendo tutte le cose che in quel momento mi sembravano utili e belle.
Poi dopo qualche giorno l’ho modificato.
Dopo qualche altro giorno l’ho praticamente dimezzato.
Dopo ancora altri giorni, ho fatto delle sostituzioni e, finalmente, l’elenco è completo, definitivo e come si dice… ponderato? Si ci sta bene, ponderato.

STEP TWO:

Superata la parte teorica, bisogna passare all’azione e rimboccarsi le maniche. Quindi faccio una capatina in ferramenta e compro tutto quello che mi serve per imbiancare il corridoio.

Il corridoio, come ho appreso dai numerosi siti di arredamento presenti nella rete, è tipo la parte più importante della casa. Uno pensa sempre:

Vabhè ma è solo il corridoio. Sticazzi del corridoio. E’ finita la vernice? E lasciamolo mezzo bianco e mezzo giallo, tanto è il corridoio, chi lo guarda??

Solo il corridoio? SOLO IL CORRIDOIO???

A quanto pare se il corridoio di casa tua coincide con l’ingresso, questo è la prima cosa che vedi entrando, e l’ultima che vedi uscendo!! E se non è accogliente è una tragedia!!
Ti lascia quel senso di malessere, spossatezza. Insomma, io inconsciamente per un anno sono stata interiormente male per il corridoio e non lo sapevo neanche.

Non si può fare finta di niente dopo aver appreso una cosa del genere. Quindi sfodero i miei 10 euri e compro 2,5 litri di bianco.

Tornata a casa faccio una riflessione sul battiscopa del corridoio, e siccome in alcuni punti mancano dei pezzi (pezzi che forse i precedenti inquilini amavano particolarmente e quindi hanno deciso di portarseli via) decido che la soluzione migliore è staccarli tutti.
Vabhè non proprio tutti, solo quelli della parete di fronte la porta.
Vabhè non è una mia decisione. L’Uomo di casa me lo aveva già proposto l’anno scorso, ma io non l’ho assecondato, e ora tocca farlo a me.
Devo staccarli con giravite e martello e poi stuccare la parte di muro rovinata che esce da sotto.

– voce al telefono –
Mi raccomando, non lo fare con lo stucco, che poi si spacca, devi comprare il “non mi ricordo che ha detto“.

– altra voce –
Ma perché invece non ne compri uno di legno? Di quelli che si tagliano a metro e si attaccano con la colla e si fa tanto prima?

Noncurante delle voci, comincio la mia operazione di rimozione e successiva ricostruzione a stucco.

Poi, intanto che si asciuga lo stucco, smonto il pesante attaccapanni in ferro battuto e chiedo aiuto all’Uomo di casa, per estrarre con la sua forza bruta i fischer rimasti nel muro. Lui però comincia a lamentarsi della sparizione di una pinza col becco piegato, che con quella si fa prima e che c’è stata una diaspora degli attrezzi.
Gli faccio notare che se uno dice “diaspora” è troppo intellettuale per maneggiare degli attrezzi e lo mando via.

Così, finite le operazioni di stuccaggio e scartavetramento, procedo con due belle mani di bianco sulla parte che avevamo lasciato precedentemente gialla.
Il mio nuovo candido corridoio appare già più bello.

Nonostante lo stucco spaccato al posto del battiscopa.

STEP THREE:

E’ arrivato il momento di andare all’Ikea a predere il necessario per il restyling, stampo l’elenco degli acquisti e chiamo l’amico di turno per una proposta:

Se quando torniamo ti fai trovare giù da me per aiutarci a scaricare la macchina ti preparo una buonissima cenetta.

Lui accetta e la mia schiena ringrazia.

Arriviamo all’Ikea e sembra assurdo, ma diluvia.
Mi viene da ridere, è incredibile, è come se ci fosse uno strano collegamento con la pioggia e il portabagagli.

Portabagagli: mi devono riempire, sei pronto?
Temporale: si si ecco, preparo altri due fulmini e arrivo…

Fortunatamente dura poco, e i nuovi acquisti restano asciutti.
Preparo un bel risottino funghi e salsiccia, per ricompensare i sollevatori di cassettiere Malm.

STEP FOUR:

La mia insana passione nei confronti dei mobili da montare credo sia legata alla carenza di costruzioni Lego nel corso della mia infanzia. Difatti, l’enorme quantità di plastilina manipolata a suo tempo, mi permette di non avere oggi nessunissima necessità di fare la pizza in casa.

Fatta questa fondamentale riflessione, monto (con qualche difficoltà) una stupenda panchetta in legno e un bellissimo scaffale coordinato che trasformano il mio bagno in una specie di saunetta.

Giusto il tempo di fare una foto figa da mettere nell’album “cambiamenti casalighi”, che sento un rumore familiare. Ebbene si, si sta facendo la barba. Dev’esserci qualcosa nel profumo del Viakal che lo attira verso il bagno in modo particolare.

STEP FIVE:

Sistemato il bagno bisogna operare sulla camera da letto.
Il cambiamento progettato è minimo e si limita all’aggiunta di una seconda cassettiera.

La prima idea prevedeva l’espansione dell’armadio, da 3 a 4 ante, poi valutando i fattori ingombro/trasporto/costo/ sono giunta alla conclusione che una seconda cassettiera sarebbe stata la scelta migliore, funzionalmente ed esteticamente parlando.

Il problema era solo metterla esattamente come avevo pensato di metterla.

Certo che suggerimenti alternativi ne ho avuti. Li ho anche condivisi con l’Uomo di casa, come fanno tutte le brave coppiette, a tavola, davanti un buon piatti di maccheroni.

Io: Sai più di qualcuno mi ha suggerito di metterle separate le due cassettiere e non vicine come avevo pensato di fare.
Il mio raffinato consorte: In che senso?
Io: Bhè, alternate: cassettiera, armadio, cassettiera…
Il mio raffinato consorte: Essì… accussì facimm ‘o cazz miezz ‘e palle!!!

(Io che per ridere quasi mi affogo con un maccherone)

Dopo questa conversazione forbita, procediamo col disporre i nostri giganti pezzi di tetris.
Apparentemente è facile perché basta spingere l’armadio fino alla fine della parete e poi metterci accanto le due cassettiere, ricoperte da un enorme vetro, così da sembrare una sola.

Praticamente la sequenza è questa:

Svuoto l’armadio da tutti i vestiti.
Separo le due strutture che si dividono così in una da 100cm e una da 50cm.
Spingiamo prima quella da 100cm fino alla fine della parete.
Ci accorgiamo che l’anta non si apre completamente a causa della sporgenza del cassonetto della persiana.

Diciamo brutte parole rivolgendoci al cassonetto.

Riflettiamo.
Ri-spostiamo la struttura da 100cm.
Prendiamo la struttura da 50cm, le rigiriamo l’anta e la infiliamo tra il muro e quella da 100cm.
Esultiamo.
Monto la cassettiera e la sistemo proprio dove volevo.

Detta così sembra facile…
E’ stato faticosissimo, ma alla fine il risultato mi piace un sacco.

Certo ora quel piccolo quadretto a specchio attaccato lì da solo non ci sta tanto bene. Meglio rimuoverlo e metterlo da un altra parte. Certo che, se lo appiccichi al muro con il biadesivo, poi te lo devi pure aspettare che quando tenti di toglierlo viene via mezzo muro. La soluzione migliore è fare finta di nulla, prendere altro biadesivo, rimettere il quadretto esattamente dov’era e uscire dalla stanza fischiettando.

STEP SIX:

Uscendo dalla stanza da letto, ho pensato bene di arraffare la panchetta che utilizzavo per metterci i vestiti la sera. Al posto della solita sedia. Non sono mai riuscita a capire bene cosa vorrei per metterci i vestiti, ma prima o poi una soluzione bisogna trovarla.
Insomma, ho afferrato la panchetta e ho deciso di metterla nel corridoio, così, tanto per portare avanti il concetto di “ambiente accogliente e rilassato“.
Ho montato i nuovi e meno invasivi attaccapanni e mi sono data alla verniciatura del mobiletto portaoggetti da collocare di fronte alla porta.

Ve lo ricordate quello sfigatissimo mobiletto bianco del bagno che ne ha passate di tutti i colori tra levigature e maledizioni varie? Quello che ha rischiato di essere buttato fuori di casa più e più volte? Quello che tutti su internet sfoggiano nei loro blog nella categoria “before and after“.

Bene.
Io ho un Blog e un mobiletto Rast.

Quindi ecco a voi la prima cosa che vedo entrando e l’ultima che vedo uscendo:

mobiletto

..che culo eh?

L’organizzazione degli spazi

Nella vecchia casa uno dei problemi da affrontare quotidianamente era l’organizzazione degli spazi, infatti, la nostra famosa stanza salotto/cucina/studio riusciva a contenere, in modo inaspettato, gli oggetti utili e allo stesso tempo, le innumerevoli cianfrusaglie che amiamo tanto collezionare. Situazione resa possibile, grazie all’uso abbastanza flessibile, dei pochi mobili disponibili.
Così facendo, una libreria usata come parete divisoria, poteva ospitare:

  • un piccolo numero di libri
  • un cestino per la carta
  • un trapano
  • cavi elettrici
  • un sottopentola
  • e una discreta quantità di piante grasse

Nella nuova casa problemi di spazio finalmente non ce ne sono più. Però resta il problema della collocazione degli oggetti utili/inutili, perché ogni mobile torna a svolgere la sua funzione tradizionale, e quindi ora, nella libreria ci sono i libri, un sacco di libri, alcuni catalogati per genere, altri catalogati per casa editrice, e qualche altro catalogato per colore… si, ok, tendo ad essere un po’ maniacale, ma mi piace così, è rilassante, ma soprattutto è figo.

E che fine hanno fatto il trapano, le piante grasse, il sottopentola e le innumerevoli cianfrusaglie?

Bella domanda.

Molte delle nostre cose sono temporaneamente parcheggiate sul pavimento dello studio. Nell’attesa di trovare la giusta collocazione all’interno di qualche nuovo acquisto in schifezza pressata.

Il forno sinceramente è l’unico che non si lamenta, anche se forse comincerà a soffrire di vertigini, quando lo solleveremo a 70 cm dal suolo, per adagiarlo sul suo nuovo supporto.

A questo punto ci vorrebbe una bella voce fuori campo che dice:

ce la faranno i nostri eroi a sistemare l’ingombrante oggetto senza arrecare danni a cose/persone/colonne portanti/tubi dell’acqua?

La risposta è si, perché ora c’è un alleato fondamentale, lo spazio, tanto spazio. Una parete di 4 metri, occupata solo per metà dalla nostra cucina piccina picciò, e pronta ad accogliere un secondo Top, lungo quanto l’altra metà e sostenuto da due solidi elementi contenitori.
Ecco, è su questo enorme e stabile spazio, non soggetto a centrifughe, che posizioneremo il forno.

Detto ciò, passiamo alla narrazione dell’acquisto del suddetto Top.

Ci trovavamo come al solito da Ikea, c’era la solita folla, il solito rovente parcheggio, i soliti mobili belli e brutti, e ovviamente noi, con una missione da compiere: prendere un divano, una libreria e questo famoso pezzo di finto legno 186X62 chiamato Piano di lavoro o Top di nome Pragel con la dieresi sulla a.

Il divano bisogna sceglierlo, provarlo, pensarci bene, controllare le misure. Stesso discorso per la libreria, bisogna armarsi di foglio e matita ed inventarsi la composizione più adatta a soddisfare le esigenze creative, funzionali ed estetiche dell’Uomo di casa.

Il piano di lavoro no, bisogna semplicemente prenderlo uguale a quello che abbiamo già.

Togliamo pure la parola semplicemente.

Ikeo: mi dispiace signora, nero non lo fanno più… erano troppo fragili, saltava la lamina.
Io: in un anno e mezzo ci ho sbattuto sopra di tutto e non è successo niente!!
Ikeo: eh mi dispiace, controllo, no non lo fanno più.
Io: e non ce n’è uno avanzato in magazzino?
Ikeo: in un anno e mezzo?? cmq no… bhè può prenderlo nero effetto pietra.

MA EFFETTO PIETRA MI FA CAGARE!!!!

Mi rassegno, e con un sospiro di sollievo di Ikeo, prendiamo il Pragel nero effetto pietra.

Tutte queste cose pesanti e voluminose, decidiamo di farcele portare a casa dal fantastico corriere celere, creatura mitologica che costa 10 euro in MENO del corriere normale e ti arriva a casa dopo solo 1 giorno.
Stranezze svedesi…

Una tipologia di spedizione evidentemente ignota alla signorina del reparto cucine, che ci ha preparato un ordine per la consegna tradizionale, e ci ha mandati indietro di due reparti per correggere gli ordini precedenti. Una specie di gioco dell’oca.

Tiriamo il dado ed eccoci di nuovo al reparto divani, dove la gentile signorina che ci aveva precedentemente servito, prende il telefono e comincia a insultare quelli del reparto cucine, poi ci prepara tutti i nostri bellissimi ordini per la consegna veloce e arrivederci e grazie.

Passa un giorno, arriva il corriere, e contemporaneamente, la nostra vicina, che non incontravamo da quando vennero i traslocatori a portarci i mobili, riesce ad uscire di casa proprio nel momento in cui dall’ascensore esce una parte del divano nuovo.

La squadra

La mattina del giorno del trasloco la sveglia attendeva che si facessero le sette per cominciare a suonare, io attendevo con gli occhi sbarrati che cominciasse a suonare per alzarmi dal divano-letto di mamma.

Giusto il tempo di fare colazione e siamo pronti per andare a casa vecchia ad aspettare i traslocatori.

Il tempo non promette niente di buono e mentre siamo in macchina, qualche timida gocciolina comincia a posarsi delicatamente sul parabrezza. Io intanto comincio a fantasticare.

Sarà un camion grande? Saranno puntuali? Chissà di che colore è… Oddio ECCOLO!

I traslocatori sono un po’ in anticipo, meglio così, salto fuori dalla macchina mentre il Driver parcheggia e con una breve corsetta, molto poco da signora, vado a presentarmi alla Squadra.

Io lo so che, se adesso scrivo che dopo 10 minuti pioveva, tutti i lettori di questo blog cominceranno a credere che lo faccio apposta e che magari quel giorno, c’era un sole che spaccava le pietre, ma invece no, giuro, ho dei testimoni, il 21 giugno 2010 alle 8:30 c’era il diluvio.

Apro la porta di casa e i 4 componenti della squadra si trasformano istantaneamente in Diavoli della tasmania. Cominciano a svitare, imballare e portare fuori ogni cosa che trovano, ad una velocità assolutamente per me inconcepibile a quell’ora del mattino. In un quarto d’ora metà dei pacchi non c’erano già più, ma nonostante ci fosse più pavimento libero, io ero comunque d’intralcio.

Sul balcone non potevo starci, perché altrimenti mi sarei completamente inzuppata di pioggia, e così decido di uscire sul pianerottolo. Proprio mentre comincio a muovermi verso la porta, sento una frase che mi pietrifica:
Ooh! cà s’ sta allagann’ o camion!*

Prego??? Cosa??? Non mi muovo, non parlo, mi dispero mentalmente.

Immagino tutti i miei scatoloni che affogano in decine di metri cubi d’acqua.

Poi, giusto il tempo di riprendere fiato, farsi coraggio e scendere nell’androne del palazzo per scoprire la verità: i miei pacchettini sono tutti al sicuro!
Felici ed asciutti ricoprono il 98% della superficie dell’androne con immensa felicità del portiere.

Visto che il camion è parcheggiato a retromarcia e leggermente in salita, la pioggia cade verso l’interno perché c’è vento e i traslocatori devono asciugarlo e chiuderlo finché il diluvio non si placa. Tornano in casa e tra un caffè e una sigaretta approfittano per continuare a smontare i mobili.

Io cerco di fare la danza del sole, sempre mentalmente, ma soprattutto cerco di non farmi venire un infarto ogni volta che sento un rumore. Lui ride ogni volta che mi agito e mi rassicura. Io ogni volta gli dico: “Vai a vedere! Vai a vedere!“.

La squadra ne approfitta per prendermi un po’ in giro e parlare malissimo dei mobili Ikea che non sono fatti di legno ma di schifezze pressate assieme e poi si intrattengono pungolandosi con il famoso maligno (una mazza di scopa con sopra una marionetta di un diavolo rosso che Lui conserva da quando era piccolo).

Finalmente il tempo migliora e smette di piovere.

Rapidi come se stessero sollevando pacchi di tovaglioli carta, caricano il camion e, con immensa felicità del portiere (stavolta sul serio) mettiamo in moto e ci dirigiamo verso la casa nuova.

Velocità media 20km/h.

Arrivati a destinazione, dopo qualche problema di parcheggio, la squadra comincia a scaricare i mobili e incontra i vicini…

– Mi raccomando non mettete i mobili nell’ascensore.
-Non si preoccupi mettiamo solo i pacchetti leggeri.
-Arrivederci.
-Arrivederci.
…si apre la porta dell’ascensore ed esce il frigorifero…

Sono andati via alle quattro, dopo aver rimontato camera da letto e cucina.

Mi sono divertita, ero inutilmente spaventata da tutta questa faccenda del trasloco, ora bisogna solo rimettere a posto i vestiti, le stoviglie e comprare una nuova lista di finitura per la cucina perché:

“Questa non va bene, è troppo brutta, non te la monto!”

*si sta allagando il camion

Traslocare

E’ giunto il momento di preoccuparsi del trasloco.
I nostri resistentissimi mobili Ikea non vedono l’ora di essere smontati, trasportati e rimontati da possenti braccia nella loro nuova casetta.
Il frigo e la lavatrice si guardano attorno sospettosi, cercando di individuare le possenti braccia.
Non ne trovano.

Come si fa? ci vuole subito un piano.

Ok lo abbiamo.

Niente possenti braccia, ma almeno il piano lo abbiamo.

La nostra furbissima strategia per risparmiare è:

  1. chiamare una ditta esperta per i mobili grandi e pesanti
  2. occuparci da soli del trasporto di oggetti, vestiti e mobili piccoli

Comincio quindi a chiedere preventivi alle ditte di traslochi, specificando il numero mobili e le relative misure. Contemporaneamente, comincio a depositare a casa di mia madre, tutti i vestiti invernali, un po’ di libri e una decina di piante (che quasi si commuovono quando le porto fuori di casa e finalmente qualche timido raggio di sole le illumina).

Dopo qualche giorno, proclamato un vincitore tra le ditte precedentemente contattate, ci è arrivato in casa un simpatico Omino del sopralluogo mandato a verificare l’accessibilità delle abitazioni e a fissare la data. Gironzola velocemente nel nostro bilocale pieno di scatoloni, si siede e ci comunica il giorno e l’ora in cui arriverà il camion a prendere tutto.

TUTTO? …si
Anche questo? …si
E questo? …si
Ma pure questo? …Si…
Ma per lo stesso prezzo?? SI!!!


Figo…

Perché ho trasformato il salotto di mia madre in un mercatino se fanno tutto loro?

Il giorno del trasloco è fissato, mi sento strana, un po’ ansiosa, un po’ contenta e un po’ curiosa.
Non ci resta che aspettare, le previsioni del tempo, manco a dirlo, sono pessime, ma perché demoralizzarsi, siamo a giugno e in fondo hanno sempre sbagliato.

Bianco e nero in cucina

Vi è mai capitato di svegliarvi una domenica mattina e trovare il Top (nero) della cucina completamente ricoperto di microscopici puntini bianchi?
A me si.

Imbambolata e avvolta nella vestaglia, rifletti sul particolare che quando sei andata a dormire era tutto perfettamente pulito. Guardi più attentamente e svegliandoti dal torpore mattutino, ti rendi conto che quella specie di polvere bianca, simile alla farina, in realtà è viva. E si muove. A 0,000000001 km orari, eppur si muove!

A questo punto, la tua proverbiale grazia svanisce e imprechi violentemente.

Ti metti una tuta, ti armi di straccio, bacinella con acqua e Ajax e cominci a pulire.

Intanto, si sveglia il consorte. Ti guarda con il classico sguardo di confusione/ammirazione, che solitamente si traduce con:

“Vivo con una donna che a confronto Mary Poppins è un punkabbestia”.

Poi dopo una decina di minuti capisce che c’è qualcosa che non va. Anzi, che c’è qualcosa che va… a spasso sul nostro Top.

Dopo due passate di straccio non è cambiato niente. I bianchi colonizzatori continuano a tornare, quindi mi accendo una sigaretta e chiedo aiuto a Google. Dopo un’insoddisfacente ricerca l’unica risposta plausibile è: “sono larve di farfalline della farina”.

Mi trasformo subito in una casalinga disperata/incazzata e comincio a tirare fuori dai mobili tutte le stoviglie e le scorte alimentari.
Butto via tutti i pacchi di cibo aperti, ispeziono attentamente quelli chiusi, svuoto addirittura il cassetto delle tovaglie e lo scolapiatti.
Osservo la cucina con lo sguardo freddo di un killer e ricomincio senza pietà a strofinarla col detersivo.

Intanto diventa lunedì.

Mi sveglio particolarmente determinata a sconfiggere gli invasori e prendo la macchina fotografica. Dopo un dettagliato servizio fotografico di tutti i punti critici e super-ingrandimento degli strani esserini a forma di acaro, mi vesto e vado dal falegname, che dopo aver attentamente ascoltato il mio problema e analizzato le foto, mi guarda e dice:

Signò s’adda ittà!“*.

Ho un leggero sbandamento, ringrazio, saluto, e vado in ferramenta.
Tutti quanti abbiamo un posto dove rifugiarci a riflettere quando c’è un problema, c’è chi va in chiesa, chi va da un amico, chi va al mare… io vado in ferramenta.

Sto lì da cinque minuti a giocherellare con dei ganci quando finalmente mi sfogo e gli racconto tutto il disastro. Che la cucina ha solo otto mesi, che il falegname mi ha detto di buttarla via, che ho fatto le foto ai micro-organismi, che li ho cercati su internet e non ci sono, che ho lavato tutto 3 volte, che non me la posso ricomprare, che il mondo è cattivo, che qualcuno mi butta le seccie ** e via discorrendo, finché, senza neanche accorgermene, mi ritrovo tra le mani un pennello e una bottiglia di anti-tarlo.

Torno a casa, un po’ depressa un po’ contenta, e comincio la preparazione per la spennellata.
Preparazione che consiste in:

  1. Sganciare i 6 cassettoni per poter spennellare di anti-tarlo/anti-tutto anche la parte inferiore del Top.
  2. Scoprire una busta di Pan Carrè contenente 1 fetta di colore indefinito, di marca “Mi hai comprato molto tempo fa, sono caduto in un posto irraggiungibile e mi sono lasciato morire silenziosamente”.
  3. Darsi ripetutamente delle manate sulla fronte esclamando “Stupida Stupida Stupida”
  4. Passare l’aspirapolvere.

Terminata la preparazione ho spennellato la magica pozione per un paio di volte fino a completa scomparsa dei puntini deambulanti.

Morale della favola?

Il cibo va negli sportelli, le stoviglie nei cassetti!

*Signora bisogna buttarlo
**Porta sfortuna