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Uno stappo all’improvviso

Mancano 11 minuti, quindi, quando avrò finito di raccontare questa piccola disavventura, potrò alzarmi dalla sedia, prendere le mollette e stendere il bucato.
L’altro giorno ho raccontato di come a volte possa essere stancante una mattinata. Ma mi sarebbe bastato aspettare qualche ora, per raccontare in tempo reale come può diventare stancante un pomeriggio.
Questa, infatti, è proprio una di quelle storielle che tanto appassionano gli amanti delle disavventure casalinghe.

La lavatrice era accesa e al suo interno c’erano dei maglioni, di quelli pesanti e delicati, quelli che se solo li guardi un po’ di più si infeltriscono.
Avevo impostato il programma lana, quello con la pecorella disegnata. Una pecorella bellissima. Quello che solitamente mette i maglioni in ammollo e li agita delicatamente per una trentina di minuti, poi scarica tutta l’acqua e li risciacqua.

Ero al telefono e chiacchieravo spensierata del più e del meno quando all’improvviso ho sentito uno stappo. Si uno stappo, quel tipico rumore di quando c’è una festa, qualcuno apre una bottiglia e tutti gridano:

“Auguri!”

Uguale.

Solo che al posto del coro di auguri c’ero io che al telefono gridavo:

“Devo attaccare mi sto allagando!”

Si perché il festoso rumore proveniva dal bagno. Per l’esattezza, era stato provocato dal tappo del pozzetto (o come cavolo si chiama) così tutta l’acqua che la lavatrice stava scaricando, invece di finire nei tubi sotto al pavimento, si stava allegramente espandendo sopra al pavimento del bagno.

Corro come un fulmine a spegnere la lavatrice, corro a prendere degli stracci, corro a prendere un secchio e incomincio ad asciugare il pavimento, pensando tre cose contemporaneamente:
1) I maglioni!
2) Menomale che ero a casa
3) Parole irripetibili di vario genere

Finito di asciugare il pavimento, decido che devo assolutamente chiamare qualcuno che venga a chiudere quel maledetto buco per terra, nel quale non metterò mai le mani perché mi fa paura, così prendo il citofono e chiamo il portiere.
Dopo un po’ arriva il portiere e comincia a rovistare dentro sto buco per terra, tirando fuori dei pezzi di roba a me sconosciuta così esclamo:

“Che schifo! Ma che è???”

Lui mi spiega che è un miscuglio di sapone, calcare e altre schifezze e che sono cose che succedono. Allora io penso che prima di affittarmi casa potevano pure pulirli i tubi, ma vabbhè…

Prima di andarsene il portiere mi spiega che il mio Uomo di casa dovrà procurarsi una molla, infilarla nei tubi e sconfiggere l’intasatura, così lo ringrazio.

Prendo il telefono e riferisco al consorte.

Intanto io recupero i maglioni dalla lavatrice e finisco di lavarli a mano nella doccia (che ha uno scarico diverso) visto che tutti gli altri lavelli sono inagibili, perché finiscono nello scarico intasato.
La mia schiena ringrazia.
Fatto questo, passo al lavaggio del tappeto del bagno, che avendo vissuto in prima persona l’allagamento del pavimento, se ne stava appallottolato in una bagnarola, tutto inzuppato di acqua fetente.
Il lavaggio ovviamente viene fatto sempre a mano e sempre nella doccia.
La mia schiena ringrazia di nuovo.

Mentre assieme alla schiena ringraziamo tutto il calendario, rifletto sulle parole del portiere:

“Lui prende una molla e la passa dentro tutti e tre i  tubi per vedere qual’è quello intasato…”

Ora, che resti tra noi, ma l’Uomo di casa in questione, non è proprio un tipo da lavori domestici.

A settembre mise un cavo di rete blu che andava dal salotto alla cucina incorniciando la porta di ingresso di casa.
Ad ottobre comprò delle canaline per metterci dentro il cavo e le depositò in un angolo del salotto.
A febbraio mi sono rotta le palle, ho montato io le canaline e lui m’ha detto: “Brava, è venuto proprio bene”.

A novembre invece si ruppe la maniglia della porta del bagno. Rotta nel senso che non si può più chiudere a chiave altrimenti resta bloccata.
Mi ricordo di avergli chiesto se dovevamo chiamare un falegname o un fabbro, ma l’Uomo di casa disse che l’avrebbe riparata.
Poi prese un post-it, ci scrisse sopra – Bussare! – e lo appiccicò alla porta.
A gennaio durante una festa con più di venti persone, le ragazze andavano in bagno in coppia come nei locali, per tenersi la porta a vicenda.
Ora siamo a marzo e io sono stupita dalla durata della colla dei post-it.

Con queste premesse sinceramente non mi sarei mai aspettata di vederlo tornare a casa armato di molla idraulica, sedersi a terra nel bagno e rovistare pazientemente nelle tubature.
Non so, pensavo di vederlo ignorare il problema fino al giorno dell’ultima mutanda pulita, e invece no.
Lui è tornato, e l’ha aggiustato, anche se aveva altre cinque mutande pulite.
E mi ha pure spiegato che, quel buco per terra, non è una specie di pozzo senza fondo pieno di acqua, dove si aggirano creature mostruose pronte a divorarmi, ma che in realtà è chiuso.

E’ proprio il mio eroe.
A volte.

Vacanze settembrine

Da qualche anno, per alleviare la calura estiva, ho l’abitudine di passare qualche giorno al mare con mia madre mentre il Consorte resta a casa solo soletto a rimpinzarsi di pizza e serie tv.

Di solito sono pochi giorni, quest’anno invece sono state ben due settimane.
E’ stato troppo? Forse si. Ci ha fatto bene? Forse si.

Due settimane di sole sul 95% del corpo.

Una roba che i miei melanociti appena sentita la notizia hanno organizzato una riunione per decidere con che sostanza doparsi.

Stavolta niente diluvi universali ad anticipare la mia partenza, e se tralasciamo un piccolo problemino con la TV che ha deciso di farsi 20 giorni di assistenza tecnica, i preparativi sono stati tranquillissimi.

In fondo le cose fondamentali da fare prima di lasciare un uomo da solo 15 giorni sono poche:

  • mettere le lenzuola pulite
  • pulire il bagno
  • comprare svariati etti di carne e infilarli nel freezer
  • preparare qualche sughetto e congelarlo in monoporzioni

Poi ovviamente ci sono le raccomandazioni.

Certo le raccomandazioni di solito variano da donna a donna. Io stavolta ho scelto di evitare l’elenco, che poi viene ignorato per un buon 50%, e di concentrarmi su un unico concetto ben scandito:

“Mi raccomando non farmi trovare piatti sporchi. Fai disordine, sputa per terra, alleva gli stafilococchi in bagno. Quello che ti pare, ma niente piatti sporchi.”

Poi bacini bacetti e sono andata a stendermi al sole.

Dopo una settimana il mio colore passa da “pavesino” a “gran turchese” e ne vado molto fiera, consapevole del fatto che non riuscirò ad arrivare al livello “plasmon” con soli 15 giorni.

Intanto il Lavoratore abbandonato si comporta da perfetto casalingo. Quotidianamente si prepara da mangiare coinvolgendo nell’avvenimento buona parte dei suoi contatti facebook e sviluppa un sano pollice verde preoccupandosi di innaffiare le piante.

I giorni passano e la biancheria pulita giunge al termine, così mi chiama e mi chiede istruzioni dettagliate riguardanti il funzionamento della lavatrice.

Dopo qualche ora, il panico.

“Pronto?”
“Non si apre più…”
“Cosa?”
“La lavatrice.. non si apre più..”

“Uhmm, ma la luce lampeggia o è fissa?”
“…lampeggia… che devo fare?? CHE FACCIO??”

(intanto rumori di sottofondo che descrivono la colluttazione umano contro lavatrice)

“Ma è strano, dagli qualche minuto. Magari hai forzato quando non lampeggiava e si è bloccata…”
“MA CI SONO TUTTI I PANNI DENTRO!!! MI SERVONOOO!!!! AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! GRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!”

A quel punto davvero non mi reggevo più dalle risate. Risolviamo la situazione facendo fare un risciacquo in più, e fortunatamente stavolta l’oblò si apre normalmente, come aveva sempre fatto.

I giorni continuano a passare e comincio a sentire il bisogno di tornare a casa mia, una qualunque delle mie case, che sia quella dove mamma mi ha cresciuta o quella che divido con uno scassinatore di lavatrici, l’importante a questo punto della vacanza è tornare ad avere una doccia funzionante, un divano comodo e un letto meno “mollo”.

La vacanza finisce e prima ancora di mettere piede a casa, faccio una sorpresa al consorte andando a prenderlo al lavoro.

Bacini, bacetti e poi mentre prendiamo un caffè mi dice con uno sguardo un po’ sfuggente un po’ timoroso:

“Ehm, come finiva la frase? Quella della casa. Dei servizi da fare. Va bene tutto, tranne?? Tranne????”

Esperienza doccia

Oggi vi parlerò del mio bagno, anzi, dei miei bagni, per la precisione tre.
No, non sono andata a vivere in un castello con il bagno padronale, quello degli ospiti e quello di servizio. Mi sto semplicemente riferendo ai bagni col quale ho avuto un rapporto quotidiano negli ultimi 30 anni.

Il primo bagno di cui parleremo è il bagno di casa di mamma: un bagno nato piccolo che ad un certo punto si è trasformato in un bagno grande, quadrato, con piastrelle bianche sfumate di grigio e una bella vasca ad angolo.
Un bagno dalla pulizia impeccabile. Cosa abbastanza naturale per un bagno che negli ultimi 15 anni è stato frequentato esclusivamente da 2 donne.

Il secondo bagno invece è quello della mia prima casa: un rettangolo bianco e azzurro, abbellito da una vistosa tavoletta arancione e frequentato per un anno e mezzo dalla sottoscritta e l’Amato consorte.
La particolarità di questo bagno è quella di avere una cabina doccia che perde acqua da un lato. Non tantissima, ma comunque abbastanza da dover asciugare parte del pavimento circostante con lo straccio.

Si lo straccio. Ho un’inspiegabile avversione per il mocio, e sono rimasta agli anni 50 come mi è stato fatto notare più volte.

Insomma, tornando alle perdite d’acqua…

Descriviamo in 3 punti fondamentali com’è stato il mio modo di fare la doccia, per tutto il tempo che abbiamo vissuto lì:

  1. ispezionare la cabina doccia in cerca di eventuali (e ovviamente inesistenti) intrusi provenienti dal mondo animale
  2. fare la doccia controllando almeno una volta che il livello dell’acqua presente nel piatto doccia non cominci a straripare
  3. osservare l’entità dell’acqua fuoriuscita dalla giuntura incriminata della cabina e passare lo straccio per asciugarla

Il punto 3 può sembrare estremamente fastidioso. Ma dopo le prime volte, diventa un gesto automatico che porta via al massimo una cinquantina di secondi. Ovviamente non a tutti.

Diciamo che la sequenza tipica dell’Amato consorte era leggermente più breve della mia:

  1. fare la doccia
  2. uscire dal bagno

Passiamo ora al terzo bagno: notevolmente più grande del precedente, al punto di riuscire ad ospitare addirittura la lavatrice, e già solo per questo merita rispetto.
Per il resto i colori sono simili al precedente. Le piastrelle sono bianche e azzurrine e, chissà per quale assurdo motivo, c’è una greca verde. Poi sono arrivata io con i miei accessori arancioni e l’arcobaleno è completo.

Il punto forte di questo bagno è la vasca, posizionata in fondo, sotto la finestra.

Certo aprire e chiudere la finestra mettendo le ginocchia sul bordo della vasca e lanciandosi verso lo spazioso e profondo marmo difronte (cercando di non rompersi la faccia) per afferrare la maniglia, non è il massimo della comodità, ma noi siamo giovani e atletici (sè!).

Ecco, proprio questo bel pezzo di marmo, ha la simpatica abitudine di allagarsi completamente quando ci si fa la doccia, e la causa è una leggerissima inclinazione verso la finestra. Evidentemente la struttura è stata costruita prima dell’invenzione della livella.

Comunque, dicevamo, siccome il marmo ha questo vizio di bagnarsi quando ci si lava, e siccome la sua errata inclinazione non permette all’acqua di scorrere via… in poche parole… bisogna asciugarlo!

Passiamo quindi alla descrizione della mia doccia:

  1. entro nella vasca e tiro la tenda
  2. ruoto il braccio doccia verso la tenda
  3. faccio la doccia
  4. mi metto l’accappatoio e con uno straccio asciugo l’acqua sul marmo
  5. mi vesto e il bagno è uguale a quando sono entrata

Poi uscendo mi chiedo perché, dopo che ha fatto la doccia Lui, sembra che in bagno ci sia stato un tifone…

E mi chiedo perché lascia sempre i vestiti in giro… e mi chiedo perché io so sempre dove sono le sue cose che lui non trova mai… e mi chiedo perché le tazzine di caffè non vanno mai da sole dalla sua scrivania al lavandino della cucina…

Ma proprio mentre mi faccio tutte queste domande lui si avvicina, mi guarda, e mi abbraccia… maledetto ruffiano!

L’importanza di un microonde

Quando non sono costretta a correre sono una persona pigra. Su questo non ci sono dubbi.

Non mi piace affatto svegliarmi presto, a meno che non voglia dire:

“Orsù partiamo per un lungo ed emozionante viaggio, alla scoperta di terre sconosciute, ma comunque, se le conosciamo già e domani siamo già di ritorno va bene lo stesso!”.

Non mi piace lavare i piatti e pulire la casa. Vorrei tanto essere ricca ed avere una colf, per seguirla e dire con tono irritante “Qui c’è ancora una macchia!”, mentre giocherello col mio nuovo, inutile, tappeto a forma di uovo fritto.

E’ talmente lungo e noioso l’elenco delle cose che non mi piace fare, che per evitare di immedesimarmi in un panda, che passa le giornate a masticare eucalipto e grattarsi la pancia, dovrò concentrarmi subito su uno dei miei tanti pregi:
So cucinare (e mi piace farlo).

Siccome sono una cuoca moderna, dopo aver soddisfatto il mio irrefrenabile bisogno di comprare il wok di Ikea per soli 5,99 euro, ho avuto la pessima idea di chiedere alla mia dolce metà: “Come lo prendiamo il forno?”.

A questa domanda lui mi si trasforma in un microonde dipendente.

Scopro che niente può essere ingerito se prima non è passato dal microonde. Il microonde è importante, è il tuo migliore amico, è colui che ti salva la cena quando sei stanco e che ti prepara la colazione la mattina.

Dopo questa rivelazione, comincio immediatamente a pigolare, dicendo che sono abituata al forno elettrico. Che proprio senza non ci posso stare, che il microonde non lo voglio, che è inutile, che il latte mi piace scaldato sul fornello. E così troviamo una soluzione che sembra perfetta: un modernissimo forno combinato.

Apriamo quindi una piccola parentesi per le specifiche tecniche dell’ oggetto in questione
(

“Con la funzione ventilato, il forno cuoce per circolazione di aria calda (sistema chiamato “a convenzione forzata”), come un forno tradizionale, grazie alla presenza di una ventola, posta sulla parete posteriore del forno. Questi modelli appartengono all’ ultima generazione di forni a microonde e, in genere, sono dotati anche della funzione grill. Il combinato microonde e ventilato unisce i vantaggi di questi due sistemi di cottura: la velocità del microonde e la doratura del ventilato, che è possibile perfezionare con la funzione grill. Con questo tipo di forno si può, quindi, preparare qualunque tipo di pietanza, in pochissimo tempo.”

In seguito scoprirò che il vero significato di queste parole è:

“non farai mai più una torta se non a casa di tua madre”

Chiudiamo la parentesi
)

Tutti contenti, acquistiamo questo oggetto super-tecnologico e lo portiamo a casa.

Ci guardiamo intorno, e la prima idea geniale che ci viene in mente è di metterlo sulla lavatrice.

Così, il giorno dopo, ho passato 20 minuti a tenere fermo il forno, che tentava di suicidarsi ad ogni centrifuga, ed era troppo pesante per prenderlo in braccio da sola e spostarlo.

La sera, dopo un breve consulto, togliamo il forno dalla lavatrice, lo mettiamo sul pavimento, e viene fuori la seconda idea geniale: comprare le staffe per appenderlo al muro.

Peccato però che queste staffe siano introvabili. Un mese di ricerca, durante il quale, i commercianti mi guardavano come se gli stessi chiedendo di vendermi una scimmia.
Fortunatamente un’amica decide di regalarci le sue, che tanto non le usa più, e ci sembra di aver risolto tutti i nostri problemi di spazio.

Torniamo a casa, armati di 8 fisher da 10, pronti per compiere l’impresa, quando… nel preciso istante in cui il trapano ha toccato il muro, ci sono venuti in mente almeno 4 motivi per non farlo!

1) Oh aspetta e se becchiamo i tubi del bagno?
2) Cavolo quanto è grosso ‘sto forno, sarà un po’ opprimente là sopra?
3) Hai visto l’apertura dello sportello, diventa scomodissimo se lo mettiamo alla stessa altezza dei pensili…
4) Se lo mettiamo più in basso sta malissimo!!

E’ stato proprio quel giorno che il forno ha trovato la sua collocazione perfetta: sul pavimento, tra la libreria e la scrivania.

Tutti mi chiedono come faccio ad usarlo, ma che domanda sciocca, è ovvio, mi abbasso!

Chissà perché nessuno domanda a Mr.microonde quante volte lo ha usato lui…