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Un bagno piccolo ma bellino

Qualche anno fa ho fatto una breve descrizione dei bagni che avevo avuto nel corso degli anni, per elencare i punti di forza di alcuni e i difetti di altri.

Ovviamente, ora che ho una nuova casa, mi sembra doveroso aggiungere un altro bagno alla lista.

Questo bagno è sicuramente più piccolo dei precedenti.

Non c’è lo spazio per la lavatrice, ma non importa, perché in questa casa la lavatrice abita nel ripostiglio. Un capiente ripostiglio dotato di porta scorrevole, così lei centrifuga in piena libertà e noi non impazziamo.

Non c’è lo spazio per la cesta della biancheria sporca, ma non importa, perché anche lei abita nel ripostiglio assieme alla lavatrice, quindi non ha nemmeno l’esigenza di essere una cesta carina.

E per terminare l’elenco delle cose che non ci sono, non bisogna dimenticare che non c’è la finestra, ma c’è un potente aeratore e un bel punto luce angolare (copiato pari pari dal bagno dello zio).

Insomma, il mio nuovo bagno è sicuramente un piccolo bagno, ma nonostante ciò è il più carino e il più comodo da pulire.

Finalmente ci sono i sanitari sospesi che da tanto desideravo e presto, spero, di poter aggiungere anche dei piccoli mobiletti (sempre sospesi) per contenere cianfrusaglie e asciugamani.

  

Per il momento ho preferito arredare il bagno riciclando le cose usate nei bagni precedenti, così da evitare quella scomoda situazione dell’acquisto frettoloso, che magari dopo un mese non ti piace più.

Il punto di forza di questo piccolo bagno è la doccia, bella, grande e comoda.

Peccato solo per un piccolo particolare che mi perseguita: l’acqua sul pavimento.

Si lo so, sembra assurdo. Uno si fa la casa da zero e ci si aspetta che funzioni tutto perfettamente. Ma invece no. Se c’hai una maledizione non c’è nulla da fare, ti devi rassegnare e ci devi convivere. Io dunque c’ho la maledizione dell’acqua che esce dalla doccia. Ma vediamo attentamente questa volta da dove esce.

La doccia è a forma di rettangolo.

Tre lati del rettangolo sono fatti di muro ricoperto di piastrelle. Fino a qui tutto bene.

Il lato restante del rettangolo è quindi quello con l’entrata della doccia: due belle porte in cristallo con apertura saloon.

E quindi da dove uscirà mai quest’acqua benedetta? Ma è ovvio: dagli angolini delle porte!

Secondo il mio modesto parere, durante la fase di montaggio, sono state tagliate male le guarnizioni inferiori delle due porte. Ma stavolta, invece di preparare bambolette voodoo con le fattezze degli operai, cerchiamo di vedere il lato positivo della faccenda. Stavolta il problema si risolve facilmente. Si posiziona fuori dalla doccia un tappetino (un po più grande del normale) e una volta terminata la doccia si prende il tappetino e si stende ad asciugare. Nulla di strano o faticoso.

Addirittura il problema stavolta può essere risolto radicalmente con l’acquisto di nuove guarnizioni. Addirittura senza nemmeno andare in ferramenta, visto che si trovano pure su Amazon.

Certo se in principio avessi acquistato una porta della doccia scorrevole, questo problema dell’acqua dagli angolini non ci sarebbe stato affatto. Ma vuoi mettere la carineria della porta saloon rispetto alla scorrevole?

La vera sciccheria sarebbe stata un’altra.

Evitare il piatto della doccia. Quello avrebbe avuto un senso. Un bel pavimento in resina per un effetto omogeneo fin dentro la doccia. Una leggera pendenza verso lo scarico e nessuna fuga. Le fughe nel bagno diventano uno schifo diciamocelo. Me lo sogno la notte un pavimento del bagno senza fughe.

Perché non l’ho fatto?

Cosa esattamente mi ha impedito di fare un pavimento in resina in un minuscolo bagno? I soldi? Gli operai? Il consorte? Il mio spirito guida? Il millennium bug? La demenza senile?

Dopo due anni ancora non lo so.

L’arrivo della cucina nuova

Il giorno che la cucina nuova è arrivata nella nuova casa è stato un giorno iniziato tra imprecazioni di vario genere. Infatti nella vita non si può essere sempre felici, altrimenti la gastrite ci rimane male.

Avevo passato i giorni precedenti alla consegna a dire cose tipo:

Mi raccomando, l’11 giugno arriva la cucina, mettete le lastre di Kerlite sulla parete! Mi raccomando controllate pure che le prese elettriche siano tutte funzionanti! Io poi passo un’ora prima della consegna a pulire.

Giunti alla mattina della consegna mi sveglio fiduciosa e rilassata, mi armo di stracci e buona volontà e vado a casa nuova per dare una pulita al pavimento dove verrà montata la cucina.

Apro la porta di casa e guardo la parete che ospiterà la cucina. Mi avvicino e guardo meglio la parete che ospiterà la cucina… e in circa 10 secondi avevo convocato i santi di gennaio e febbraio.

Indecisa se cominciare il calendario di marzo o telefonare a qualcuno, alla fine opto per telefonare in modo assolutamente pacato al direttore dei lavori (o’ Mast).

“Pronto?”
“PRONTO!!! POSSO SAPERE PERCHE’ LA PARETE DIETRO LA CUCINA E’ MACCHIATA DI CAFFE’ ?????”

“Eh? Ma che dici? Io sono passato ieri mattina ed era tutto ok…”
“E MO’ E’ PIENA DI CAFFE’ !!!!!! Sulla parte del muro, non sulle piastrelle, quindi non si pulisce.”

“Vabhè calmati  tanto quel punto verrà coperto. Fammi chiamare i ragazzi e chiedo cosa è successo.”

Dopo qualche minuto si svela l’arcano.

Il responsabile del misfatto era stato l’elettricista, che aveva ben pensato di far precipitare dalla scala un bicchierino di caffè, evitando poi di avvertire telefonicamente perché pensava che tanto il giorno dopo qualcuno avrebbe sistemato il muro.

Peccato che il “giorno dopo” non sarebbe stato il solito giorno di lavoro. Sarebbe stato il giorno in cui, tutti gli operai restano comodamente a casa, e al loro posto arrivano quelli che montano le cucine.

Dovevo dunque rassegnarmi a convivere con la macchia, placare la mia ira e riflettere sul fatto che effettivamente era una piccola superficie maculata, che sarebbe stata completamente coperta dalla colonna forno.

Così cominciai a concentrarmi su altri dettagli della parete…

Tipo che dietro la cucina non c’erano i battiscopa.

Il battiscopa, quel coso di 7 cm di altezza per 60 di lunghezza dello stesso colore e materiale del pavimento. Quel coso che protegge il muro dall’acqua quando lavi il pavimento. Quel coso che sul balcone ci sono 2 pacchi INTERI avanzati… dietro la cucina NON CI STA!

Dice che non si mette…

Non è che voglio mettere in dubbio questa cosa, per carità. Metti che tutta la scienza edile si fonda su sto postulato che dietro le cucine non si mettono i battiscopa, chi sono io per sostenere il contrario. Dico solo che, visto che ci sono 2 pacchi avanzati… 3 metri di battiscopa potevi pure sprecarli. Ho superato le macchie di caffè sul muro, vuoi vedere che non posso superare sta cosa del battiscopa?

Occhio non vede, cuore non duole.

Stai lì, tutta calma e serena, a guardare due omini forzuti che ti montano la tua nuova cucina luccicosa, quando noti un altro piccolo dettaglio…

La fuga tra il soffitto e le lastre di kerlite non c’è.

E vabhè che qualche schizzo di caffè sul muro dietro la cucina non si vede… e vabhè che una striscia di battiscopa sotto la cucina non si vede… ma la fuga tra il muro e il soffitto…

Quella si vede. Mannacciatuttcos!

Ma non facciamoci intossicare da certi futili dettagli, piacevoli come un sasso nella scarpa e completiamo il racconto tirando fuori qualche vecchia foto, così da sottolineare l’evoluzione nel corso degli anni.

Ecco la prima cucina, presa all’Ikea nel 2009 e collocata all’interno dei miei primi 50 metri quadri.

Successivamente al primo trasloco, ecco la cucina rivisitata, completa di un secondo Top, una lavastoviglie e uno sfornatutto.

cucina

Ora sarebbe il turno delle foto della cucina all’interno dei miei secondi 50 metri quadri, dopo il secondo trasloco, ma non ne ho trovate. Non è stato un buon periodo quello, quindi meglio passare direttamente alla fase successiva.

La fase della cucina bella:

La spazzatura

Quel giorno che abbiamo passato la mattinata alla Tarsu è stato un paio di settimane fa. Ma pure l’anno scorso. E quello prima ancora. Si perchè noi periodicamente amiamo passare una mattinata alla Tarsu.
Ma facciamo un po’ di chiarezza.
Questo fatto che a noi piace di cambiare continuamente casa, provoca una successione di eventi burocratici, che fanno si che si verifichi quella brutta condizione chiamata “la bolletta che non arriva”.

Ecco, ora ci sono vari tipi di bollette che possono non arrivare.

C’è la luce, il gas, il telefono, il condominio, ma sono tutti casi in cui basta prendere il telefono e si risolve il problema nove virgola cinque volte su dieci.
Poi invece c’è la Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, quella che comunemente viene chiamata “la spazzatura”.

La spazzatura è una di quelle bollette che ti provoca ulcera, gastrite, mal di testa, nervosismo e stress, ma non un po’ alla volta, tutto assieme.
La spazzatura è una di quelle bollette che quando diventi grande e vai a vivere per conto tuo devi fare una scelta: pagarla o non pagarla.
Se non la paghi mai potresti vivere sereno per sempre, oppure potresti un giorno trovarti Equitalia in pompa magna dietro alla porta.
Se invece decidi di pagarla, lo devi fare a vita, per sempre, con puntualità, sennò arriva Equitalia, senza pompa magna ma comunque arriva.

Quindi per evitare di dover vivere l’incontro infernale, noi amiamo periodicamente passare una mattinata alla Tarsu, per comunicare che a causa del trasloco non ci è arrivata la bolletta. E che non è che non la vogliamo pagare, non sia mai, solo ecco, se non la teniamo come la paghiamo?

E perché non facciamo una telefonata, come si fa per il gas, per la luce o per il telefono, piuttosto che passare la mattinata lì?
Una telefonata?
Alla Tarsu?

Ahahahahahaahahahahahahahahahahahah

Dicevamo…

La Tarsu è un posto fatto di vari livelli di difficoltà, una specie di videogioco. Quindi prima di affrontarlo devi essere preparato a dedicargli tempo e allenamento (e magari portati un amico, che andarci da soli non è pesante, di più).
La prima sfida che dovrai affrontare sarà la ricerca dell’edificio. Che una volta raggiunto ti farà riflettere sul fatto che è veramente brutto.
A questo punto dovrai fare un bel respiro. Lanciarti dentro con decisione. Salire le scale facendoti largo tra le persone. Raggiungere la macchinetta erogatrice di numeretti e fartene erogare uno. Guardare il tabellone dei numeri e tornare velocemente all’esterno.
Tempo impiegato: 50 sec.

Fatta questa prima fondamentale operazione, ti avvicinerai al consorte che ha appena finito di parcheggiare e sfoggiando uno dei tuoi migliori sorrisi dirai:

“Caffè?”
“Aspetta prendiamo il numero…”
“Fatto già, sono una scheggia, ora caffettino?”

“Che numero abbiamo?”
“147”
“E a che stanno?”
“Uh guarda il bar!”

“A che stanno?”
“Vabbhè ma che ti cambia? Lo sai che tanto ci vuole tempo…”
“A. Che. Stanno.”
“77”

Silenzio, depressione, rabbia, disperazione, isteria, tutto contemporaneamente nell’arco di 15 secondi.
Poi caffè, cornetto, sigaretta, passeggiata.

Dopo questa prima fase di una trentina di minuti si è soliti rientrare all’interno dell’edificio, per dare un’occhiata al tabellone dei numeri e capire a che velocità procede l’avanzamento.
Poi si torna fuori e si comincia a passeggiare. Un po’ di qua, un po’ di la, poi un po’ di sole, due chiacchiere, un’altra sigaretta. Finchè non arriva mezzogiorno.

A mezzogiorno chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori.

Quindi a mezzogiorno ti fai una bella croce e te ne vai all’interno dell’infernale palazzo, seduto in mezzo alle scale e aspetti pazientemente il tuo turno.

Non che non ci sia una sala d’attesa, il fatto è che è sempre piena e puzza. Puzza perché è piena di signore che sentono gli spifferi e quindi chiudono le finestre. Non sia mai dovesse entrare un po’ di aria fredda mista a ossigeno.
Così se quando vai alla Tarsu non ti vuoi prendere una bella infezione batterica alla vie respiratorie, ti conviene di sederti in mezzo alle scale, dove le finestre sono aperte, assieme a tante altre simpatiche persone che la pensano come te (o che non hanno trovato posto dentro).

Avventori con i quali dopo qualche minuto dovrai metterti a chiacchierare. Perché, anche se ti porti un libro, uno smartphone, il lavoro a maglia o il RisikoPiù, è buona creanza scambiare una o due parole con gli altri poveracci che stanno impiegando una mattinata della loro vita, per farsi dare un foglio o per farsi dire che devono recarsi ad un altro ufficio.

Poi rifletterai sul fatto che siamo nel 2014 e ancora non è possibile starsene seduti comodamente a casa e controllare dal proprio PC lo stato della propria bolletta della spazzatura. Rifletterai sul fatto che non ci sono i soldi per sviluppare i software necessari. Penserai a tutti quelli che non pagano.
Penserai che ora non si chiama più Tarsu ma Tares ma che tanto tutti continueranno a chiamarla “la spazzatura”.

Ascolterai la signora che dalla sala d’attesa, un po’ per noia, un po’ per intraprendenza, comincerà a chiamare a gran voce i numeri del tabellone, ti farai una risata e penserai:

“Tombola”

Iniziative

Era un bel po’ che ci pensavo e alla fine l’ho fatto.

Certo ora sono sudata come un muflone al mare e ho un leggero fiatone, ma sono soddisfatta.

Oggi sentivo che era il giorno giusto, un po’ come Dexter e il suo “Tonight’s the night…”.

Oggi ho alzato il mio culone flaccido dalla sedia. Ho indossato le mie vecchie vans, mi sono legata i capelli e ho acceso la tv cercando i canali radio. A questo punto un gentile annuncio bianco su sfondo blu mi ha ricordato che i canali radio non sono compresi nel nostro abbonamento. Così ho spento la tv e ho acceso il pc. Poi mi sono diretta verso il nostro gradino e mi sono cimentata in una breve ma intensa lezione di step casalingo.

Basta cercare su youtube e trovi tutto quello che devi fare, dal riscaldamento allo stretching finale.
Ci fossi arrivata al finale.

I 15 minuti più salutari della giornata.

Magari, con pazienza e costanza, entro fine marzo riusciro a fare una lezione di 45 minuti senza stramazzare sul pavimento.
Magari, sempre con pazienza e costanza, per fine luglio le mie cosce saranno passate da “budinose” a “orsettogommose” che è un bel traguardo in fatto di consistenza.

E tutto questo sarà completamente gratis!

Almeno avere un gradino giusto al centro della casa avrà un’utilità. E non resterà solo una specie di catapulta per parenti e amici.
Certo che chi l’ha creato doveva essere un parente del tipo che aveva montato il marmo del bagno della vecchia casa.

Ma dico io…

Tu che devi prendere delle decisioni tecniche per trasformare una casa grande in due case più piccole e quindi creare due bagni e due cucine…
Tu che sei andato a comprare i tubi e poi li hai montati…
Perchè diavolo non hai fatto una traccia nel pavimento???
Magari ti sei pure sentito un genio, a piazzare un gradino nel bel mezzo di due case, piuttosto che fare un buco per terra ???

Ora io ci posso pure stare, perchè ci faccio step, con la speranza di un culo migliore e di un compagno felice. Ma i miei proprietari di casa, che pensano di venirci a passare la vecchiaia, che dovranno fare?
Montarci una rampa per invalidi???
Tutta questa attività fisica mi ha resa più irrascibile del solito.

Maledetta me e le mie idee geniali.

L’argomento della nostra tesina fu il razzismo

Quando ero piccola, per l’esame di quinta elementare si doveva preparare una tesina.
La maestra apriva il registro e divideva la classe in gruppi da 4 o 5 bimbi seguendo l’ordine alfabetico.
Ogni gruppo poi doveva stare tutti i giorni culo e camicia a lavorare alla suddetta tesina fino al giorno dell’esame.

Ecco io i 3 bimbi che mi stavano vicini alfabeticamente non è che li digerivo poi troppo. Il pensiero di passarci un sacco di tempo assieme, mi faceva un effetto che al giorno d’oggi, grazie alle mie conoscenze wikipediane della medicina moderna, potrei paragonare ad un attacco di gastrite.

Le mie amichette erano simpatiche, studiose, e divertenti.

Loro erano… diversi.

Una era eccessivamente appiccicosa. Uno era viziatissimo e sempre col naso gocciolante. Un altro era innamorato di me, cosa che mi provocava una voglia irrefrenabile di dargli un pugno in faccia, poiché non corrispondeva affatto alla mia idea di candidato ideale.

L’argomento della nostra tesina fu il razzismo e questo mi spinse ad essere più tollerante con i miei vicini di cognome.

Un’ esperienza formativa importante che ti fa crescere più buona e più saggia, che ti fa essere un adulto migliore quando vai a votare e quando i cori da stadio ti augurano una doccia eccessivamente calda.

Poi però improvvisamente una mattina ti ritrovi a pensare qualcosa di tremendamente cattivo e ti senti confusa.

Che è successo?

E’ successo che c’è un tipo che ha la simpatica abitudine di andare in giro accompagnato da un amplificatore.
Un amplificatore che diffonde a tutto volume una versione lirica dell’Ave Maria di Schubert.
Alle 9 del mattino.
Di sabato.
E di domenica.

Si ferma sotto al palazzo, accende sto coso infernale e dopo 10 minuti se ne va.
E’ pazzo? No, chiede l’elemosina.

Ecco io ho già raccontato in passato che il sabato mattina quando posso voglio dormire, e ovviamente anche la domenica, insomma la domenica! Il giorno dell’ozio per eccellenza, il giorno che anche Dio si è riposato! Perché io no?

Io poi ho anche dei traumi precedenti con la musica a tutto volume come sveglia. Ancora non li ho dimenticati i dirimpettai folli che avevamo nella casa precedente.

Non è giusto, non puoi fare così. Soprattutto perché mi fai sentire un essere malvagio nel momento in cui, strappata improvvisamente dalle braccia di Morfeo, ti auguro una morte così atroce, che manco il leghista più fedele riesce a immaginare.

Mi sento cattiva, ma poi perché?

Mi sento cattiva solo perché auguro queste cose a uno straniero che sta peggio di me. Però insomma, qua non è un fatto di essere straniero o no, qua è un fatto che tu bello mio non mi puoi rompere le palle in quella maniera. Che tu sia arabo, napoletano, milanese o cinese!

Non è che se mi esasperi poi ti do dei soldi, non funziona così! Non si fa, porca miseria!

E io non posso uscire sul balcone a gridartelo in faccia perché passerei per razzista.
Assurdo.

Le persone sposate

Oggi ho voglia di invidiare le persone sposate.

Quelli che hanno celebrato la loro unione firmando delle carte successivamente riposte in un archivio.
Quelli che poi sono andati a farsi le foto nei parchi e sulle spiagge.
Quelli che hanno portato parenti ed amici ad abbuffarsi di pesce e digestivi.
Quelli che hanno distribuito nelle case dei conoscenti, un inutile oggetto, probabilmente di porcellana e di opinabile bellezza.

Ho voglia di invidiarli perchè per loro è più semplice.

E’ più semplice, non tanto per quanto riguarda il rapporto con i parenti, che di solito, anche se non condividono questa strana scelta di non ufficializzare le cose, comunque ti rispettano e ti prendono sul serio, ma è più semplice per quanto riguarda l’interazione con gli sconosciuti e gli amici.

Gli sconosciuti ad esempio, il 90% delle volte che sentono utilizzare la formula “il mio compagno“, non capiscono. Restano a fissarti. Se poi per praticità, e anche per una pura preferenza linguistica, utilizzi la formula “il mio fidanzato“, allora deducono che sei solo temporaneamente in visita e ognuno vive a casa sua.

La soluzione è una sola, l’espressione corretta è: mio marito.

Mio marito è uscito, può dire a me.
E’ passato mio marito e ha ordinato tale cosa.
Aspetto mio marito, prenda pure l’ascensore.

E’ inutile che fate la classica smorfia, sintesi dell’insinuazione:

lo dici solo perché ti fa piacere chiamarlo così

La verità è che i rapporti con gli estranei, i commercianti, i vicini di casa e simili, diventano estremamente più semplici.
E soprattutto, smettono di chiedervi:

Ma siete studenti?

Discorso più lungo e complesso è da farsi per quanto riguarda gli amici, perchè possiamo dividerli in varie categorie.

Ci sono i CONFUSI, quelli che alla notizia “stiamo cercando casa” ti guardano e ti chiedono “come mai?“. Inarchi un sopracciglio e tenti di formulare una risposta, poi però decidi che la domanda non è pertinente.

Poi ci sono i PREOCCUPATI, che sono invece quelli che si fanno prendere dal panico. Perché se lo fai tu, prima o poi toccherà anche a loro.
Si può percepire lo stato d’ansia crescente, dal tono della voce utilizzata, per formulare la seguente domanda:

qual è la cosa positiva del vivere insieme?

E tu cominci a recitare un lunghissimo elenco di fesserie, assolutamente vere, quanto assolutamente inutili, rendendoti conto, solo il giorno successivo, che hai dimenticato di dire la cosa più ovvia e più importante…

La cosa positiva del vivere insieme, è che vivi insieme.

Ma eccoci al turno degli ENTUSIASTI, quelli che stanno talmente bene con voi, che ancora prima di firmare il contratto d’affitto, verranno a trovarvi per festeggiare.
E non se ne vanno più.
Una specie di figlio prematuro e già grande.
Si, sei tu, sto parlando di te, e no, non puoi venire a cena stasera!

In fin dei conti però, sono quelli che preferisci, perché a furia di prendersi un benvenuto o un vaaquelpaese, sono quelli che ti conoscono meglio, che vengono a prendersi il caffè, e lo portano già fatto.

Sono quelli che ti chiamano almeno tre ore prima, per confermare o disdire un invito, perché diciamocelo chiaramente, aggiungi un posto a tavola è una stronzata. Perché se sposto un po’ la seggiola, sto scomoda, e se divido il companatico, aropp mez’ora teng famm n’ata vot!

Forse mi sto dilungando eccessivamente, quindi riassumiamo.

Questo bisogno di continua chiarezza con gli amici, deriva quindi dalla necessità di essere sempre presi sul serio? E quindi, di affermarsi come nucleo familiare agli occhi dell’umanità circostante? Ma in realtà, quanto di tutto ciò influisce realmente sulla quotidianità di una coppia di vecchia data?

E infine…

Con che frequenza Lei sogna di ritrovarsi Lui che le offre una coppa di champagne con un luccichio sul fondo?

L’uomo della mia vita

Quando una donna elegge lo sventurato di turno al grado di uomo della mia vita nell’80% dei casi, in quello stesso istante, nella sua mente scorrono velocissime le seguenti immagini: modello del vestito da sposa, casa, cane, gatto, altro animale a scelta, vacanze invernali, vacanze estive, vestiti e acconciature per future figlie femmine, festa a sorpresa di compleanno possibilmente in spiaggia con lui trasformato in perfetto surfista californiano e tipico litigio in cui lei se ne va, lui le corre dietro, l’afferra, la bacia e vissero felici e contenti.

Poi passa il tempo e i gusti cambiano.

Allora mentre passeggiate mano nella mano, rinnovi mentalmente il modello del vestito da sposa.

Chissà lui che pensa, chissà se pensa, ma non importa, sei felice e ti senti fortunata.

Finché non te lo fa notare sua nonna. Ogni volta che mi afferra e mi dice con voce carica di orgoglio nonnesco “Tu sei una ragazza fortunata” mi sale un nervoso che non si può immaginare.

Continuo a fare di si con la testa e guardo con astio il mio dolce consorte.

Sarà che sotto sotto vorrei che lui esclamasse:

“Anche io! Anche io sono fortunato! Oh tu soave creatura che illumini le mia giornate con un sorriso e un piatto di riso e zucchine! Tu dolce donzella che mi lavi le mutande e ridi con me mentre ci rimbambiamo sul divano a forza di serie TV! Oh fedele fatina della casa! Meno male che ci sei!”

Eggià qualche volta ho dei pensieri leggermente pomposi.
Ma giusto qualche volta.

Comunque forse in quello che ho scritto c’è un errore, si, ho sicuramente sbagliato qualcosa, ma cosa?

Ah si, giusto…
La percentuale all’inizio.
Ovviamente è più alta, anche se conosco persone capaci di negarlo all’infinito.

Questo proprio non me lo spiego, che c’è di male ad ammettere che siamo cresciuti rimpinzandoci di film a lieto fine, traboccanti di romanticherie che non vediamo l’ora di ricreare nella nostra vita quotidiana?

Perché la vita quotidiana è stressante, è difficile e non sempre è piena di soddisfazioni.

E allora dopo queste frivole riflessioni andrò in cucina a preparargli un caffè tanto per farmi dare un bacetto in più. Ruffiana.