Articoli

Un piccolo open space

Da qualche giorno ho comprato una chaise longue in rattan per prendere il sole sul balcone, però al sole fa caldo quindi ci prendo il fresco il pomeriggio. Ho pure in programma di andare ad acquistare 6 piantine di campanelle da appendere alle fioriere, appena riuscirò a sollevarmi dalla chaise longue per strisciare fino al vivaio.

Intanto che me ne resto sdraiata, mettiamo da parte il balcone e torniamo in casa per continuare l’esplorazione del nuovo appartamento.

Come avevo già anticipato, nello stesso ambiente della cucina troviamo anche il salotto, così da formare un piccolo open space discretamente luminoso, modestamente arredato e talvolta profumato di cipolla, ragù o alici fritte.

Il vero protagonista del salotto però non è l’odore del cibo, ma il panorama.

Una bellissima vista sulla città.

Capodimonte, il Duomo, il centro direzionale, il Vesuvio e il mare.

A molta gente il centro direzionale da fastidio, dicono che rovina il panorama. A me invece piace. E’ come un piccolo difetto che rende unico un bel viso.

Visto dalla collina del Vomero l’intero complesso conferisce al panorama della città un’aria piuttosto particolare per l’inevitabile contrasto esistente tra le antichità del centro storico di Napoli e la modernità dei grattacieli che si ergono imponenti, con il Vesuvio a fare da sfondo. (cit. wikipedia)

Il panorama è stato il motivo per cui ho deciso che il muro dell’ingresso andava assolutamente abbattuto, e forse inconsciamente, è anche il motivo per cui non chiudo mai le tende e non ho quadri alle pareti.

Perché in fondo, ogni volta che entro in salotto ho un enorme quadro di una città che amo.
Nonostante tutto.

Una città che ogni sera è un po’ Capodanno.

Così certe volte, mentre guardi un film, ti alzi dal divano e come una bambina felice esci sul balcone a guardare i fuochi d’artificio, anche se è giugno ed è giovedì.

L’unico quadro presente in salotto è Guernica di Picasso.

Una stampa che ci siamo portati dietro in tutte le nostre precedenti casette.

Eccolo nella camera da letto della nostra prima casa:

E successivamente nel salotto nella nostra seconda casa:

Poi in salotto anche nella nostra terza casa

(Si mi rendo conto che in questa foto non si vede né il divano né il quadro, ma visto che altre foto non ne ho bisogna un po lavorare di immaginazione)

E infine nel piccolo open space discretamente luminoso, modestamente arredato e talvolta profumato di cipolla:

In realtà, se proprio vogliamo essere precisi, quella stampa abitava in questo appartamento già prima della ristrutturazione. Proprio in camera del consorte, che a quei tempi non conosceva ancora parole come fidanzata o convivenza.

Per il momento dubito che metterò altri quadri.

Non mi piacciono le pareti piene di cose, mi opprimono, preferisco qualche mensola ben posizionata, con sopra pochi oggetti con cui ho un legame affettivo.

Dopo aver scritto questa frase, sto immaginando il consorte che legge questa pagina di diario e alle parole “ben posizionata” rabbrividisce.

Credo che per lui, quel pomeriggio trascorso a mettere 3 mensole su un muro innalzato di fresco e assolutamente candido, sia stato assolutamente infernale. Soprattutto considerando che c’era la consapevolezza di doverle mettere PERFETTAMENTE ALLINEATE ED EQUIDISTANTI, per non scatenare l’ira funesta della sua dolce pulzella.

Me lo ricordo ancora armato di livella che invocava divinità casuali da Cthulhu a San Gennaro.

Sempre esagerato…

Ma non perdiamoci nei ricordi e torniamo al salotto.

Oltre a mantenere una certa sobrietà nella scelta degli arredi e dei soprammobili, tra i quali possiamo notare una Morte nera, un Jeeg Robot e una catapulta di legno (tutta roba serissima), ho cercato di mantenere anche una sorta di continuità tra il salotto e la cucina, scegliendo di utilizzare solo 4 colori:

  • Bianco – per la cucina, le sedie e gli infissi
  • Nero – per tavoli e librerie
  • Grigio – per il pavimento e i tessuti
  • Arancione – per il mio adorato frigo vintage

Viene da se che in questa palette di colori tra il sobrio e il funereo, le fodere rosse del divano fossero leggermente fuori tema.

Urgeva quindi un restyling.

Immediatamente ci complimentiamo con noi stessi per aver scelto, a suo tempo, un divano che fosse sia modulare che completamene sfoderabile, e compriamo delle fodere nuove.

Compriamo nel senso che…

Io vado con mamma all’Ikea e mi sbizzarrisco nel creare composizioni di tessuti grigi.
Fotografo tutte le composizioni possibili e le invio su WhatsApp al consorte.
Mia mamma finge di testare un divano a caso.
Il consorte dopo aver visto le foto, risponde e confessa che gli sembrano tutte uguali.
Scelgo io e torno a casa.

Il risultato finale è un salotto un po’ confuso, un po’ serio, un po’ bellino. E le vecchie fodere le tiriamo fuori a Natale.

Fuori produzione

E’ tanto che non parlo di me, delle mie cose, non avevo il tempo di farlo.
Un sacco di volte in metropolitana, lunghissimi ed esilaranti racconti si formavano velocissimi nella mia testa, poi, troppo spesso, quando rientravo a casa erano svaniti.

C’era sempre qualcosa da fare. Anche se voleva semplicemente dire: infilarsi sotto la doccia o lanciarsi a peso morto sul divano e spegnere il cervello, finchè il richiamo del maccherone al sugo non riaccendeva le mie funzioni vitali.

Qualche volta ho provato a buttare giù qualche riga. Che sconforto non riuscire a riordinare i pensieri.

Roba da fare stracciare le vene pure a Ozpetek:

Domenica ventiquattro giugno duemiladodici, ore nove e ventisette. Sto sorseggiando un bicchiere di latte freddo e caffè caldo.

Il caffè l’ho fatto io, non è molto buono, io odio fare il caffè, inoltre la caffettiera era poco convincente, secondo me è sporca. La laverei col viakal, ma poi probabilmente dovrei buttarla via. Non è di acciaio inox, ma anche se lo fosse, l’opinione comune vuole che tali oggetti non vengano trattati con alcune sostanze, non tanto perchè dannose se ingerite, ma piuttosto perchè andrebberò a intaccare quel particolare aroma che assume l’oggetto durante l’utilizzo quotidiano. Che poi non la usavamo da tipo due mesi, ma vabhè, ne abbiamo di vari tipi.

Poi magari una volta mi alzo e mi metto tutta carina, in pigiama davanti al pc, a scrivere un bel raccontino sul magico mondo delle caffettiere di casa mia/sua. Ma non è di questo che ho voglia di parlare stamattina, e allora mettiamo un bel punto e ricominciamo a narrare dall’inizio.

Ora i raggi del sole sono tornati a risplendere sulla mia faccina pallida e l’umore è nettamente migliorato.

Diciamo tutti insieme: Alleluia alleluia.

Oggi è il momento di tornare alle origini, prendere una penna, un qualsiasi pezzo di carta (tipo il mio volantino pubblicitario) e cominciare a narrare rigorosamente in stampatello una delle mie tipiche giornate di inizio agosto.

Mare? Montagna? Lago? Ikea.

Essì, perché se dobbiamo ricominciare a narrare le mie quotidiane peripezie, facciamolo per bene e illuminiamo tutti sul motivo per cui ci sono andata.

Il motivo per cui oggi sono andata per la milleduecentocinquantesima volta all’Ikea è perchè sono totalmente dipendente da quella megafabbrica di lego per adulti perchè c’è un divano che si chiama  Ektorp.

Questo simpatico esemplare di mobile rigonfio adatto allo stravaccamento è, come la maggior parte dei suoi simili, totalmente sfoderabile. Questo vuol dire che le fodere vengono vendute a parte.

Ora il caso vuole che mia mamma abbia in casa un divano estremamente simile al suddetto Ektorp. Ma con la tappezzeria abbastanza usurata e scolorita.
Ecco, ora mi chiedo: sarebbe o non sarebbe una gran botta di culo se le fodere dell’Ektorp calzassero a pennello sul divano di mia mamma?

Secondo me lo sarebbe.

Per ora le abbiamo acquistate. Nei prossimi giorni vado da lei e scopriremo se siamo due geni del male. Nel caso in cui dovessi fallire ripiegherò le fodere versandoci sopra le amare lacrime della sconfitta e mangerò del gelato consolatorio per risollevare la mia autostima.

Intanto che attendo di effettuare l’esperimento, vorrei restare in tema “fodere” e scrivere qui di seguito, una letterina in popolano antico al signor Ikea:

Caro signor Ikea, come stai? Tutt’apposto? A me non tanto, perchè qualche tempo fa ho scoperto con mio estremo disappunto, che le fodere rosse del mio divano sono fuori produzione. Ja, il lutto!

Io con questa mia, ti volevo gentilmente chiedere, se la potevi smettere di mandare fuori produzione tutto quello che compro io. 
Pure i cuscini non ci sono più, quelli morbidi, un po’ optical che se ne compravo altri due potevo appezzottare il divano i Chuck Bass, quello ricco di Gossip Girl.

Già mi hai fatto intossicare in passato con il top nero della cucina e vabbhè.

Ma mo pure col divano? 

Ora come faccio a comprare il pouf poggiapiedi per mettere il divano ad angolo se non ci sta dello stesso colore? In capa a te io mi compro 3 fodere nuove solo per fare tutto in tinta? 

Tu sei caduto con la testa a terra mio caro signor Ikea. 

Io capisco che alcune cose non possono esistere per sempre, ma una via di mezzo tra “per sempre” e “due anni” potresti anche trovarla!

Statti bene e ci vediamo presto.

Un restyling in 6 semplici passi

Era tanto che ci pensavo e finalmente nelle ultime due settimane mi sono dedicata ad un leggero restyling della mia umile dimora.

Niente di particolare, giusto qualche modifica in camera da letto, bagno e corridoio.

Alle volte basta davvero poco per trasformare una stanza. Si può semplicemente sostituire una tenda, posizionare millimetricamente un cuscino su un tappeto come se fosse caduto lì per caso, comprare un buffo portavaso per una piantina (che se tutto va bene durerà 15 giorni) e immediatamente ci sentiamo soddisfatti. L’ambiente appare più fresco, svecchiato e piacevole.

Altre volte però bisogna apportare delle modifiche, soprattutto funzionali e non semplicemente estetiche.
E le modifiche funzionali, quelle che preferisco, si fanno unicamente in un modo: trapano, giravite, livella e un paio di mobili Ikea.

Questa volta, prima di operare in modo frenetico e confusionario, ho fatto tesoro della saggezza popolare che recita “a gatt pe ji e pressa facette ‘e figlie cecate” e ho preso le mie decisioni con estrema lentezza, buttando giù una lista (sai che novità!).

STEP ONE:

Ho fatto una lista delle cose che non andavano.
Poi ho riflettuto.

Ho aperto il sito di Ikea e ho creato un “Elenco degli acquisti” inserendo tutte le cose che in quel momento mi sembravano utili e belle.
Poi dopo qualche giorno l’ho modificato.
Dopo qualche altro giorno l’ho praticamente dimezzato.
Dopo ancora altri giorni, ho fatto delle sostituzioni e, finalmente, l’elenco è completo, definitivo e come si dice… ponderato? Si ci sta bene, ponderato.

STEP TWO:

Superata la parte teorica, bisogna passare all’azione e rimboccarsi le maniche. Quindi faccio una capatina in ferramenta e compro tutto quello che mi serve per imbiancare il corridoio.

Il corridoio, come ho appreso dai numerosi siti di arredamento presenti nella rete, è tipo la parte più importante della casa. Uno pensa sempre:

Vabhè ma è solo il corridoio. Sticazzi del corridoio. E’ finita la vernice? E lasciamolo mezzo bianco e mezzo giallo, tanto è il corridoio, chi lo guarda??

Solo il corridoio? SOLO IL CORRIDOIO???

A quanto pare se il corridoio di casa tua coincide con l’ingresso, questo è la prima cosa che vedi entrando, e l’ultima che vedi uscendo!! E se non è accogliente è una tragedia!!
Ti lascia quel senso di malessere, spossatezza. Insomma, io inconsciamente per un anno sono stata interiormente male per il corridoio e non lo sapevo neanche.

Non si può fare finta di niente dopo aver appreso una cosa del genere. Quindi sfodero i miei 10 euri e compro 2,5 litri di bianco.

Tornata a casa faccio una riflessione sul battiscopa del corridoio, e siccome in alcuni punti mancano dei pezzi (pezzi che forse i precedenti inquilini amavano particolarmente e quindi hanno deciso di portarseli via) decido che la soluzione migliore è staccarli tutti.
Vabhè non proprio tutti, solo quelli della parete di fronte la porta.
Vabhè non è una mia decisione. L’Uomo di casa me lo aveva già proposto l’anno scorso, ma io non l’ho assecondato, e ora tocca farlo a me.
Devo staccarli con giravite e martello e poi stuccare la parte di muro rovinata che esce da sotto.

– voce al telefono –
Mi raccomando, non lo fare con lo stucco, che poi si spacca, devi comprare il “non mi ricordo che ha detto“.

– altra voce –
Ma perché invece non ne compri uno di legno? Di quelli che si tagliano a metro e si attaccano con la colla e si fa tanto prima?

Noncurante delle voci, comincio la mia operazione di rimozione e successiva ricostruzione a stucco.

Poi, intanto che si asciuga lo stucco, smonto il pesante attaccapanni in ferro battuto e chiedo aiuto all’Uomo di casa, per estrarre con la sua forza bruta i fischer rimasti nel muro. Lui però comincia a lamentarsi della sparizione di una pinza col becco piegato, che con quella si fa prima e che c’è stata una diaspora degli attrezzi.
Gli faccio notare che se uno dice “diaspora” è troppo intellettuale per maneggiare degli attrezzi e lo mando via.

Così, finite le operazioni di stuccaggio e scartavetramento, procedo con due belle mani di bianco sulla parte che avevamo lasciato precedentemente gialla.
Il mio nuovo candido corridoio appare già più bello.

Nonostante lo stucco spaccato al posto del battiscopa.

STEP THREE:

E’ arrivato il momento di andare all’Ikea a predere il necessario per il restyling, stampo l’elenco degli acquisti e chiamo l’amico di turno per una proposta:

Se quando torniamo ti fai trovare giù da me per aiutarci a scaricare la macchina ti preparo una buonissima cenetta.

Lui accetta e la mia schiena ringrazia.

Arriviamo all’Ikea e sembra assurdo, ma diluvia.
Mi viene da ridere, è incredibile, è come se ci fosse uno strano collegamento con la pioggia e il portabagagli.

Portabagagli: mi devono riempire, sei pronto?
Temporale: si si ecco, preparo altri due fulmini e arrivo…

Fortunatamente dura poco, e i nuovi acquisti restano asciutti.
Preparo un bel risottino funghi e salsiccia, per ricompensare i sollevatori di cassettiere Malm.

STEP FOUR:

La mia insana passione nei confronti dei mobili da montare credo sia legata alla carenza di costruzioni Lego nel corso della mia infanzia. Difatti, l’enorme quantità di plastilina manipolata a suo tempo, mi permette di non avere oggi nessunissima necessità di fare la pizza in casa.

Fatta questa fondamentale riflessione, monto (con qualche difficoltà) una stupenda panchetta in legno e un bellissimo scaffale coordinato che trasformano il mio bagno in una specie di saunetta.

Giusto il tempo di fare una foto figa da mettere nell’album “cambiamenti casalighi”, che sento un rumore familiare. Ebbene si, si sta facendo la barba. Dev’esserci qualcosa nel profumo del Viakal che lo attira verso il bagno in modo particolare.

STEP FIVE:

Sistemato il bagno bisogna operare sulla camera da letto.
Il cambiamento progettato è minimo e si limita all’aggiunta di una seconda cassettiera.

La prima idea prevedeva l’espansione dell’armadio, da 3 a 4 ante, poi valutando i fattori ingombro/trasporto/costo/ sono giunta alla conclusione che una seconda cassettiera sarebbe stata la scelta migliore, funzionalmente ed esteticamente parlando.

Il problema era solo metterla esattamente come avevo pensato di metterla.

Certo che suggerimenti alternativi ne ho avuti. Li ho anche condivisi con l’Uomo di casa, come fanno tutte le brave coppiette, a tavola, davanti un buon piatti di maccheroni.

Io: Sai più di qualcuno mi ha suggerito di metterle separate le due cassettiere e non vicine come avevo pensato di fare.
Il mio raffinato consorte: In che senso?
Io: Bhè, alternate: cassettiera, armadio, cassettiera…
Il mio raffinato consorte: Essì… accussì facimm ‘o cazz miezz ‘e palle!!!

(Io che per ridere quasi mi affogo con un maccherone)

Dopo questa conversazione forbita, procediamo col disporre i nostri giganti pezzi di tetris.
Apparentemente è facile perché basta spingere l’armadio fino alla fine della parete e poi metterci accanto le due cassettiere, ricoperte da un enorme vetro, così da sembrare una sola.

Praticamente la sequenza è questa:

Svuoto l’armadio da tutti i vestiti.
Separo le due strutture che si dividono così in una da 100cm e una da 50cm.
Spingiamo prima quella da 100cm fino alla fine della parete.
Ci accorgiamo che l’anta non si apre completamente a causa della sporgenza del cassonetto della persiana.

Diciamo brutte parole rivolgendoci al cassonetto.

Riflettiamo.
Ri-spostiamo la struttura da 100cm.
Prendiamo la struttura da 50cm, le rigiriamo l’anta e la infiliamo tra il muro e quella da 100cm.
Esultiamo.
Monto la cassettiera e la sistemo proprio dove volevo.

Detta così sembra facile…
E’ stato faticosissimo, ma alla fine il risultato mi piace un sacco.

Certo ora quel piccolo quadretto a specchio attaccato lì da solo non ci sta tanto bene. Meglio rimuoverlo e metterlo da un altra parte. Certo che, se lo appiccichi al muro con il biadesivo, poi te lo devi pure aspettare che quando tenti di toglierlo viene via mezzo muro. La soluzione migliore è fare finta di nulla, prendere altro biadesivo, rimettere il quadretto esattamente dov’era e uscire dalla stanza fischiettando.

STEP SIX:

Uscendo dalla stanza da letto, ho pensato bene di arraffare la panchetta che utilizzavo per metterci i vestiti la sera. Al posto della solita sedia. Non sono mai riuscita a capire bene cosa vorrei per metterci i vestiti, ma prima o poi una soluzione bisogna trovarla.
Insomma, ho afferrato la panchetta e ho deciso di metterla nel corridoio, così, tanto per portare avanti il concetto di “ambiente accogliente e rilassato“.
Ho montato i nuovi e meno invasivi attaccapanni e mi sono data alla verniciatura del mobiletto portaoggetti da collocare di fronte alla porta.

Ve lo ricordate quello sfigatissimo mobiletto bianco del bagno che ne ha passate di tutti i colori tra levigature e maledizioni varie? Quello che ha rischiato di essere buttato fuori di casa più e più volte? Quello che tutti su internet sfoggiano nei loro blog nella categoria “before and after“.

Bene.
Io ho un Blog e un mobiletto Rast.

Quindi ecco a voi la prima cosa che vedo entrando e l’ultima che vedo uscendo:

mobiletto

..che culo eh?

Il divano rosso

Cinque anni fa comprai il mio primo divano.

Oddio, definirlo divano è un enorme complimento, più che altro, si tratta di una struttura di 140 centimetri di larghezza, abbastanza rigida e dal design non troppo curato.
Insomma, il classico due posti Ikea da 80 euro, oramai fuori produzione e siccome non ne ricordo più il nome lo chiameremo per comodità “Divanetto“.

Sinceramente, per la funzione che avrebbe dovuto svolgere Divanetto, il rapporto qualità-prezzo era perfetto.

Collocato nella mia camera faceva la sua discreta figura, tutto rosso, addobbato con cuscinetti, copertine e peluches.
Gli amici che passavano a trovarmi per un caffè vi adagiavano comodamente i loro posteriori (con somma gioia del mio costosissimo materasso in lattice che finalmente veniva risparmiato), e io riuscivo addirittura a starci distesa per guardare un film.

L’unico che lo evitava come la peste era il mio fidanzato.

io: Guardiamo qualcosa?
lui: Io sul letto!!

E stava li a bearsi della sofficità del lattice…

Film dopo film, arriviamo all’inizio della convivenza della nostra giovane coppia preferita, Io e l’Evita-divanetto, catapultati come per magia, in una casa tutta da arredare e pochi soldi da spendere.

io: Che dici se qui ci mettiamo Divanetto?
lui: Si si ci sta perfetto come misure…

Dopo qualche mese di tentativi per trovare una posizione comoda, che ci permettesse di stare stravaccati entrambi davanti alla TV, eccolo, troviamo l’incastro perfetto:
lui steso con le gambe sul tavolino, la schiena sul divanetto e il culo sospeso nel vuoto…
io stesa con le gambe sulla sua pancia, la schiena sul bracciolo e la testa penzolante…

Una scena raccapricciante.

Film dopo film, i primi mal di schiena si fanno sentire e cominciamo a scricchiolare come fossimo rami secchi. Tra uno scricchiolio e l’altro traslochiamo in una casa più grande, con un salotto a dimensione salotto e una parete gigante pronta ad accogliere Divanetto.

Temporaneamente.

Infatti mia suocera, dopo pochi giorni, pronuncia le soavi parole:

“Vorrei regalarvi un divano”

Accettiamo l’offerta senza neanche provare a fare complimenti (non siamo mica matti…). Certe cose bisogna coglierle al volo e cominciamo subito a spulciare nei siti dei mobilifici. I prezzi dei divani sono davvero elevati, così decidiamo di fare un giro da Ikea.

Non avevamo dubbi, starete pensando…

In realtà, la scelta di tornare da Ikea anche per il divano è stata dettata da due motivi: il primo sono i prezzi e il secondo sono le linee semplici e minimali di alcuni divani.

All’inizio della ricerca mi ero orientata sul famoso klippan che, oltre ad essere opinabilmente carino, ha un costo veramente, ma veramente basso. Un divano che non mi avrebbe fatto preoccupare più di tanto, un divano che non bisogna proteggere da eventuali residui alimentari, bevande, pedate, stravaccamenti eccessivi… insomma una specie di divano usa e getta.

Poi, visto da vicino, dico senza peli sulla lingua che è veramente, ma veramente brutto, e soprattutto scomodo, come solo Divanetto riesce ad essere.

Così il simpatico trittico “io, mammet’ e tu” continua a gironzolare tra i divani Ikea senza concludere nulla, finchè mia suocera non pronuncia una frase ancora più soave della precedente:

“Veramente pensavo di spendere un po’ di più”

Fuochi d’artificio a sottolineare la notizia!

Nel buio del palcoscenico, un riflettore si accende. Illuminando al centro della stanza, uno splendido esemplare da due metri e settanta centimetri di assoluta morbidezza!

Colore?
Facciamo rosso, così sembra che Divanetto si sia evoluto… un po’ come i Pokemon.

E tutte le storie sul divano da battaglia? Sulle briciole, le pedate e lo stravaccamento?
Dimenticate…

Mi sono istantaneamente trasformata in una ferocissima tigre siberiana, armata di teli protettivi e pronta a sbranare chiunque minacci l’incolumità di Divanone!

L’organizzazione degli spazi

Nella vecchia casa uno dei problemi da affrontare quotidianamente era l’organizzazione degli spazi, infatti, la nostra famosa stanza salotto/cucina/studio riusciva a contenere, in modo inaspettato, gli oggetti utili e allo stesso tempo, le innumerevoli cianfrusaglie che amiamo tanto collezionare. Situazione resa possibile, grazie all’uso abbastanza flessibile, dei pochi mobili disponibili.
Così facendo, una libreria usata come parete divisoria, poteva ospitare:

  • un piccolo numero di libri
  • un cestino per la carta
  • un trapano
  • cavi elettrici
  • un sottopentola
  • e una discreta quantità di piante grasse

Nella nuova casa problemi di spazio finalmente non ce ne sono più. Però resta il problema della collocazione degli oggetti utili/inutili, perché ogni mobile torna a svolgere la sua funzione tradizionale, e quindi ora, nella libreria ci sono i libri, un sacco di libri, alcuni catalogati per genere, altri catalogati per casa editrice, e qualche altro catalogato per colore… si, ok, tendo ad essere un po’ maniacale, ma mi piace così, è rilassante, ma soprattutto è figo.

E che fine hanno fatto il trapano, le piante grasse, il sottopentola e le innumerevoli cianfrusaglie?

Bella domanda.

Molte delle nostre cose sono temporaneamente parcheggiate sul pavimento dello studio. Nell’attesa di trovare la giusta collocazione all’interno di qualche nuovo acquisto in schifezza pressata.

Il forno sinceramente è l’unico che non si lamenta, anche se forse comincerà a soffrire di vertigini, quando lo solleveremo a 70 cm dal suolo, per adagiarlo sul suo nuovo supporto.

A questo punto ci vorrebbe una bella voce fuori campo che dice:

ce la faranno i nostri eroi a sistemare l’ingombrante oggetto senza arrecare danni a cose/persone/colonne portanti/tubi dell’acqua?

La risposta è si, perché ora c’è un alleato fondamentale, lo spazio, tanto spazio. Una parete di 4 metri, occupata solo per metà dalla nostra cucina piccina picciò, e pronta ad accogliere un secondo Top, lungo quanto l’altra metà e sostenuto da due solidi elementi contenitori.
Ecco, è su questo enorme e stabile spazio, non soggetto a centrifughe, che posizioneremo il forno.

Detto ciò, passiamo alla narrazione dell’acquisto del suddetto Top.

Ci trovavamo come al solito da Ikea, c’era la solita folla, il solito rovente parcheggio, i soliti mobili belli e brutti, e ovviamente noi, con una missione da compiere: prendere un divano, una libreria e questo famoso pezzo di finto legno 186X62 chiamato Piano di lavoro o Top di nome Pragel con la dieresi sulla a.

Il divano bisogna sceglierlo, provarlo, pensarci bene, controllare le misure. Stesso discorso per la libreria, bisogna armarsi di foglio e matita ed inventarsi la composizione più adatta a soddisfare le esigenze creative, funzionali ed estetiche dell’Uomo di casa.

Il piano di lavoro no, bisogna semplicemente prenderlo uguale a quello che abbiamo già.

Togliamo pure la parola semplicemente.

Ikeo: mi dispiace signora, nero non lo fanno più… erano troppo fragili, saltava la lamina.
Io: in un anno e mezzo ci ho sbattuto sopra di tutto e non è successo niente!!
Ikeo: eh mi dispiace, controllo, no non lo fanno più.
Io: e non ce n’è uno avanzato in magazzino?
Ikeo: in un anno e mezzo?? cmq no… bhè può prenderlo nero effetto pietra.

MA EFFETTO PIETRA MI FA CAGARE!!!!

Mi rassegno, e con un sospiro di sollievo di Ikeo, prendiamo il Pragel nero effetto pietra.

Tutte queste cose pesanti e voluminose, decidiamo di farcele portare a casa dal fantastico corriere celere, creatura mitologica che costa 10 euro in MENO del corriere normale e ti arriva a casa dopo solo 1 giorno.
Stranezze svedesi…

Una tipologia di spedizione evidentemente ignota alla signorina del reparto cucine, che ci ha preparato un ordine per la consegna tradizionale, e ci ha mandati indietro di due reparti per correggere gli ordini precedenti. Una specie di gioco dell’oca.

Tiriamo il dado ed eccoci di nuovo al reparto divani, dove la gentile signorina che ci aveva precedentemente servito, prende il telefono e comincia a insultare quelli del reparto cucine, poi ci prepara tutti i nostri bellissimi ordini per la consegna veloce e arrivederci e grazie.

Passa un giorno, arriva il corriere, e contemporaneamente, la nostra vicina, che non incontravamo da quando vennero i traslocatori a portarci i mobili, riesce ad uscire di casa proprio nel momento in cui dall’ascensore esce una parte del divano nuovo.

Copripiumino matrimoniale

Copripiumino matrimoniale Ikea: €39,95 con mastercard.
Trapunta matrimoniale leggera: €8,99 con mastercard.
Osservare Lui che tenta di metterli insieme… non ha prezzo!

Il primo step è una lunga critica negativa sull’oggetto infernale, il copripiumino. Il secondo step è una lista di suggerimenti su come tagliare/scucire/modificare l’apertura del suddetto, per permettere un accesso facilitato alla trapunta. Il terzo step è la rassegnazione. Il quarto step è una vera e propria colluttazione, che termina con la trapunta sul pavimento e Lui dentro il copripiumino.

Il passaggio finale sono io che smetto di ridere e preparo il letto.

Ok… forse la mia idea di comodità non sarà universalmente condivisibile. Ma se qualcosa mi sembra bello, troverò almeno 20 motivazioni che lo facciano apparire utile, comodo e assolutamente necessario.

Come ad esempio il filo metallico per le tende. Peccato che quello, a differenza del copripiumino, fu un grosso errore.

Tutto cominciò circa 15 mesi fa, abitavo ancora da mamma, e la mia trasmissione preferita si chiamava New Look: 30 minuti passati a guardare un tipo, solitamente francese, che rimodernava stanze precedentemente inguardabili. Bastava buttare via praticamente tutto, cambiare il colore delle pareti, aggiungere qualche vaso, un paio di poltrone, una bella tenda e…
les jeux sont fait.

Ebbene, ogni volta che l’artista in questione doveva mettere una tenda, si armava di filo metallico e mollettine, ed io facevo cenni di approvazione per l’idea bella, giovane e moderna.
E come non approfittarne qualche mese dopo quando mi sono ritrovata alle prese con l’arredamento della mia umile dimora? Non avevo ancora le chiavi di casa che già ero stata da Ikea a fare razzie di fili metallici.

Fino all’acquisto tutto bene.

I problemi sorgono durante il montaggio, quando mio cognato McGyver, in versione tappezziere, mi comunica che il muro è un po’ delicato e mi dice:

“vabhè ma tanto una tendina devi metterci no?”

E mentre pronunciavo parole di conferma, nella mia mente prendeva forma un pesante e ricco drappeggio di cotone.

Tempo 10 giorni quel pesante drappeggio decorava la finestra della camera da letto, torturando il muro, i fisher e il filo metallico.

Dopo qualche mese ecco i primi segni di cedimento: i ganci si allentano, il filo perde tensione, e la tenda scende di almeno 6cm spolverandomi il pavimento che è un piacere.
Contemporaneamente anche nel salotto la situazione non è molto diversa. Nonostante mi fossi degnata di mettere un leggerissimo velo. Perfettamente conforme ai limiti di peso richiesti dalla combinazione: istruzioni di montaggio/muro di marzapane.
Ammetto di aver fallito, resisto qualche altro mese, poi mi rassegno e compro dei tradizionali bastoni per tende.

Fino all’acquisto tutto bene.

Di nuovo? Essì, di nuovo.

Monto il bastone nel salotto e con la perspicacia di un’oca, mi accorgo di aver comprato un bastone senza anelli, per una tenda senza passanti. Che faccio? che domande… vado in ferramenta! E dopo aver imitato la bambina della pubblicità dell’HappyMeal, torno a casa con 20 anelli metallici e svariate paperelle di plastica.
Quando il ferramenta mi ha chiesto se volevo le paperelle. L’ho guardato come se fosse completamente impazzito. Allora mi ha spiegato che quei gancetti di plastica, che servono a collegare la fettuccia della tenda con l’anello del bastone, si chiamano così.

Primo problema risolto.

Passiamo ora al bastone super-figo della camera da letto. Una tragedia, visto che si rifiuta letteralmente di restare attaccato al muro!
Io ho scelto un certo tipo di bastone, che se le viti non sono perfettamente a filo con i ganci, non si può montare tutto il resto. Il muro invece, ha scelto di risputare fuori ogni fisher che tentiamo di infilarci dentro.
Alla fine il mio bellissimo bastone, finisce di nuovo nella scatola, in attesa di muri migliori.

Sono triste. Tornare al cadente filo metallico mi sembrava eccessivo, comprare un altro bastone più semplice (ma più brutto) non se ne parla proprio, quindi, decido in preda a un picco di genialità mista a profonda depressione, di attaccare la tenda direttamente al muro.

Come? con il velcro!

Pessima idea.

“Ho sentito un rumore…”
“Uff… è la tenda che si sta staccando, ora devo alzarmi a toglierla, che palle”
“Ma dai dormi, la togli domani mattina”
“Ma poi se si stacca tutta insieme ci sveglia..”
FFFFrrrrrrrrrrrrrUUUUmmmmmmmmmmm!!!

Il problema della tenda restava, i consulti con madre e sorella proponevano sempre la stessa cosa, e alla fine ho ceduto.
Ho comprato dei bastoncini a pressione e finalmente ho due solidissime tende montate direttamente sull’anta, che proteggono la mia camera da letto dagli sguardi indiscreti.

Consigli per gli acquisti

Lo confesso, compro riviste di arredamento.
Di quelle che costano 1 euro, con la copertina patinata e l’interno pieno di Panton Chair e lampade Artemide.
Mi piace fantasticare che in futuro qualcuno di questi costosissimi pezzi di plastica sarà mio.

Aspettando pazientemente che si materializzi una Brionvega sul tavolino del salotto, mi guardo intorno, e sono soddisfatta di quei pochi elementi che fanno la differenza.

Poi il mio sguardo si posa sul portaombrelli di legno marrone e le mie labbra si contraggono in una smorfia. Ecco uno di quegli oggetti presi in fretta e furia. Solo per evitare che la zia di turno avesse la malsana idea di regalarcelo, magari enorme, di ceramica decorata, di quelli che starebbero benissimo nell’ingresso di una casa vittoriana, ma non nella mia. Visto che il mio portaombrelli ideale è in polietilene disegnato da Karim Rashid.

Purtroppo, quando si arredano 50mq in poco meno di un mese, ci si ritrova circondati di cose che spesso dobbiamo classificare come acquisti sbagliati.

Alcuni dei nostri acquisti sbagliati si trovano in camera da letto:

  • Il materasso in lattice di Ikea, che col suo bollino “offerta” non mi ha fatto notare l’alta percentuale di lattice sintetico. E pensare che magari per lo stesso prezzo potevamo prendere un signor materasso a molle. Di quelli con l’omino che dorme beato.
  • Il copri-materasso sintetico imbottito, che è stato poi saggiamente sostituito con quello in cotone al 100%.
  • Il piumone super-caldo, nonostante ne avessimo già uno che però sembrava leggero.

Ebbene si, la cosa che più ci terrorizzava era avere freddo. E quindi ci siamo attrezzati come se dovessimo trasferirci in una baita sul Monte Rosa.
La prima notte nella nuova casa ho sudato come neanche il 10 agosto alle tre del pomeriggio al centro di una piazza affollata.

Alcuni acquisti sbagliati sono anche di difficile collocazione. Ad esempio il Wok, che è troppo grande per essere riposto impilato assieme alle altre pentole. Mentre il forno… vabhè… del forno ne abbiamo già parlato.

Poi ci sono gli acquisti push-up, quelli che ti sembrano perfetti finché non si mostrano per come sono realmente.

Io ne ho due nel bagno:

  • Il cestello portasapone da appendere alla cabina doccia, con incorporati i ganci per appendere gli accappatoi all’esterno. Peccato che quando ce li metti si trasforma in una catapulta per bottiglie di shampoo e doccia-schiuma.
  • Un mobiletto portatutto che con il vapore dell’acqua calda si gonfia e non si chiude più perché non è adatto agli ambienti umidi.

Insomma, facendo la resa dei conti, se avessi fatto la scelta giusta, con i soldi risparmiati avrei potuto comprare il portaombrelli che desideravo.

Come si dice… a gatta pe’ gghji ‘e pressa… facette ‘e figlie cecate!

L’importanza di un microonde

Quando non sono costretta a correre sono una persona pigra. Su questo non ci sono dubbi.

Non mi piace affatto svegliarmi presto, a meno che non voglia dire:

“Orsù partiamo per un lungo ed emozionante viaggio, alla scoperta di terre sconosciute, ma comunque, se le conosciamo già e domani siamo già di ritorno va bene lo stesso!”.

Non mi piace lavare i piatti e pulire la casa. Vorrei tanto essere ricca ed avere una colf, per seguirla e dire con tono irritante “Qui c’è ancora una macchia!”, mentre giocherello col mio nuovo, inutile, tappeto a forma di uovo fritto.

E’ talmente lungo e noioso l’elenco delle cose che non mi piace fare, che per evitare di immedesimarmi in un panda, che passa le giornate a masticare eucalipto e grattarsi la pancia, dovrò concentrarmi subito su uno dei miei tanti pregi:
So cucinare (e mi piace farlo).

Siccome sono una cuoca moderna, dopo aver soddisfatto il mio irrefrenabile bisogno di comprare il wok di Ikea per soli 5,99 euro, ho avuto la pessima idea di chiedere alla mia dolce metà: “Come lo prendiamo il forno?”.

A questa domanda lui mi si trasforma in un microonde dipendente.

Scopro che niente può essere ingerito se prima non è passato dal microonde. Il microonde è importante, è il tuo migliore amico, è colui che ti salva la cena quando sei stanco e che ti prepara la colazione la mattina.

Dopo questa rivelazione, comincio immediatamente a pigolare, dicendo che sono abituata al forno elettrico. Che proprio senza non ci posso stare, che il microonde non lo voglio, che è inutile, che il latte mi piace scaldato sul fornello. E così troviamo una soluzione che sembra perfetta: un modernissimo forno combinato.

Apriamo quindi una piccola parentesi per le specifiche tecniche dell’ oggetto in questione
(

“Con la funzione ventilato, il forno cuoce per circolazione di aria calda (sistema chiamato “a convenzione forzata”), come un forno tradizionale, grazie alla presenza di una ventola, posta sulla parete posteriore del forno. Questi modelli appartengono all’ ultima generazione di forni a microonde e, in genere, sono dotati anche della funzione grill. Il combinato microonde e ventilato unisce i vantaggi di questi due sistemi di cottura: la velocità del microonde e la doratura del ventilato, che è possibile perfezionare con la funzione grill. Con questo tipo di forno si può, quindi, preparare qualunque tipo di pietanza, in pochissimo tempo.”

In seguito scoprirò che il vero significato di queste parole è:

“non farai mai più una torta se non a casa di tua madre”

Chiudiamo la parentesi
)

Tutti contenti, acquistiamo questo oggetto super-tecnologico e lo portiamo a casa.

Ci guardiamo intorno, e la prima idea geniale che ci viene in mente è di metterlo sulla lavatrice.

Così, il giorno dopo, ho passato 20 minuti a tenere fermo il forno, che tentava di suicidarsi ad ogni centrifuga, ed era troppo pesante per prenderlo in braccio da sola e spostarlo.

La sera, dopo un breve consulto, togliamo il forno dalla lavatrice, lo mettiamo sul pavimento, e viene fuori la seconda idea geniale: comprare le staffe per appenderlo al muro.

Peccato però che queste staffe siano introvabili. Un mese di ricerca, durante il quale, i commercianti mi guardavano come se gli stessi chiedendo di vendermi una scimmia.
Fortunatamente un’amica decide di regalarci le sue, che tanto non le usa più, e ci sembra di aver risolto tutti i nostri problemi di spazio.

Torniamo a casa, armati di 8 fisher da 10, pronti per compiere l’impresa, quando… nel preciso istante in cui il trapano ha toccato il muro, ci sono venuti in mente almeno 4 motivi per non farlo!

1) Oh aspetta e se becchiamo i tubi del bagno?
2) Cavolo quanto è grosso ‘sto forno, sarà un po’ opprimente là sopra?
3) Hai visto l’apertura dello sportello, diventa scomodissimo se lo mettiamo alla stessa altezza dei pensili…
4) Se lo mettiamo più in basso sta malissimo!!

E’ stato proprio quel giorno che il forno ha trovato la sua collocazione perfetta: sul pavimento, tra la libreria e la scrivania.

Tutti mi chiedono come faccio ad usarlo, ma che domanda sciocca, è ovvio, mi abbasso!

Chissà perché nessuno domanda a Mr.microonde quante volte lo ha usato lui…

L’importanza di un diario

Tenere un diario è una buona abitudine.
Se annoti giorno per giorno le tue avventure, puoi periodicamente analizzare il corso della tua vita e scegliere di esclamare qualcosa di positivo e auto celebrativo. Oppure un semplice “ma che palle peròòò!!”

Da circa un anno tengo un diario mentale, perché sono stata troppo pigra per avere la costanza di annotarlo quotidianamente con una penna o una tastiera. Ma ora è giunto il momento di tirarlo tutto fuori, prima che la mia leggendaria memoria da elefante cominci a fare cilecca.

Tutto comincia in un pomeriggio di gennaio.
Piove.

Spulciando gli annunci immobiliari ne salta fuori uno davvero interessante, soprattutto perché sembra di un privato e non di un’agenzia. Fissiamo un appuntamento per il giorno seguente e invece della tanto bramata padrona di casa, ci ritroviamo davanti gli agenti immobiliari.
Piove.

La casa è piccola ma molto carina.

Ristrutturata, riscaldamento autonomo con caldaia e termosifoni nuovi di zecca, le luci di emergenza nell’ingresso e in salotto, vicina ai mezzi pubblici, con la portineria aperta mattina e pomeriggio, con il tabaccaio sotto casa, con un bel balcone grande, con i pavimenti carini, con la porta blindata.
Insomma potevamo mai lasciarla a qualcun altro?
Assolutamente no.

E comincia l’avventura.

E comincia ovviamente da Ikea!

Perché? Perché ti offre cose carine e resistenti a prezzi contenuti. Ma soprattutto perché ha un sito web che ti fa diventare folle! Ti fa chiamare i mobili per nome come se fossero i tuoi migliori amici, ti fa sommergere il tuo compagno di fogli stampati. Così, puoi fargli vedere anche per la strada, quanto sei stata brava a creare un armadio gradevole alla vista, molto spazioso e super-economico!

Insomma, solo dopo aver visto tutte le sezioni del sito, compresa quella bambini, e non perché tu abbia l’imminente bisogno di moltiplicarti, ma solo perché ti piacciono i peluches a forma di mostro, allora, solo a quel punto, sei davvero pronto per andarci di persona.

La prima volta si va a gironzolare sbirciando prezzi e soffermandosi su cose inutili che non compreremo mai.

La seconda volta si va un po’ più decisi e si compra la camera da letto. Che ci porterà il signor Ikea direttamente a casa.

Poi si passa alla scelta della cucina e la cosa si fa un po’ più complicata.
Mentre ci aggiriamo disperati tra “prezzi da coppia medio-borghese con parenti al seguito e contratto a tempo indeterminato” spunta lei che ti dice:

Eccomi, sono la tua cucina, costo pochissimo, si… ok… lo so… sono bianca e gialla. Faccio leggermente schifo, ma ti giuro che per lo stesso prezzo puoi farmi diventare bianca e nera!

E dopo averci riflettuto per una settimana, torni lì e la compri.
Quindi se per caso vi siete mai chiesti “Può una cucina piccola ma completa entrare in una C3?”
La risposta è si. Però in due viaggi.

E’ stato un periodo molto particolare, bello, pieno di ansie e fatiche.

Eravamo stremati dall’acquisto dei mobili, ma soprattutto dal trasporto dei mobili.
Ho sollevato cose che voi umani non potete neanche immaginare che io possa sollevare. Ma a parte questo, la domanda fondamentale che mi frullava in testa in quel periodo in cui stavo per cominciare a convivere con l’uomo che amo, incurante del giudizio dei parenti all’antica e degli amici frastornati, la domanda che proprio mi facevo più spesso era:
“Ma perché ogni volta che dobbiamo scaricare la macchina PIOVE??????”

Molti eventi di quei giorni sono stati accompagnati dalla pioggia.
Pioveva anche quando sono andata con mamma a scegliere il frigorifero che ci ha regalato. Un frigo fighissimo, anni 70, di un arancione che ti rallegra ogni mattina quando lo apri per prendere il latte. Che ti rallegra a tal punto da aver assolutamente bisogno di un bollitore e di una tavoletta del water esattamente dello stesso colore!

Intanto il tempo passa e a questo punto della storia i nostri novelli 50mq sono per metà ricoperti di scatoloni Ikea. Mentre noi cerchiamo di capire da che parte cominciare. Fortunatamente arriva mio cognato in versione Mac Giver, che in soli 2 giorni riesce a montare: camera letto, cucina, supporti per le tende e lampadari temporanei.

Durante il montaggio della cucina però non mancano le sorprese e le disavventure.

Scopriamo infatti che, alcuni dei pezzi messi in elenco dalla signorina che si è occupata del nostro progetto, non sono della misura giusta. E corriamo a tirarglieli in faccia ehm… a sostituirli.

Subito dopo, il seghetto alternativo (arnese che serve per forare il top della cucina e inserire lavello e piano cottura) decide di rompersi. Così mio cognato, oramai inarrestabile, decide di continuare con un seghetto tradizionale completando l’impresa.

Finalmente la casa ha preso forma. E dopo esserci armati di Bialetti, zucchero e caffè, è giunto il momento: ci trasferiamo!