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Una calda giornata di luglio

E’ una calda giornata di luglio e ho i piedi gonfi come due muffin.

Mi stendo sul letto e accendo il condizionatore. Ebbene si. Dopo due anni dal termine dei lavori, abbiamo ceduto alla frescura artificiale.

Finora la nostra preoccupazione principale era sempre stata quella di proteggerci dal gelo dell’inverno.

Ma in due anni cambiano tante cose e finisce che ti ritrovi con un condizionatore in camera da letto.

Mentre mi godo un po’ di finta aria fredda, prendo carta e penna e comincio a scrivere. Tanto al mio blog non gliene frega niente dei problemi tecnici della wind.

Il mio blog nasce prima sulla carta e poi periodicamente, si trasferisce online per allietare i miei 160 lettori.

Nelle puntate precedenti, mi sono dedicata alla descrizione dei vari ambienti del nuovo appartamento:

La cucina nuova, liberamente scopiazzata da una bellissima Veneta Cucine dello zio, ma prodotta in versione economica da Mondo Convenienza.

Il salotto, quello di sempre, ma con i vestitini nuovi per il divano.

Il bagno, piccolo ma bellino, e il ripostiglio, dove abita la lavatrice.

Anche il balcone abbiamo già visto con i suoi tecnologici infissi traslanti.

Mancano quindi solo le due camere da letto per completare la descrizione.

Ma veramente voglio passare questa calda giornata di luglio a parlare di due camere da letto? Direi proprio di no.

Anche perché…

Una c’ha dentro la serie Malm nera che comprammo da Ikea nel 2009 e non accenna a decomporsi. Tanto che quando spolvero vado alla ricerca del marchio Zoppas nascosto da qualche parte.

L’altra è una specie di deposito/lavanderia/studio che ancora non ha trovato un’identità.

Quindi, suggerirei a me stessa, di evitare di perdere tempo ad immortalare questi due ambienti per nulla entusiasmanti, ma piuttosto, passare alla descrizione di un banalissimo pomeriggio di due anni fa.

Il pomeriggio del 23 luglio 2015 ero a casa con un amica.

Si chiacchierava e si prendeva un caffè.

Visto che faceva caldo e c’era un bel sole, tutti gli infissi erano spalancati. In quel periodo ancora non avevamo acquistato quelli nuovi super-potenti, quindi stiamo parlando di quelli brutti e marroni con l’apertura verso l’esterno.

Sul letto c’erano gli ultimi vestiti da mettere in valigia, infatti il giorno seguente si partiva per Lipari, dove ci aspettavano 10 giorni di mare, sole e arancini.

Insomma, sarebbe stato un normalissimo pomeriggio di luglio, se non fosse improvvisamente arrivata l’apocalisse.

Il cielo si fece scuro e un vento potentissimo cominciò a soffiare.

Nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo, che in casa cominciò a volare via tutto.

Porte che sbattevano, zanzariere che si sganciavano dai binari, tende che svolazzavano travolgendo gli oggetti sulle mensole.

Cercavo di chiudere gli infissi lottando contro il vento che spingeva per riaprirli. Così, mentre vincevo su quello della camera da letto, quello della cucina decise di provvedere da solo alla propria chiusura, e si liberò dal fermo esterno che lo teneva aperto.

Ovviamente il risultato di questa mossa azzardata non fu assolutamente chiudersi, ma bensì distruggersi, spalmando sul pavimento (fortunatamente all’esterno) un’enorme lastra di vetro.

Non sapevo più cosa fare.

Tra cercare di chiudere tutto, salvare i soprammobili oppure correre per la casa urlando, quest’ultima opzione cominciava a sembrarmi la più adatta.

Intanto mentre litigavo con le finestre, il telefono cominciò a squillare e la mia amica si precipitò a rispondere.

L’uomo di casa, accortosi dell’improvviso e anomalo maltempo, aveva pensato di farmi una telefonata dall’ufficio per sapere se era tutto ok.

Immaginate la sua espressione quando…

Invece di ritrovarsi dall’altro capo del telefono, la sua dolce metà che serenamente diceva:

Certo che è tutto ok! Come sei premuroso. Credo proprio che per ringraziarti del pensiero mi accingerò a friggere una parmigiana di melanzane!

Si è invece ritrovato due donne urlanti con sottofondo di bufera e porte che sbattono.

Veloce come una saetta si precipitò a casa, ma ovviamente nel frattempo l’apocalisse si era diretta verso altri lidi.

Gli uccellini avevano ripreso a cantare e il sole splendeva, illuminando un appartamento ricoperto di foglie.

L’uomo di casa guardò le due donzelle indifese, guardo il vetro divelto e alzando le spalle disse:

Vabbhè… volete un caffè?

 

Uno stappo all’improvviso

Mancano 11 minuti, quindi, quando avrò finito di raccontare questa piccola disavventura, potrò alzarmi dalla sedia, prendere le mollette e stendere il bucato.
L’altro giorno ho raccontato di come a volte possa essere stancante una mattinata. Ma mi sarebbe bastato aspettare qualche ora, per raccontare in tempo reale come può diventare stancante un pomeriggio.
Questa, infatti, è proprio una di quelle storielle che tanto appassionano gli amanti delle disavventure casalinghe.

La lavatrice era accesa e al suo interno c’erano dei maglioni, di quelli pesanti e delicati, quelli che se solo li guardi un po’ di più si infeltriscono.
Avevo impostato il programma lana, quello con la pecorella disegnata. Una pecorella bellissima. Quello che solitamente mette i maglioni in ammollo e li agita delicatamente per una trentina di minuti, poi scarica tutta l’acqua e li risciacqua.

Ero al telefono e chiacchieravo spensierata del più e del meno quando all’improvviso ho sentito uno stappo. Si uno stappo, quel tipico rumore di quando c’è una festa, qualcuno apre una bottiglia e tutti gridano:

“Auguri!”

Uguale.

Solo che al posto del coro di auguri c’ero io che al telefono gridavo:

“Devo attaccare mi sto allagando!”

Si perché il festoso rumore proveniva dal bagno. Per l’esattezza, era stato provocato dal tappo del pozzetto (o come cavolo si chiama) così tutta l’acqua che la lavatrice stava scaricando, invece di finire nei tubi sotto al pavimento, si stava allegramente espandendo sopra al pavimento del bagno.

Corro come un fulmine a spegnere la lavatrice, corro a prendere degli stracci, corro a prendere un secchio e incomincio ad asciugare il pavimento, pensando tre cose contemporaneamente:
1) I maglioni!
2) Menomale che ero a casa
3) Parole irripetibili di vario genere

Finito di asciugare il pavimento, decido che devo assolutamente chiamare qualcuno che venga a chiudere quel maledetto buco per terra, nel quale non metterò mai le mani perché mi fa paura, così prendo il citofono e chiamo il portiere.
Dopo un po’ arriva il portiere e comincia a rovistare dentro sto buco per terra, tirando fuori dei pezzi di roba a me sconosciuta così esclamo:

“Che schifo! Ma che è???”

Lui mi spiega che è un miscuglio di sapone, calcare e altre schifezze e che sono cose che succedono. Allora io penso che prima di affittarmi casa potevano pure pulirli i tubi, ma vabbhè…

Prima di andarsene il portiere mi spiega che il mio Uomo di casa dovrà procurarsi una molla, infilarla nei tubi e sconfiggere l’intasatura, così lo ringrazio.

Prendo il telefono e riferisco al consorte.

Intanto io recupero i maglioni dalla lavatrice e finisco di lavarli a mano nella doccia (che ha uno scarico diverso) visto che tutti gli altri lavelli sono inagibili, perché finiscono nello scarico intasato.
La mia schiena ringrazia.
Fatto questo, passo al lavaggio del tappeto del bagno, che avendo vissuto in prima persona l’allagamento del pavimento, se ne stava appallottolato in una bagnarola, tutto inzuppato di acqua fetente.
Il lavaggio ovviamente viene fatto sempre a mano e sempre nella doccia.
La mia schiena ringrazia di nuovo.

Mentre assieme alla schiena ringraziamo tutto il calendario, rifletto sulle parole del portiere:

“Lui prende una molla e la passa dentro tutti e tre i  tubi per vedere qual’è quello intasato…”

Ora, che resti tra noi, ma l’Uomo di casa in questione, non è proprio un tipo da lavori domestici.

A settembre mise un cavo di rete blu che andava dal salotto alla cucina incorniciando la porta di ingresso di casa.
Ad ottobre comprò delle canaline per metterci dentro il cavo e le depositò in un angolo del salotto.
A febbraio mi sono rotta le palle, ho montato io le canaline e lui m’ha detto: “Brava, è venuto proprio bene”.

A novembre invece si ruppe la maniglia della porta del bagno. Rotta nel senso che non si può più chiudere a chiave altrimenti resta bloccata.
Mi ricordo di avergli chiesto se dovevamo chiamare un falegname o un fabbro, ma l’Uomo di casa disse che l’avrebbe riparata.
Poi prese un post-it, ci scrisse sopra – Bussare! – e lo appiccicò alla porta.
A gennaio durante una festa con più di venti persone, le ragazze andavano in bagno in coppia come nei locali, per tenersi la porta a vicenda.
Ora siamo a marzo e io sono stupita dalla durata della colla dei post-it.

Con queste premesse sinceramente non mi sarei mai aspettata di vederlo tornare a casa armato di molla idraulica, sedersi a terra nel bagno e rovistare pazientemente nelle tubature.
Non so, pensavo di vederlo ignorare il problema fino al giorno dell’ultima mutanda pulita, e invece no.
Lui è tornato, e l’ha aggiustato, anche se aveva altre cinque mutande pulite.
E mi ha pure spiegato che, quel buco per terra, non è una specie di pozzo senza fondo pieno di acqua, dove si aggirano creature mostruose pronte a divorarmi, ma che in realtà è chiuso.

E’ proprio il mio eroe.
A volte.

Vivere Amish

Sono le sei, o forse le cinque, questo cambio di ora mi confonde e non ne comprendo l’utilità.

Nonostante ci siano ancora sei o forse sette ore di veglia davanti a me, ho l’angosciante sensazione di non avere abbastanza tempo. Sono mesi che ci convivo, o forse anni, ma solo ora la sento forte e chiara.
Sto invecchiando.

Alle volte tiro le somme di ciò che ho fatto fin’ora, ed eccola che esplode senza preavviso questa maledetta sensazione di non avere abbastanza tempo. Troppe le cose che voglio fare, troppa la stanchezza che accumulo, poco il tempo che mi dedico e allora eccomi qua a dedicare un po’ di questo sopravvalutato tempo al mio diario di viaggio.

Un viaggio che ovviamente non manca di assurde vicende, roba che non sai se ridere o piangere.
Anzi no, non esageriamo, diciamo piuttosto roba che non sai se ridere o dare le capate nel muro.

Tipo che, una normale giovane coppia vive in un bell’appartamento, dotato di tutti i comfort come acqua, luce, gas, internet, telefono e TV satellitare.
Poi però la giovane coppia trasloca.

Il 7 settembre 2013 i nostri mobili salutano casa vecchia e approdano a casa nuova. Questo vuol dire che il tuo letto, il tuo armadio, i tuoi vestiti, le tue stoviglie, le tue cose in generale sono a casa nuova. Quella che hai affittato perché comoda, carina e panoramica. Quindi tu, essere umano normale dotato di poche e comuni pretese, vai a dormire e vivere insieme alle tue cose.

Però ti lavi da tua suocera e mangi da tua mamma.

Per quasi due mesi.

E per quasi due mesi non sai se ridere o piangere dare le capate nel muro. O dare fuoco a quelli del gas, che per via di un problema burocratico, non vengono a togliere quel maledetto sigillo dal contatore.
E tu non sai se ridere o dare le capate nel muro, mentre vai a fare la doccia da tua suocera o mentre vai a mangiare un piatto di pasta da tua mamma.

Che poi una situazione del genere ti demoralizza. E non c’hai voglia di svuotare gli scatoloni, per mettere a posto pentole e doccia schiuma che non puoi usare. Alla fine vuoi o non vuoi ti si rallenta tutto il trasloco.

E’ stato un inizio difficile, un po’ Amish. Ma ora finalmente si è risolto tutto e sono ben due giorni che ci laviamo e mangiamo a casa nostra.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del gas. Internet ad esempio ci ha messo un mese a traslocare, ma non ne ho sentito affatto la mancanza, tanto oramai ci sono gli smartphone. Sky addirittura, non fai neanche in tempo a firmare il nuovo contratto di casa, che te li ritrovi in salotto, ti accomodano sul divano e ti accendono la TV.

Che dire… alle volte quando traslochi, non ti puoi fare la doccia ma puoi guardare xFactor.

Quella cosa chiamata patente

C’era una volta un giovane automobilista stanco e stressato, che viveva in una grande città perennemente trafficata.

Il giovane automobilista aveva l’abitudine di svegliarsi la mattina e percorrere una lunga e tortuosa strada chiamata tangenziale, in compagnia di tanti altri automobilisti.

Il giovane automobilista si recava così in un posto chiamato lavoro e ci restava per nove ore. Poi ritornava in fretta all’interno della sua fiammante automobilina e via di nuovo a macinare chilometri in tangenziale, alla velocità tipica della lumaca di mezza età.

Un giorno però, al termine delle sue peripezie quotidiane, il giovane automobilista confessò alla sua giovane consorte di essere leggermente stanco e stressato, e di aver preso un’importante decisione:

“Voglio una moto!” disse il giovane automobilista.
“Vabhè” rispose la giovane consorte.

Passò qualche giorno e il giovane automobilista si recò in un posto chiamato subito.it e comprò una moto.

Una moto piccola, carina, usata ma non troppo e la chiamò Motoretta.

Fu subito amore tra il giovane automobilista e la fiammante motoretta.

Ma ovviamente, come ogni grande amore che si rispetti, non fu una storia priva di impedimenti.

Il giovane automobilista purtroppo, non possedeva un requisito fondamentale, per potersene andare tranquillamente in giro sulla sua motoretta, un requisito chiamato patente A.

Fu così che si recò in un posto chiamato scuola guida, dove una simpatica persona disse di poter risolvere il problema in due o tre mesi.

Passò il primo mese, il secondo ed il terzo, il quarto, il quinto, il sesto e il settimo…

Ma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, questa famosa pratica a nome del giovane automobilista, non riusciva proprio a trovare la via di tramutarsi in patente.
Una volta si era smarrita la pratica, una volta erano cambiate le leggi sui percorsi d’esame, una volta l’invasione degli ultracorpi e questa avventura cominciò a diventare leggermente assurda.

Intanto il giovane automobilista per tenere a freno la disperazione cominciò a guardare un telefilm chiamato sons of anarchy. Perché se non poteva guidare liberamente la sua motoretta, almeno poteva guardare bande di motociclisti violenti in TV.

Continuarono a passare i mesi…

Ed eccoci giunti al gran finale dell’assurda vicenda.
La simpatica persona del posto chiamato scuola guida, invece di sbrigare le pratiche di tanti poveri malcapitati, ha avuto la geniale idea di chiudere bottega e scappare col malloppo.

Che simpatica persona.

A volte certe cose ti lasciano senza parole.

Intanto, al momento, la giovane consorte del giovane automobilista è alla ricerca di un officiatore di sante messe omosessuale. Perché a casa sua, in questi casi si usa dire:

“fatt benericer ‘a nu prevet ricchione”.

Stamattina ho fatto il caffè

Stamattina ho fatto il caffè due volte.

Prendo la macchinetta da 2 tazze (dalla quale in realtà ne escono tre) la lavo, era rimasta sporca da ieri, la preparo. Faccio colazione e comincia la giornata.

Intanto il caffè avanzato diventa freddo, così, prima di svegliare il consorte, prendo la macchinetta da 1 tazza (dalla quale in realtà ne escono 2) e preparo il caffè per la seconda volta.

Molti pensano che la macchinetta da 1 tazza sia un’invenzione triste, ma io il motivo di tale giudizio negativo proprio non lo capisco, qualcuno mi illumini per cortesia.

Comunque, dicevo, che ho fatto il caffè due volte, e per me è un record.
Io odio fare il caffè, ne berrei litri, ma non chiedetemi di farlo.

Posso cucinare volentieri un pranzetto luculliano a base di antipasto, primo, secondo e contorno, ma quando si arriva al momento del caffè, cedo sempre volentieri il testimone al malcapitato di turno.

Chissà poi perché.
In fondo fare il caffè è un operazione così veloce: metti l’acqua, metti il caffè, avviti, accendi il fuoco, aspetti che è pronto, spegni, zuccheri a piacere e bevi.

Quanto ci vorrà? dieci minuti in tutto?

Questa però è la tecnica tradizionale, poi c’è l’altra tecnica:

  • metti l’acqua
  • metti il caffè
  • avviti
  • accendi il fuoco
  • te ne vai in un’altra stanza e ti dimentichi del caffè

E il caffè chi lo spegne?
Bella domanda.

Così può capitare di ritornare in cucina e trovare la metà del caffè fuoriuscito sul piano cottura e l’altra metà che sa di bruciato.

Ma può anche capitare di entrare nella cucina di tua madre e trovare la tua dolce metà che, armeggiando con una pezzuola di microfibra (in parte sciolta e appiccicata sullo spargifiamma bollente), ti dice:

“volevo solo pulire!!!”

E non sai se brontolare o ridere a crepapelle.

Oppure può capitare di entrare, stavolta nella tua di cucina, e trovarlo che ha appena creato una simpatica scultura postmoderna, composta da una caffettiera incandescente e un tagliere in plastica fusi insieme.

E non sai se brontolare o prendere la macchina fotografica.

Si accettano consigli su come ripulire il fondo di una caffettiera dalla plastica, grazie.

Il sostituto

Quando la ciucciuettola è andata in vacanza, deve aver lasciato un suo sostituto a vegliare su di noi. Fortunatamente però, dal seguente episodio, si capisce che il suddetto sostituto dev’essere un giovane esemplare alle prime armi.

Per cogliere completamente le differenze tra allievo e maestro bisogna tornare indietro di un po’ di mesi. Quando la vostra scrittrice preferita e il suo fedele consorte, furono chiamati a svolgere il terrificante e mal-pagato ruolo di scrutatori per le elezioni regionali.

Chiamati in due seggi differenti mi sono trovata nella situazione di dovermi trasferire per 2 notti a casa di mamma e dover abbandonare il consorte a casa vecchia solo soletto. Così tra bacetti e raccomandazioni, mi faccio la mappatella e vado via.

Nottataccia per me, che come al solito, quando so di dovermi svegliare presto per qualche evento, al quale non si può assolutamente fare tardi (tipo i traghetti che partono) non riesco ad addormentarmi e mi giro e mi rigiro nel letto.

Mettici anche la simpatica coincidenza col passaggio all’ora legale, avrò dormito al massimo 3 ore.

Suona la sveglia, mi preparo e mi incammino verso il seggio. Chiamo il consorte per dargli il buongiorno e lui brevemente mi racconta la sua nottata:

“Stanotte c’è stato un incendio nel garage sotto casa, hanno preso fuoco due motorini, c’era il palazzo pieno di fumo, la gente che correva per le scale e travolgeva vecchi e bambini, sono dovuto scendere e aspettare che passasse l’emergenza, che palle, avrò dormito un’ora, e in più stiamo senza telefono perchè ovviamente i motorini erano parcheggiati sotto la centralina del telefono e la colonna fecale, che manco a dirlo si è squagliata!”

Rispondo esclamando:

“Oggesù!”

Inutile dire che, per riavere la linea telefonica, sono passati 15 giorni e poi sulla bolletta ce ne hanno rimborsati solo 7. Invece la colonna fecale fortunatamente l’hanno riparata nel giro di poche ore.

Non c’è bisogno di spiegarvi che questo è evidentemente l’operato del maestro.

Ma ora passiamo a quello dell’allievo.

Qualche giorno fa abbiamo deciso di concederci una giornata al mare, per permettere alla nostra epidermide di riacquistare un colorito roseo tipico delle persone vive. Poi, invece di tornare a casa, tanto per continuare ad alimentare questa botta di vita, abbiamo deciso di andare a trovare mia sorella che abita in montagna.

Il piano era questo:

“andiamo da tua sorella, io poi domani riparto e ti lascio lì due giorni, così mentre tu fai le tue cose da femmina tipo pettegolezzi-shopping-nullafacenza, io faccio le mie cose da maschio tipo serate amici-xbox-canottiera macchiata di sugo!”

Acconsento e tra bacetti e raccomandazioni se ne va.

All’una di notte un messaggio:

“è andata via la luce”

E poi i dettagli: tuoni, fulmini, saette e 24 ore senza elettricità a tutto il palazzo.

C’è un retrogusto comico in tutto ciò. Chissà cosa succederà la prossima volta che resterà da solo a casa.

Chiave nella toppa

Chiave nella toppa, gira, gira, gira, gir… ehm… non gira più.

Bloccata, non si muove… e neanche noi. Per 10 lunghissimi secondi, imbambolati sul pianerottolo della nostra nuova casa a fissare una serratura che non vuole farci entrare.

Poi due reazioni diverse.

Lui si trasforma in un Minotauro che tenta di scardinarla, mentre maledice il mondo intero.
Io mi allontano e chiamo mamma:

Driiinn
“Pronto mamma?”
“Conosci un fabbro? Dove trovo un fabbro??”
“Uhmm. No… chiedi a qualche negozio sotto casa… ma che cosa è succ…”
“Ok ciao”
Click

Srotolo un gomitolo di filo, convinco il Minotauro a seguirmi e dopo poco, scopriamo esultando che c’è un fabbro proprio vicino casa, ed è anche disponibile a risolvere il nostro problemino.

Primo tentativo del fabbro: entro in casa della vicina, passo dal balcone e provo ad aprire dall’interno. Niente di fatto, il balcone della vicina e troppo distante.
Intanto la signora, oramai coinvolta nella nostra avventura, suggerisce di chiamare i pompieri.

Oddio… una squadra di giovani pompieri con braccia muscolose, maglietta rossa e camion fiammeggiante! Chiamiamoli subito!
No.

Il fabbro ci fa notare che se li chiamiamo bisogna pagarli, perché non è un’emergenza, così la vicina suggerisce di mentire e dire che ho dimenticato una pentola sul fuoco. Geniale, se non fosse per il piccolo particolare che in casa non c’è ancora la cucina!

Insomma, niente pompieri.

Secondo tentativo del fabbro (sempre sotto suggerimento della vicina esperta scassinatrice): visto che si è bloccata subito prima di aprirsi, possiamo tentare di aprirla con una radiografia.

Mobilitazione generale per procurarne una… e dopo circa 5 minuti, anche dal palazzo di fronte erano in pena per noi.

Finalmente, il fabbro scassinatore, riesce ad aprire quella maledetta porta e mentre cambia la serratura, si intrattiene con la vicina (che intanto ci ha preparato il caffè) parlando malissimo delle vecchie porte, e facendoci sentire poveri piccoli e sfortunati.

Dopo più di un’ora il problema è risolto, siamo tutti contenti e soddisfatti, il fabbro ovviamente più di noi visto che ha guadagnato dei soldi, ci salutiamo e ognuno torna a fare le sue cose.

Finito di fare le nostre cose chiudiamo a chiave con la nostra nuova e funzionante serratura e andiamo via, usciamo dal palazzo, chiudiamo il portone da bravi condomini, entriamo in macchina e dopo circa 10 metri:

– Ehm… lo sai che ho lasciato la chiave del portone vicino le vecchie chiavi?
– E allora? Che problema c’è?
– Ehm… le ho lasciate in casa…

Copripiumino matrimoniale

Copripiumino matrimoniale Ikea: €39,95 con mastercard.
Trapunta matrimoniale leggera: €8,99 con mastercard.
Osservare Lui che tenta di metterli insieme… non ha prezzo!

Il primo step è una lunga critica negativa sull’oggetto infernale, il copripiumino. Il secondo step è una lista di suggerimenti su come tagliare/scucire/modificare l’apertura del suddetto, per permettere un accesso facilitato alla trapunta. Il terzo step è la rassegnazione. Il quarto step è una vera e propria colluttazione, che termina con la trapunta sul pavimento e Lui dentro il copripiumino.

Il passaggio finale sono io che smetto di ridere e preparo il letto.

Ok… forse la mia idea di comodità non sarà universalmente condivisibile. Ma se qualcosa mi sembra bello, troverò almeno 20 motivazioni che lo facciano apparire utile, comodo e assolutamente necessario.

Come ad esempio il filo metallico per le tende. Peccato che quello, a differenza del copripiumino, fu un grosso errore.

Tutto cominciò circa 15 mesi fa, abitavo ancora da mamma, e la mia trasmissione preferita si chiamava New Look: 30 minuti passati a guardare un tipo, solitamente francese, che rimodernava stanze precedentemente inguardabili. Bastava buttare via praticamente tutto, cambiare il colore delle pareti, aggiungere qualche vaso, un paio di poltrone, una bella tenda e…
les jeux sont fait.

Ebbene, ogni volta che l’artista in questione doveva mettere una tenda, si armava di filo metallico e mollettine, ed io facevo cenni di approvazione per l’idea bella, giovane e moderna.
E come non approfittarne qualche mese dopo quando mi sono ritrovata alle prese con l’arredamento della mia umile dimora? Non avevo ancora le chiavi di casa che già ero stata da Ikea a fare razzie di fili metallici.

Fino all’acquisto tutto bene.

I problemi sorgono durante il montaggio, quando mio cognato McGyver, in versione tappezziere, mi comunica che il muro è un po’ delicato e mi dice:

“vabhè ma tanto una tendina devi metterci no?”

E mentre pronunciavo parole di conferma, nella mia mente prendeva forma un pesante e ricco drappeggio di cotone.

Tempo 10 giorni quel pesante drappeggio decorava la finestra della camera da letto, torturando il muro, i fisher e il filo metallico.

Dopo qualche mese ecco i primi segni di cedimento: i ganci si allentano, il filo perde tensione, e la tenda scende di almeno 6cm spolverandomi il pavimento che è un piacere.
Contemporaneamente anche nel salotto la situazione non è molto diversa. Nonostante mi fossi degnata di mettere un leggerissimo velo. Perfettamente conforme ai limiti di peso richiesti dalla combinazione: istruzioni di montaggio/muro di marzapane.
Ammetto di aver fallito, resisto qualche altro mese, poi mi rassegno e compro dei tradizionali bastoni per tende.

Fino all’acquisto tutto bene.

Di nuovo? Essì, di nuovo.

Monto il bastone nel salotto e con la perspicacia di un’oca, mi accorgo di aver comprato un bastone senza anelli, per una tenda senza passanti. Che faccio? che domande… vado in ferramenta! E dopo aver imitato la bambina della pubblicità dell’HappyMeal, torno a casa con 20 anelli metallici e svariate paperelle di plastica.
Quando il ferramenta mi ha chiesto se volevo le paperelle. L’ho guardato come se fosse completamente impazzito. Allora mi ha spiegato che quei gancetti di plastica, che servono a collegare la fettuccia della tenda con l’anello del bastone, si chiamano così.

Primo problema risolto.

Passiamo ora al bastone super-figo della camera da letto. Una tragedia, visto che si rifiuta letteralmente di restare attaccato al muro!
Io ho scelto un certo tipo di bastone, che se le viti non sono perfettamente a filo con i ganci, non si può montare tutto il resto. Il muro invece, ha scelto di risputare fuori ogni fisher che tentiamo di infilarci dentro.
Alla fine il mio bellissimo bastone, finisce di nuovo nella scatola, in attesa di muri migliori.

Sono triste. Tornare al cadente filo metallico mi sembrava eccessivo, comprare un altro bastone più semplice (ma più brutto) non se ne parla proprio, quindi, decido in preda a un picco di genialità mista a profonda depressione, di attaccare la tenda direttamente al muro.

Come? con il velcro!

Pessima idea.

“Ho sentito un rumore…”
“Uff… è la tenda che si sta staccando, ora devo alzarmi a toglierla, che palle”
“Ma dai dormi, la togli domani mattina”
“Ma poi se si stacca tutta insieme ci sveglia..”
FFFFrrrrrrrrrrrrrUUUUmmmmmmmmmmm!!!

Il problema della tenda restava, i consulti con madre e sorella proponevano sempre la stessa cosa, e alla fine ho ceduto.
Ho comprato dei bastoncini a pressione e finalmente ho due solidissime tende montate direttamente sull’anta, che proteggono la mia camera da letto dagli sguardi indiscreti.

Bianco e nero in cucina

Vi è mai capitato di svegliarvi una domenica mattina e trovare il Top (nero) della cucina completamente ricoperto di microscopici puntini bianchi?
A me si.

Imbambolata e avvolta nella vestaglia, rifletti sul particolare che quando sei andata a dormire era tutto perfettamente pulito. Guardi più attentamente e svegliandoti dal torpore mattutino, ti rendi conto che quella specie di polvere bianca, simile alla farina, in realtà è viva. E si muove. A 0,000000001 km orari, eppur si muove!

A questo punto, la tua proverbiale grazia svanisce e imprechi violentemente.

Ti metti una tuta, ti armi di straccio, bacinella con acqua e Ajax e cominci a pulire.

Intanto, si sveglia il consorte. Ti guarda con il classico sguardo di confusione/ammirazione, che solitamente si traduce con:

“Vivo con una donna che a confronto Mary Poppins è un punkabbestia”.

Poi dopo una decina di minuti capisce che c’è qualcosa che non va. Anzi, che c’è qualcosa che va… a spasso sul nostro Top.

Dopo due passate di straccio non è cambiato niente. I bianchi colonizzatori continuano a tornare, quindi mi accendo una sigaretta e chiedo aiuto a Google. Dopo un’insoddisfacente ricerca l’unica risposta plausibile è: “sono larve di farfalline della farina”.

Mi trasformo subito in una casalinga disperata/incazzata e comincio a tirare fuori dai mobili tutte le stoviglie e le scorte alimentari.
Butto via tutti i pacchi di cibo aperti, ispeziono attentamente quelli chiusi, svuoto addirittura il cassetto delle tovaglie e lo scolapiatti.
Osservo la cucina con lo sguardo freddo di un killer e ricomincio senza pietà a strofinarla col detersivo.

Intanto diventa lunedì.

Mi sveglio particolarmente determinata a sconfiggere gli invasori e prendo la macchina fotografica. Dopo un dettagliato servizio fotografico di tutti i punti critici e super-ingrandimento degli strani esserini a forma di acaro, mi vesto e vado dal falegname, che dopo aver attentamente ascoltato il mio problema e analizzato le foto, mi guarda e dice:

Signò s’adda ittà!“*.

Ho un leggero sbandamento, ringrazio, saluto, e vado in ferramenta.
Tutti quanti abbiamo un posto dove rifugiarci a riflettere quando c’è un problema, c’è chi va in chiesa, chi va da un amico, chi va al mare… io vado in ferramenta.

Sto lì da cinque minuti a giocherellare con dei ganci quando finalmente mi sfogo e gli racconto tutto il disastro. Che la cucina ha solo otto mesi, che il falegname mi ha detto di buttarla via, che ho fatto le foto ai micro-organismi, che li ho cercati su internet e non ci sono, che ho lavato tutto 3 volte, che non me la posso ricomprare, che il mondo è cattivo, che qualcuno mi butta le seccie ** e via discorrendo, finché, senza neanche accorgermene, mi ritrovo tra le mani un pennello e una bottiglia di anti-tarlo.

Torno a casa, un po’ depressa un po’ contenta, e comincio la preparazione per la spennellata.
Preparazione che consiste in:

  1. Sganciare i 6 cassettoni per poter spennellare di anti-tarlo/anti-tutto anche la parte inferiore del Top.
  2. Scoprire una busta di Pan Carrè contenente 1 fetta di colore indefinito, di marca “Mi hai comprato molto tempo fa, sono caduto in un posto irraggiungibile e mi sono lasciato morire silenziosamente”.
  3. Darsi ripetutamente delle manate sulla fronte esclamando “Stupida Stupida Stupida”
  4. Passare l’aspirapolvere.

Terminata la preparazione ho spennellato la magica pozione per un paio di volte fino a completa scomparsa dei puntini deambulanti.

Morale della favola?

Il cibo va negli sportelli, le stoviglie nei cassetti!

*Signora bisogna buttarlo
**Porta sfortuna

Un balcone neomelodico

I primi giorni nel nuovo appartamento trascorrono abbastanza tranquilli.
Smaltiamo la fatica accumulata nel mese precedente ed organizziamo pranzi tra parenti e cene tra amici. Tutto sembra perfetto, siamo felici e sorridiamo. Inconsapevoli dell’inferno che ci attende.

Quando abbiamo deciso di affittare questa casa, eravamo così accecati dalle caratteristiche positive e dalla voglia di vivere insieme, che abbiamo tralasciato un particolare fondamentale:

il balcone di fronte!

Questo balcone, molto ma molto vicino al nostro, dopo pochi giorni ha rivelato la sua vera natura. Si è così trasformato da “balcone sempre chiuso senza nemmeno una piantina” a “balcone perennemente abitato da 4 pseudo-alfabetizzati”. Tutti con un’unica, grande, incontenibile passione:

i neo-melodici!

Un’intera famiglia con la simpatica abitudine di trascorrere intere giornate sul balcone ascoltando musica.

E non stiamo parlando di Gigi D’Alessio.
Magari fosse quello il livello. Stiamo parlando di completi sconosciuti, mai sentiti prima, pur provenendo da un quartiere di periferia poco raccomandabile a livello musicale. Pseudo-artisti che concentrano tutta la loro carriera sviluppando un unico tema, in tutte le salse:

il matrimonio!

Sentire quotidianamente a volume assordante e contro il tuo volere, le solite 6 canzoni, che parlano di coppie in procinto di sposarsi/separarsi/tradirsi, può essere talmente frustrante da farti provare le soluzioni più assurde.

Le prime volte non ti rendi esattamente conto di cosa sta succedendo. Fai finta di niente, addirittura sorridi e li deridi parlandone con gli amici.

Successivamente, cerchi di risolvere il problema con una battaglia acustica, sparando Alborosie e Chemical Brothers a tutto volume. Poi però ti ricordi della tranquilla vecchietta che abita affianco e immagini la sua poltrona sobbalzare al ritmo di Under the Influence. Così ti fa pena e spegni lo stereo, perché tanto abbassarlo è inutile, quello di fronte regna sul quartiere.

Alla fine ti ritrovi a chiudere tutte le finestre. Anche se fuori ci sono 38 gradi. Chiudi sperando di riuscire in questo modo a lavorare al PC, guardare un film o fare una semplice telefonata. Purtroppo, il fastidioso lamento si attutisce solo di qualche decibel e sei costretto ad uscire per non impazzire.

Così passi la maggior parte del tempo al supermercato a prendere un po’ di fresca aria condizionata.

Poi finalmente vai a rilassarti un po’ al mare, e quando torni fresco e sorridente, trovi spiaccicato nel balcone un cartoccio di rigatoni al sugo che ti lascia per 5 minuti senza parole. A quel punto capisci che il contenitore della pizza, trovato il mese prima, non lo aveva portato su il vento. Così per i successivi 30 minuti, auguri a gran voce una lenta e dolorosa morte all’autore del lancio.

A questo punto non sopporti più neanche di ritrovarteli davanti ogni volta che esci a fumare una sigaretta o a stendere il bucato. Organizzi una bella gita da Leroy Merlin e compri due gigantesche “pagliarelle”, modello super-economico made in china, che in cambio di un po’ di privacy, ti fanno diventare il salotto buio come se fossero sempre le 18:30.

Dopo aver riflettuto per 5 lunghi e assolati mesi, siamo giunti alla conclusione che, l’unico modo per risolvere la situazione senza condanne a carico, è cambiare casa!

Meno male che possiamo farlo con tutta calma, perché durante l’inverno piove fa freddo e si tengono i balconi ben chiusi. Tranne che in quelle calde e soleggiate giornate che solo il meridione sa darti, almeno 2 volte la settimana anche a dicembre.