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La divisione del balcone

Riprendiamo la descrizione della casa (che avevamo interrotto per dedicarci ad una profonda riflessione antropologica) e soffermiamoci quest’oggi sugli spazi esterni e il loro utilizzo.

Avete presente quelle famiglie in stile mulino bianco?
Non quelle strane con l’attore e la gallina, quelle di prima, che la mattina si fanno i sorrisi a 32 denti, mangiano tutti insieme, si vogliono bene.
Quelli che si fanno le vacanze al mare insieme portandosi dietro pure i parenti acquisiti, tipo il fidanzato della nipote della cugina di terzo grado.

Ecco, io invece la mattina sto nervosa e non parlo finché non finisco il caffè.

Si ok, sono fatta male, non l’ho mai negato.

Ci sta chi nasce che gli piace la gente e chi no.

Evidenziato questo particolare lato del mio carattere, viene spontaneo intuire che quando abbiamo progettato la casa nuova è sorto un piccolo problema, riguardante la divisione del balcone in comune.

Se tu prendi un grande appartamento e ne ricavi due è ovvio che dividi anche lo spazio esterno. Sia proprio per una questione legale di metri quadri, tasse e mappe catastali, sia per un fatto puramente di privacy.

Non che io voglia stare in mutande sul balcone, però insomma, dato che non si vive tutti insieme in casa, non si vive tutti insieme nemmeno sul balcone.

Mi ricordo che un giorno ero a casa di un’amica e stavamo prendendo il caffè in cucina con sua madre. Improvvisamente un’altra signora bussa con le nocche sul vetro del balcone, infila la testa in casa, chiede una cosa e poi va via. Evidentemente la mia espressione perplessa (visto che eravamo al 4 piano) non passò inosservata. Così mentre finivo il caffè, la mamma della mia amica mi spiegò che quella signora era una parente, che non abitava con loro, ma nell’appartamento accanto, e poi sospirando disse:

Non dividere il balcone è stato un errore di gioventù.

Figuriamoci se quando si stava progettano casa non mi è subito tornata in mente questa vicenda. Ho dunque fatto una rapida valutazione della nostra età e ho stabilito che potevamo ancora essere definiti giovani. Così abbiamo cominciato a prendere in considerazione qualche tipologia di divisione per il balcone.

A questo punto del racconto è bene precisare che, quando si parlava di dividere il balcone, il mio dolce consorte diceva:

Facciamo un muro!

E la famiglia di fianco era la sua eh…
Quindi io sarò fatta male, ma lui manco è un santo.

Vediamo quali furono le opzioni proposte:

  • Un muro
  • Un grigliato di legno
  • Una rete
  • Delle piante

Ovviamente, una delle opzioni più classiche, la separazione da balcone per eccellenza, quella fatta di vetro smerigliato con struttura esterna in ferro, un classico intramontabile presente nell’80% dei condomini, non fu minimamente presa in considerazione. Quella è brutta, dicevano.

Il muro ovviamente non fu costruito, perché oltre a creare una separazione permanente del balcone, avrebbe creato una separazione permanente in famiglia, così il dolce consorte andò a riporre mattoni e cazzuola.

Il grigliato di legno fu acquistato, ma dopo aver soggiornato sul balcone per mezza giornata fu giudicato troppo alto. Lo rimettemmo in macchina, jastemmammo qualche santo, lo riportammo al negozio e fu cambiato con 4 sedie di plastica.

La rete e le piante non furono nemmeno prese in considerazione. Mi sembra superfluo spiegare perché.

Urgeva un’idea decente.

Nell’attesa di trovare una soluzione che mettesse tutti d’accordo, per impedire all’allora piccolo micetto, che soggiornava nella casa accanto, di venire a romperci i cogl… ehm… di sconfinare nella nostra parte di appartamento, fu installata una struttura removibile composta da svariate confezioni di piastrelle avanzate.

Col tempo siamo giunti alla conclusione che la perfetta struttura definitiva sarà non solo bella ma anche comoda, perché ci si potrà anche sedere.

Al momento però non è economicamente possibile, perché ci sono altre priorità.

Quindi, rimossa la composizione di piastrelle, ci siamo accontentati di un’altro grigliato di legno, più basso del precedente.

nicolino

Periodicamente tentiamo di farci crescere sopra delle piante rampicanti. Che poi ovviamente muoiono.

 

Il divano rosso

Cinque anni fa comprai il mio primo divano.

Oddio, definirlo divano è un enorme complimento, più che altro, si tratta di una struttura di 140 centimetri di larghezza, abbastanza rigida e dal design non troppo curato.
Insomma, il classico due posti Ikea da 80 euro, oramai fuori produzione e siccome non ne ricordo più il nome lo chiameremo per comodità “Divanetto“.

Sinceramente, per la funzione che avrebbe dovuto svolgere Divanetto, il rapporto qualità-prezzo era perfetto.

Collocato nella mia camera faceva la sua discreta figura, tutto rosso, addobbato con cuscinetti, copertine e peluches.
Gli amici che passavano a trovarmi per un caffè vi adagiavano comodamente i loro posteriori (con somma gioia del mio costosissimo materasso in lattice che finalmente veniva risparmiato), e io riuscivo addirittura a starci distesa per guardare un film.

L’unico che lo evitava come la peste era il mio fidanzato.

io: Guardiamo qualcosa?
lui: Io sul letto!!

E stava li a bearsi della sofficità del lattice…

Film dopo film, arriviamo all’inizio della convivenza della nostra giovane coppia preferita, Io e l’Evita-divanetto, catapultati come per magia, in una casa tutta da arredare e pochi soldi da spendere.

io: Che dici se qui ci mettiamo Divanetto?
lui: Si si ci sta perfetto come misure…

Dopo qualche mese di tentativi per trovare una posizione comoda, che ci permettesse di stare stravaccati entrambi davanti alla TV, eccolo, troviamo l’incastro perfetto:
lui steso con le gambe sul tavolino, la schiena sul divanetto e il culo sospeso nel vuoto…
io stesa con le gambe sulla sua pancia, la schiena sul bracciolo e la testa penzolante…

Una scena raccapricciante.

Film dopo film, i primi mal di schiena si fanno sentire e cominciamo a scricchiolare come fossimo rami secchi. Tra uno scricchiolio e l’altro traslochiamo in una casa più grande, con un salotto a dimensione salotto e una parete gigante pronta ad accogliere Divanetto.

Temporaneamente.

Infatti mia suocera, dopo pochi giorni, pronuncia le soavi parole:

“Vorrei regalarvi un divano”

Accettiamo l’offerta senza neanche provare a fare complimenti (non siamo mica matti…). Certe cose bisogna coglierle al volo e cominciamo subito a spulciare nei siti dei mobilifici. I prezzi dei divani sono davvero elevati, così decidiamo di fare un giro da Ikea.

Non avevamo dubbi, starete pensando…

In realtà, la scelta di tornare da Ikea anche per il divano è stata dettata da due motivi: il primo sono i prezzi e il secondo sono le linee semplici e minimali di alcuni divani.

All’inizio della ricerca mi ero orientata sul famoso klippan che, oltre ad essere opinabilmente carino, ha un costo veramente, ma veramente basso. Un divano che non mi avrebbe fatto preoccupare più di tanto, un divano che non bisogna proteggere da eventuali residui alimentari, bevande, pedate, stravaccamenti eccessivi… insomma una specie di divano usa e getta.

Poi, visto da vicino, dico senza peli sulla lingua che è veramente, ma veramente brutto, e soprattutto scomodo, come solo Divanetto riesce ad essere.

Così il simpatico trittico “io, mammet’ e tu” continua a gironzolare tra i divani Ikea senza concludere nulla, finchè mia suocera non pronuncia una frase ancora più soave della precedente:

“Veramente pensavo di spendere un po’ di più”

Fuochi d’artificio a sottolineare la notizia!

Nel buio del palcoscenico, un riflettore si accende. Illuminando al centro della stanza, uno splendido esemplare da due metri e settanta centimetri di assoluta morbidezza!

Colore?
Facciamo rosso, così sembra che Divanetto si sia evoluto… un po’ come i Pokemon.

E tutte le storie sul divano da battaglia? Sulle briciole, le pedate e lo stravaccamento?
Dimenticate…

Mi sono istantaneamente trasformata in una ferocissima tigre siberiana, armata di teli protettivi e pronta a sbranare chiunque minacci l’incolumità di Divanone!

L’organizzazione degli spazi

Nella vecchia casa uno dei problemi da affrontare quotidianamente era l’organizzazione degli spazi, infatti, la nostra famosa stanza salotto/cucina/studio riusciva a contenere, in modo inaspettato, gli oggetti utili e allo stesso tempo, le innumerevoli cianfrusaglie che amiamo tanto collezionare. Situazione resa possibile, grazie all’uso abbastanza flessibile, dei pochi mobili disponibili.
Così facendo, una libreria usata come parete divisoria, poteva ospitare:

  • un piccolo numero di libri
  • un cestino per la carta
  • un trapano
  • cavi elettrici
  • un sottopentola
  • e una discreta quantità di piante grasse

Nella nuova casa problemi di spazio finalmente non ce ne sono più. Però resta il problema della collocazione degli oggetti utili/inutili, perché ogni mobile torna a svolgere la sua funzione tradizionale, e quindi ora, nella libreria ci sono i libri, un sacco di libri, alcuni catalogati per genere, altri catalogati per casa editrice, e qualche altro catalogato per colore… si, ok, tendo ad essere un po’ maniacale, ma mi piace così, è rilassante, ma soprattutto è figo.

E che fine hanno fatto il trapano, le piante grasse, il sottopentola e le innumerevoli cianfrusaglie?

Bella domanda.

Molte delle nostre cose sono temporaneamente parcheggiate sul pavimento dello studio. Nell’attesa di trovare la giusta collocazione all’interno di qualche nuovo acquisto in schifezza pressata.

Il forno sinceramente è l’unico che non si lamenta, anche se forse comincerà a soffrire di vertigini, quando lo solleveremo a 70 cm dal suolo, per adagiarlo sul suo nuovo supporto.

A questo punto ci vorrebbe una bella voce fuori campo che dice:

ce la faranno i nostri eroi a sistemare l’ingombrante oggetto senza arrecare danni a cose/persone/colonne portanti/tubi dell’acqua?

La risposta è si, perché ora c’è un alleato fondamentale, lo spazio, tanto spazio. Una parete di 4 metri, occupata solo per metà dalla nostra cucina piccina picciò, e pronta ad accogliere un secondo Top, lungo quanto l’altra metà e sostenuto da due solidi elementi contenitori.
Ecco, è su questo enorme e stabile spazio, non soggetto a centrifughe, che posizioneremo il forno.

Detto ciò, passiamo alla narrazione dell’acquisto del suddetto Top.

Ci trovavamo come al solito da Ikea, c’era la solita folla, il solito rovente parcheggio, i soliti mobili belli e brutti, e ovviamente noi, con una missione da compiere: prendere un divano, una libreria e questo famoso pezzo di finto legno 186X62 chiamato Piano di lavoro o Top di nome Pragel con la dieresi sulla a.

Il divano bisogna sceglierlo, provarlo, pensarci bene, controllare le misure. Stesso discorso per la libreria, bisogna armarsi di foglio e matita ed inventarsi la composizione più adatta a soddisfare le esigenze creative, funzionali ed estetiche dell’Uomo di casa.

Il piano di lavoro no, bisogna semplicemente prenderlo uguale a quello che abbiamo già.

Togliamo pure la parola semplicemente.

Ikeo: mi dispiace signora, nero non lo fanno più… erano troppo fragili, saltava la lamina.
Io: in un anno e mezzo ci ho sbattuto sopra di tutto e non è successo niente!!
Ikeo: eh mi dispiace, controllo, no non lo fanno più.
Io: e non ce n’è uno avanzato in magazzino?
Ikeo: in un anno e mezzo?? cmq no… bhè può prenderlo nero effetto pietra.

MA EFFETTO PIETRA MI FA CAGARE!!!!

Mi rassegno, e con un sospiro di sollievo di Ikeo, prendiamo il Pragel nero effetto pietra.

Tutte queste cose pesanti e voluminose, decidiamo di farcele portare a casa dal fantastico corriere celere, creatura mitologica che costa 10 euro in MENO del corriere normale e ti arriva a casa dopo solo 1 giorno.
Stranezze svedesi…

Una tipologia di spedizione evidentemente ignota alla signorina del reparto cucine, che ci ha preparato un ordine per la consegna tradizionale, e ci ha mandati indietro di due reparti per correggere gli ordini precedenti. Una specie di gioco dell’oca.

Tiriamo il dado ed eccoci di nuovo al reparto divani, dove la gentile signorina che ci aveva precedentemente servito, prende il telefono e comincia a insultare quelli del reparto cucine, poi ci prepara tutti i nostri bellissimi ordini per la consegna veloce e arrivederci e grazie.

Passa un giorno, arriva il corriere, e contemporaneamente, la nostra vicina, che non incontravamo da quando vennero i traslocatori a portarci i mobili, riesce ad uscire di casa proprio nel momento in cui dall’ascensore esce una parte del divano nuovo.

L’intenzione di un blog

Quando ho creato questo blog, la mia intenzione era quella di tenere un diario, più o meno cronologico, degli avvenimenti belli e brutti, che si stavano verificando durante questa esperienza di convivenza.

Già dal secondo racconto però, faccio riferimento a cose accadute in diversi mesi. Quindi addio ordine cronologico e decido di dividere la storia per argomenti. Scelta carina dal punto di vista narrativo, ma limitante dal punto di vista quantitativo, se consideriamo che in 15 mesi ho scritto solo 11 volte.

Che si fa a questo punto?
Si volta pagina e si ricomincia, continuando a scrivere per argomenti, ma cercando di farlo con più costanza, ma soprattutto… cambiando casa!

Ebbene si, ci trasferiamo!

Ovviamente il primo che mi chiede “come mai?” paga da bere.

L’idea, che in verità ci frullava in testa da agosto, si è concretizzata 3 mesi fa, quando siamo andati a trovare una coppia di amici nella loro nuova casetta.
Una casa molto bella, silenziosa, grande e soprattutto molto economica.
I miei occhi dicevano “invidiaaaa”, mentre le mie parole dicevano “auguriiii” e subito dopo, ho guardato il mio compagnuccio, sfoderando la versione migliore della mia espressione “sono un gattino abbandonato piove e muoio di fame ti prego portami con te”.

Non so se è stata la casa, la mia faccina o il prezzo del loro affitto, ma la cosa fondamentale è che dopo quel caffè, abbiamo cominciato a contattare le agenzie immobiliari.

Indovinate com’era il tempo quando siamo andati a vedere la prima proposta?
Esatto, pioveva. Anzi, per qualche minuto, addirittura grandinava.

I capelli bagnati, le scarpe carine bagnate, il tipo è in ritardo, o siamo noi in anticipo, insomma tanto nervosismo, ma appena si apre la porta, l’unica cosa che penso è: la voglio!

L’ho pensato per le successive 4 case, e a quel punto, la nostra proprietaria ha ricevuto la lieta novella della nostra migrazione.

Eccoci qui:

2 mesi per trovare una nuova casa, bella, grande ed economica.

Cerchiamo, cerchiamo e finalmente ce la propongono, ed è bellissima…

In una stradina silenziosa, con stanze grandi e rifiniture perfette, mezzi pubblici vicinissimi, due balconi grandi… la prendiamo? la prendiamo? la prendiamo?

No, non la prendiamo. E’ troppo distante dal centro ed è un piano terra.
Quasi piango.

Eccomi qui:

1 mese per farmi piacere una casa diversa da quella.

Con un po’ di concentrazione ci sono finalmente riuscita. L’ho vista due volte, la prima l’ho ignorata, la seconda mi è piaciuta. Un po’ perché dopo aver visto 10 case ero stanca, un po’ perché il tempo trascorre veloce e non volevo ritrovarmi a dormire in strada abbracciata al frigo, e un po’ perché effettivamente è grande e luminosa.

Insomma è tutta gialla e un po’ disastrata, però bella!

L’importanza delle dimensioni

Troppe volte ho sentito dire che le dimensioni non contano. Troppe volte ho visto donne insoddisfatte, invidiare silenziosamente, l’amica di turno che ne ha trovato uno più grosso. E troppe volte ci si accontenta, solo per evitare una stancante ricerca.

Ebbene, oggi voglio fare da portavoce, per tutti quelli che si fingono soddisfatti e non hanno il coraggio di ammettere i loro reali bisogni.

Allora eccomi qui, che senza vergogna, dico a gran voce che le dimensioni contano eccome!
Che non dobbiamo sentirci in colpa ad ammettere che lo vogliamo più grande!
E più luminoso…
Possibilmente ristrutturato…
Col terrazzo e il posto auto!

Noi che siamo cresciuti in case giganti e piene di sole, noi che l’estate andavamo nella casa di villeggiatura altrettanto gigante, noi che dovevamo mangiare tutta la pasta, perché in Africa i bambini muoiono di fame…
Oggi ci ritroviamo stipati, in questi pseudo mini-appartamenti, a pagare mensilmente un affitto sempre troppo caro.

E non dobbiamo lamentarci, perché in Africa i bambini la casa non ce l’hanno.

Ecchepalle però…

Io non sono mai riuscita troppo bene a non lamentarmi, sarà colpa della mia insana abitudine all’essere profondamente egoista.

L’egoista che quando invita gli amici a vedere un film, si ritrova seduta sul pavimento. Un’egoista che fantastica su una stanza abbastanza grande, da contenere un divano a 3 posti, di quelli che ti ci puoi stendere a leggere, senza sembrare una contorsionista.

Un’egoista che desidera schiaffeggiare violentemente l’inventore del ripostiglio soppalcato, finché non mi spiega come diavolo dovrei metterci le scope, la scala, gli scatoloni e lo stenditoio.

Quell’egoista che quando accende la lavatrice, mentre Lui lavora nella stessa stanza, maledice silenziosamente un bagno troppo piccolo.

Una sciocca egoista claustrofobica, che brama metri quadri come fossero diamanti.