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Infissi o vuvuzelas?

I giorni successivi al trasloco passarono sereni e in tempi brevi riuscimmo a sistemare le nostre cose in casa, liberandoci dei numerosi e ingombranti scatoloni.

Intanto, il caldo estivo e la voglia di vacanza, non mi permettevano di innervosirmi più di tanto ogni volta che trovavo in giro un piccolo difetto. Riuscivo a passare sopra alla verniciatura sbagliata della porta di ingresso e alla pessima rifinitura di un bordo di piastrelle in bagno.

Guardavo questi dettagli e pensavo che prima o poi sarei riuscita a sistemarli.

Poi guardavo gli infissi e mi deprimevo. Tre giganteschi infissi di alluminio marrone scuro che non erano stati eliminati durante la fase di demolizione nel corso dei lavori in casa.

Più li guardavo e più mi sentivo sconfitta.

Si ok, lo so di essere una persona leggermente pesante e pessimista. Lo so che non è affatto facile farmi accettare un consiglio se non lo ritengo valido. Ma soprattutto, so che è praticamente impossibile costringermi a convivere con qualcosa a parer mio difettoso, senza farmelo maledire ogni santo giorno.

A questo punto mi sembra doveroso chiarire il significato del termine difettoso.

Si definisce difettoso un infisso quando:

  • nonostante sia chiuso, puoi avvicinarti ad uno qualunque dei suoi lati e sentire il vento in faccia
  • sempre tenendolo chiuso, puoi rallegrare le tue ventose serate invernali o estive, ascoltando gli infissi che producono un suono identico a quello delle vuvuzelas durante i mondiali del 2010

Quindi mi sembra chiaro che non mi stavo facendo condizionare da un problema puramente estetico. Era proprio una questione di pessima prestazione dell’oggetto. Del resto, se nasci infisso, devi fare 1 cosa nella vita: chiuderti bene. Se non lo sai fare, vuol dire che il tuo creatore ha sbagliato mestiere.

Era proprio questo il semplice concetto che avevo posto alla base della mia personale battaglia durante la progettazione dei lavori.

Si erano così create due fazioni ben distinte.

Da un lato c’erano gli operai, i familiari e il consorte che dicevano:

Conserviamo i vecchi infissi, così risparmiamo. Probabilmente con una sistemata torneranno come nuovi.

Dall’altro lato c’ero io, sola soletta, che cercavo di far capire che non era una scelta saggia:

Sono progettati male, assemblati male, montati male, esteticamente brutti e quando tira vento fanno un suono che spinge al suicidio. Devo aggiungere altro?

In fin dei conti, stavo davvero cercando di risparmiare su tutto per riuscire a spendere il meno possibile, ed ero più che sicura che il costo degli infissi nuovi non ci avrebbe reso irrimediabilmente poveri.

Purtroppo, vista l’inferiorità numerica, e secondo me pure un poco il fatto che sono femmina e bassa, la fazione vincente fu quella capeggiata dal consorte. Così al termine dei lavori, all’interno di una casa moderna, dai toni freddi e abbastanza minimale, c’erano 3 enormi e difettosi infissi marroni.

L’estate intanto passava e io avevo accettato la sconfitta, seppure continuassi a soffrire silenziosamente.

Ma finita l’estate giunse l’inverno e il suo implacabile vento.

Un vento che inesorabile dava fiato alle trombe, quelle descritte sopra, integrate negli infissi. Quegli stessi infissi che il consorte aveva scelto di preservare da una dignitosa rottamazione, ma che nessuno era riuscito a riparare. Gli stessi infissi che, senza alcuna pietà, una volta decisero di tenerlo sveglio per una notte intera.

Le provò tutte.

Dal cuscino premuto sulle orecchie fino all’estrema decisione di uscire in pigiama sul balcone, armato di nastro adesivo, per cercare di tappare gli spifferi che producevano l’infernale strombettio.

Finché al sorgere del sole, stremato e sconfitto, mi guardò e disse:

Vestiti, andiamo a comprare gli infissi nuovi.

Il nostro terzo ed ultimo trasloco

Il 25 giugno 2015 alle 8:00 del mattino inizia quello che, si spera, sarà il nostro terzo ed ultimo trasloco.

Ovviamente, viste le precedenti esperienze, c’era una buona dose di ansia.

Ma apriamo una veloce parentesi, per qualche lettore dalla memoria corta e ricordiamo che la prima esperienza (nel 2010) è stata svolta nel bel mezzo di un breve ma intenso diluvio universale, mentre la seconda (nel 2013) è iniziata con un assurdo incidente stradale.

Chiudiamo la parentesi e procediamo…

Questa volta fortunatamente il tragitto da percorrere per andare da una casa all’altra è davvero breve. Inoltre, c’è la possibilità di utilizzare l’elevatore nella casa nuova per portare su i mobili senza farsi venire l’ernia.

Così, mentre nella casa vecchia i traslocatori smontano tutti i mobili, sotto la supervisione del consorte imbottito di caffè da passanti e amici, io passeggio verso la nuova casa per andare a controllare che sia tutto in ordine, ma soprattutto, per posizionarmi sul balcone ad attendere il camion, con la tipica postura di Giulietta mentre aspetta Romeo che citofona.

Dopo quasi un’ora…

Giusto in tempo per evitare che mi venga una lombosciatalgia causata dalla suddetta postura, arriva il camion con i nostri mobili e io comincio ad osservare l’operazione di “riempimento casa nuova”, come una bambina che guarda una torta crescere nel forno.

Quello che mi ha sempre affascinato dei traslocatori è la loro assurda capacità di maneggiare oggetti pesantissimi, come se fossero estremamente leggeri. Tutto questo ovviamente dopo aver ingerito 850 gr di panino coi cicoli e una bella peroni gelata. Roba che se io mangio una brioche e poi salgo 2 piani di scale con l’ombrello in mano c’ho il fiatone.

C’è una strada molto in salita vicino casa nuova. Una specie di scorciatoia, talmente in salita, che dopo che la faccio, m’appare la madonna. Prima mi porge l’ossigeno e poi l’acqua. Ma non divaghiamo sulla mia preparazione atletica e torniamo ai traslocatori.

In ogni ditta di traslochi che si rispetti, c’è sempre un elemento che si distingue: colui che rimonta i mobili.

Ebbene si, su 10 persone che sollevano, spostano, imballano, trasportano, caricano e scaricano, solo 1 smonta e rimonta i mobili. Lui non mangia, non fuma, non beve e non dice parolacce. Ti parla solo quando è strettamente necessario, o quando non smetti di girargli intorno facendo stupide domande. Lui riesce a rimontarti i mobili, meglio di come li avevi montati tu seguendo perfettamente le istruzioni. Lui senza istruzioni.

Ecco io quello che monta i mobili lo rispetto molto, c’ho una sorta di stima e adorazione. Come per i pompieri, ma senza pensieri zozzi.

I lavori della nostra nuova casa

Breve preambolo tra il noioso e il superfluo con finale romantico? Fatto.

Elencare su un quaderno i principali avvenimenti degli ultimi due anni, perché, se prima di fare qualunque cosa, non fai una lista, non ti darai pace per il resto dei tuoi giorni? Fatto.

Veloce ricerca mentale di eventuali materiali fotografici da allegare alla narrazione dei suddetti avvenimenti? Fatta.

Accendere la lavastoviglie, perché, ok che i piatti te li lava lei, ma almeno un bottone vuoi degnarti di andarlo a premere? Vado…

Perfetto. Direi che possiamo riprendere da dove ci eravamo fermati l’ultima volta:

I lavori della nostra nuova casa.

Come già detto in precedenza, l’emozione che provi quando senti il rumore dei muri vecchi che vengono giù è fortissima.

Quello è il momento in cui non si torna più indietro, si può solo ricostruire. Ricostruire qualcosa di tuo.

Tuo nel senso che, quello che ne verrà fuori, sarà la fedele riproduzione di un disegno. Fatto per la prima volta su un foglio a quadretti, mentre dicevi al consorte:

“Fidati sarà bellissima!”

Tuo perché, prima di prendere qualsiasi iniziativa, gli operai ti chiederanno sempre se va bene. Tipo quando al ristorante ti versano un po di vino e aspettano di vedere se ti piace. Però più in grande.

Grande tipo 70 metri quadri.

Dividere una casa gigante, per creare due appartamenti più piccoli e completamente indipendenti non è particolarmente difficile.

Sempre se ti accontenti di avere:

  • 1 salone grande con la cucina su una parete
  • 2 camere da letto
  • 1 piccolo bagno senza vasca
  • 1 ripostiglio

Già se vuoi due bagni viene male. Dipende tutto dalla forma di partenza.

Nemmeno riuscire a trovare dei materiali con un buon rapporto qualità prezzo è difficile.

La parte difficile è un’altra. Affermarsi come punto di riferimento per gli operai è difficile.

Soprattutto nel caso in cui:

  • sei bassa
  • sembri più piccola della tua età
  • sei femmina

Inizialmente è stata dura. Poi finalmente ho capito quale era il modo giusto di interagire con gli operai:

Ebbene si. La soluzione è semplice. Se non puoi intimorirli, inteneriscili!

I giorni passavano e i lavori procedevano…

Le mie visite quotidiane in cantiere ormai erano accettate con tranquillità e alle volte erano addirittura richieste per prendere le ultime decisioni ed eventuali piccole modifiche.

Ho imparato che finché è in costruzione, casa tua non è davvero tua, è degli operai, ed è buona creanza prenderti il caffè con loro quando arrivi. Che non puoi dire “hai sbagliato” ma devi dire “ci siamo capiti male”. Che va bene voler decidere tutto, ma pure ascoltare i consigli è utile.

Intanto che io imparavo tutte queste belle cose sull’edilizia e i rapporti umani, il consorte continuava la sua reclusione casalinga, causata dalla coscia ingessata. E tra una partita a Diablo e un esercizio di fisioterapia, tramava il suo lavorativo piano malvagio, che lo avrebbe reso finalmente libero.

Una sorta di censura

Per molto tempo non ho più scritto nulla. Ho avuto una specie di rifiuto. Mi infastidiva che ci fosse sempre una sorta di censura nelle cose che raccontavo. Mi infastidiva non poter scrivere apertamente quello che mi passava per la testa, le cose che provavo.

In fin dei conti non c’era nessuna reale necessità di essere, a tutti i costi, assolutamente sinceri, nel raccontare lo svolgersi degli eventi. E’ un blog che leggono 10 persone, mica una testimonianza giurata sulla bibbia.

Ma nonostante ciò, questo dover essere per forza frivola, educata e divertente, cominciava a starmi stretto.

E quindi bye bye blog e benvenuta lobotomia da browser game.

(Mamma hai presente quel gioco del castello? Quello con altra gente? Quel gioco che mi rubava ore di sonno e di veglia, tra guerre, eventi, premi e coalizioni? Ecco quello era un browser game)

A questo punto però, vuoi per nostalgia, vuoi per ritrovata serenità mentale, vuoi per disintossicazione da browser game, ho di nuovo voglia di raccontare.

Non so in che modo racconterò le cose, e non so se sarò divertente o noiosa. Non mi interessa.

Ho scoperto con mio enorme stupore, che il vero scopo di questo blog NON è esprimere i miei sentimenti e le mie emozioni.

Né tantomeno, raccogliere esperienze di vita quotidiana da lasciare ai posteri, così da poterli istruire sul giusto modo di fare un buco nel muro.

Ma è semplicemente questo:

Svegliarsi la mattina e vedere il consorte che sorride, mentre dal cellulare rilegge una nostra vecchia avventura. Finché non recupera le forze necessarie per abbandonare il caldo abbraccio del piumone.

Abbattimenti di mura

La figlia del fabbro in ospedale, il direttore dei lavori in crociera, il figlio dell’impagliatore di sedie che non è tornato a casa a dormire, l’email di quelli delle porte che non arriva, la compagnia del gas che ha deciso che possediamo due contatori invece che uno.
Che dire.

Mi sembrano ottime motivazioni per ricominciare, dopo una lunga pausa, a raccontare qualcosa.

Un anno di silenzio in cui sono successe molte cose.

Cose belle, brutte, fastidiose, piacevoli, assurde, tutte cose che non avevo voglia di raccontare, perché a volte capita che per raccontarle le devi modificare.
Parliamoci chiaro, non è che uno si può svegliare la mattina e dire apertamente “tu, si proprio tu, hai rotto i coglioni”, non è educato, quindi si sta in silenzio e si riflette.

Una sorta di lunga nottata che deve passare, e si sa che la notte porta consiglio, e a volte pure la gastrite, ma quello è un piccolo dettaglio.

Cominciamo dal principio e andiamo con ordine, o almeno proviamoci, facendo un breve riassunto delle puntate precedenti.

Previously on I miei primi 50 mq

Una giovane coppia di trentenni affronta il magico mondo della convivenza.
Comincia l’avventura in un piccolo bilocale di periferia. Finché, a causa di vicini fastidiosi, blatte e ristrettezza degli ambienti domestici, si decide di traslocare.

Continua l’avventura in un trilocale di 75 mq sempre in periferia, ma più vicino al centro e a mammà.

Dopo 3 anni passati piacevolmente nel freddo e spazioso trilocale, la giovane coppia decide, per motivi lavorativi, di traslocare nuovamente in un bilocale. Stavolta però in centro, senza vicini fastidiosi e con una disposizione architettonica leggermente migliore.
Lei va al lavoro addirittura a piedi, fino al giorno in cui manda a cagare gli amabili titolari e si licenzia.
Lui va al lavoro in motoretta. Fino al giorno in cui decide di catapultarsi giù dal mezzo, spezzarsi una coscia e piazzarsi sul divano di casa.

Siamo così giunti a gennaio 2015.

Mese di novità, di compleanni, di regali e di abbattimenti di mura.

Entriamo dunque nei dettagli di quest’ultima affermazione.

A gennaio è successo che:

  • finalmente, siamo riusciti a svuotare un’enorme casa di 200 mq, per ricavarne due appartamenti.
  • finalmente, dopo aver passato un anno a dire sempre le stesse cose, è stato stabilito un giorno di inizio lavori.
  • dopo aver passato 6 giorni a spaccarsi la schiena, per inscatolare tutto il contenuto dei mobili dell’enorme casa, sono arrivati gli operai e hanno smontato pure i mobili.
  • mentre camminavo per andare a controllare lo stato dei lavori, ho sentito da lontano il rumore dei martelli che buttavano giù i muri e ho sorriso.

Intanto, sempre a gennaio, il giovane consorte faceva un anno in più. Sempre sul divano, brindando con voltaren e seleparina.
Quale momento migliore per ricevere il regalo che ogni giovane nerd vorrebbe?

Ecco dunque che fa il suo ingresso in casa un’enorme palla, fatta di Lego.

“Salve, sono la riproduzione Lego della Morte Nera, si esatto, la gigantesca stazione da battaglia spaziale realizzata dall’Impero Galattico allo scopo di rafforzare il suo regime di terrore. Sono composta da 3803 mattoncini e ho un enorme cannone laser che è in grado di distruggere la Terra in pochi secondi. Pensavo di stabilirmi sul tavolo da pranzo fino al termine delle operazioni di montaggio, va bene?”

“Prego figurati non disturbi affatto”

Così mentre noi si montava una palla di plastica costosa come un rene al mercato nero, poco distante, un branco di operai specializzati procedeva al montaggio della nostra nuova casa.

Ora siamo a maggio e ancora non è terminata (la casa, non la palla). Non posso ancora allietarvi con immagini da rivista di architettura. Ma posso comunque mostrare i passaggi fondamentali della trasformazione.

Stay tuned.

Tradimenti

Ho dovuto prendere al volo una penna, smettere di fare quello che stavo facendo, sedermi e scrivere.
Che poi non è che stessi facendo chissà cosa, stavo semplicemente svuotando le buste della spesa e mi è preso una sorta di raptus. Una vocina nel cervello che mi ha detto:

“Stavolta  non sarà come tutte le altre volte! Una volta si scuoce la pasta, una volta sei in metropolitana, una volta sei già a letto, una volta stai lavorando, stavolta no. Stavolta ti siedi, ignori tutto e tutti e ti metti a scrivere!”

Sarà stato il tono di rimprovero, sarà stato che è vero che trascuro il blog con la scusa che ho da fare anche quando “da fare” vuol dire guardare un film, sarà stato che mi sono tornate in mente tutte le volte che nella mia testa si sono formati lunghissimi monologhi, finiti poi nel nulla, le ho dato ascolto.
Mi sono seduta e ho scritto.

Ho scritto che abbiamo fatto la spesa, poi ho svuotato le buste e ho pensato:

“Alla faccia della dieta mediterranea..”

Di seguito il contenuto delle buste:

  • 1 confezione di budino
  • 1 pacco di finti saccottini al cioccolato
  • 2 cocacola
  • 1 pacco di finti pan di stelle
  • 1 pacco di trancetti che altro non sono che la versione economica del trancino mulino bianco
  • 4 hamburger
  • 1 lattuga
  • 2 pomodori
  • 4 panini da hamburger di quelli col sesamo
  • 1 litro di latte
  • 1 pacco di biscotti atene

Che poi io quando abitavo con mamma ci tenevo a mangiare bene…

Che poi secondo me è un po’ colpa del nuovo supermercato che abbiamo da poco etichettato come preferito. Un supermercato che appena entri ti ritrovi catapultato in un bellissimo e ordinatissimo corridoio di dolci, dolcetti e altri mille cibi produttori di ciccia.
Un supermercato che non è un Superò.

E quindi? E quindi è strano, perché ogni casa che abbiamo scelto è sempre stata circondata da 3 cose fondamentali: la pizzeria, il gommista e il Superò.
Non lo facevamo mica apposta, semplicemente succedeva. Andavamo in giro a vedere case, poi ne sceglievamo una, ci andavamo a vivere e alla prima uscita ci rendevamo conto del solito triangolo.

C’ho pure la tessera punti del Superò.
So pure la canzoncina del Superò.
E ora l’ho tradito, e non per necessità, tipo quei fatti che dici “eh ma è lontano” macchè! Sta a due passi. Semplicemente l’ho tradito perché ci siamo fatti ipnotizzare da quel maledetto corridoio di dolci in offerta e da quel maledetto commesso sorridente.

Cattiveria pura.

Comunque devo ammettere che confessare questo tradimento mi ha fatto bene. Mi ha fatto bene perché mi ha sbloccato. Già, avevo il blocco dello scrittore e non me ne ero accorta, ma ora che ho preso coscienza dell’accaduto posso fare un bel respiro e cominciare a raccontare di quella volta che mi sono incazzata come un’ ape per una strada sbagliata, del disperato bisogno di kolon, del caminetto di natale, dei pantaloni bruciati, del terremoto, del citofono, della Tarsu e dei telefilm.

Stay tuned.

La nonna

Chi si fa i cazzi suoi campa 100 anni.
Dicono.

La nonna di anni ne ha vissuti 101 e farsi i fatti suoi non è mai stata una sua abitudine.

La nonna che ti afferrava il polso, prima dolcemente e poi scattava la sua morsa d’ acciaio, che ti chiedeva se avevi mangiato, se eri andato a lavoro, se avevi lavorato tanto o poco, se ti pagavano bene o male, se eri uscito e con chi eri uscito.

La nonna che dopo essersi informata sulle tue cose, cominciava la stessa trafila chiedendoti degli altri membri della famiglia.

La nonna che leggeva il giornale con la lente di ingrandimento e malediceva berlusconi.

La nonna che inciuciava sulle coppie di innamorati.

La nonna che quando ha saputo che la mia di nonna era morta, mi ha detto “Adesso sono un po’ nonna pure a te”.

La nonna che una volta, poggiandomi la mano sulla pancia, mi ha chiesto quando ci avremo messo qualcosa dentro.

La nonna che diceva al nipote “Sei la luce della casa” e io facevo battute sull’ enel.

La nonna che dovevi andare in salotto, sederti sul divano e fare una visita di cortesia, ma io non ero capace e scappavo sempre, però per un mese, durante la pausa pranzo del lavoro, andavo a sedermi accanto a lei e dormivo per un’ora.

La nonna che ti cambiava il nome e ti chiamava Umberto.

La nonna che si preoccupava che spostassero piazza del plebiscito.

La nonna che tirava fuori le vecchie foto e le foto erano davvero vecchissime, e ti raccontava di quando era giovane e parlava del marito con gli occhi pieni di amore e rispetto.

La nonna che quando voleva una cena leggera si preparava una minestrina col dado, poi ci infilava dentro un pezzo di burro, un uovo e vari cucchiai di parmigiano.

La nonna che qualche anno fa mi ha detto con aria stanca “Il padreterno si è scordato di me” e io non sapevo che rispondere.

La nonna che quando il salumiere aveva deciso di chiudere bottega gli ha detto di no, e lui ancora lavora.

La nonna che proprio i fatti suoi non se li faceva, di anni ne ha vissuti 101, e per un po’ è stata nonna pure a me.

L’ennesimo trasloco

Sono esausta, e non sono neanche a metà dell’opera. Casa nuova è completamente ricoperta di scatoloni da svuotare e sistemare. Praticamente i mobili (e buona parte delle nostre cose) hanno traslocato l’altro ieri, noi invece facciamo i nomadi tra casa di mia mamma e casa di sua mamma, in attesa del rimontaggio della cucina e dell’attacco del gas.

E’ stato un fine settimana assurdo. Mi ci vorrebbe una bella settimana di nullafacenza per recuperare le forze, ma purtroppo non è prevista fino al prossimo anno. Cominciamo quindi a raccontare con ordine la stancante avventura dei giorni scorsi, per evitare che la mia proverbiale memoria cominci a perdere colpi a causa della stanchezza.

Fino a giovedì mattina, il nostro piano per il trasloco era stato quello di organizzare le scatole in modo tale da avere tutte le cose ordinate al momento della riapertura. Così da rendere più veloce l’operazione di riempimento mobili a casa nuova. Poi invece la situazione ci è un tantino sfuggita di mano.
Praticamente giovedì pomeriggio, i traslocatori ci comunicano che, invece di fare tutto il da farsi durante la giornata di sabato, sarebbero venuti a casa il venerdì mattina. Per cominciare a smontare e imballare tutti i mobili.

Panico.

Mi guardo intorno e mi rendo conto di quanto ancora ci fosse da fare.
Il piano di selezionare accuratamente cosa portare a casa nuova e cosa eliminare causa inutilizzo, va a farsi benedire.
Il piano di andare al matrimonio di un caro amico che si sarebbe sposato proprio il venerdì (fregandosene del famoso detto “di venere e di marte non si sposa e non si parte“) pure va a farsi benedire.
Insomma, cerchiamo di continuare ad impacchettare il più possibile e ci arrendiamo agli eventi lasciandoli decidere per noi.
Fine del giovedì.

Inizio del venerdì.

Grazie a mamma, che era disponibile a passare la mattinata assieme ai traslocatori, decidiamo almeno di andare a vedere gli sposi promettersi di amarsi e onorarsi finché morte non li separi. Poi risaliamo in sella al potente mezzo a due ruote del consorte e corriamo di nuovo a casa, a controllare l’impacchettatore folle.

L’impacchettatore folle, che per comodità chiameremo F, è un simpatico signore forzuto che impacchetta tutto ciò che incontra. Infatti temevo di trovare mia madre incelofanata e inscatolata.

Quando siamo rientrati in casa sono andata a fare pipì e la carta igienica non c’era più, l’aveva impacchettata. Mi sono lavata le mani e l’asciugamano non c’era più, l’aveva impacchettato. Poi mi sono fatta un giro in cucina. Ho guardato una mensola vuota e ho chiesto a F che fine avesse fatto la pianta carnivora che c’era sopra, lui mi risponde che credeva fosse finta così l’ha impacchettata.

Ho trovato un angolino non impacchettato e mi sono seduta, lasciando che gli eventi decidessero per me.

Quando finalmente la casa è tutta imballata e impacchettata andiamo a rifugiarci da mia madre in attesa della sveglia del giorno successivo.
Fine del venerdì.

Inizio del sabato.

Giuro che quello che scriverò tra un paio di righe è vero. Ho le foto.

La sveglia suona alle 7:00. Saltiamo giù dal divano letto di mamma e ci prepariamo per andare ad accogliere i traslocatori. Io più lentamente, perché sono femmina, il consorte più velocemente.
Lui alle 7:45 esce di casa, io lo avrei raggiunto alle 8:15.

Alle 8:00 mi chiama al cellulare e dice:

E’ successa una cosa assurda! Il camion del trasloco aveva appena parcheggiato e dalla corsia opposta due pazzi furiosi hanno perso il controllo della macchina e si sono schiantati sul camion! Stanno arrivando le ambulanze per i due pazzi…”

Lo so, sembra incredibile, eppure è accaduto.

Menomale che l’autista del camion era sceso e si era già allontanato di qualche metro, altrimenti ci sarebbe rimasto secco. Che gente che c’è in giro.

Comunque, superata questa breve tragica parentesi, il trasloco ha inizio.

I mobili cominciano ad essere caricati su un camion sostitutivo, visto che l’altro era completamente sfondato.

Dalle 9:00 alle 15:00 cose che avevo sempre conosciuto col nome di armadio o per esempio libreria, cambiano identità e diventano: terminale, parete, bussolotto e altri nomi buffi che al momento non ricordo. Vedere gli operai portare a spalla i mobili fino al settimo piano, mi ha fatto pronunciare almeno un milione di volte frasi tipo: mi dispiace / non sapevo non si potesse mettere l’elevatore / riposatevi 5 minuti / volete un bicchiere d’acqua?
Quando hanno portato su la lavatrice credevo che morissero, poi invece dopo pochi minuti stavano tutti tranquilli a fumare una sigaretta.

Questo è stato il mio sabato, a cui sono seguiti giorni di ri-sistemaggio cose. Oggi è lunedì e ci vorranno ancora molti giorni per tornare alla normalità. Spero di riuscire a sistemare tutto in una settimana. Forse dovrò acquistare dell’anfetamina, forse deciderò di vivere tra i cartoni, ancora non lo so, per ora vado a letto.

Il tappeto rosso

Parecchi anni fa comprai un tappeto. Un tappeto rosso. Da Ikea. Ora è fuori produzione.

Mi serviva per la mia cameretta. Serviva non è esattamente la parola giusta, perché un tappeto mica serve. Un tappeto non serve a un cazzo. Però è bello.

Un tappeto è una di quelle cose che rendono la stanza accogliente, calda e colorata. E’ bello metterci sopra i piedi scalzi quando scendi dal letto, è coccoloso.

Tutti vogliono un tappeto, tranne quelli a cui non piacciono i tappeti. Quelli non lo vogliono.

Io essendo una di quelli che invece gli piacciono, quando ho cambiato casa per passare dalla cameretta all’appartamento col consorte, l’ho arrotolato e me lo sono portato dietro, assieme al divanetto spaccaschiena.

Ne abbiamo passate tante insieme, io e il mio tappeto.

Mi ricordo di quella volta in cui l’ho ricoperto di bicarbonato, perché internet aveva detto che facendo così, lui sarebbe diventato pulito, profumato e raggiante.

‘Na gran cazzata.

Ci misi mezza giornata a rimuovere il bicarbonato. Con l’aspirapolvere che bestemmiava in tutte le lingue conosciute, dal linguaggio binario al greco moderno.

bicarbonato tappeto

Col passare degli anni poi il nostro rapporto è cambiato. Non lo amavo più come un tempo e piano piano è venuta fuori l’esigenza di sbarazzarsene.

L’ho regalato e ora sta a casa di un amico.

Forse l’anno prossimo ne comprerò uno nuovo, se per qualche ignoto motivo dovessero avanzarmi dei soldi. Intanto spero stia bene, si sia ambientato nel suo nuovo salotto, e abbia fatto almeno un po’ amicizia col divano e il gatto.

Un photopost che ha ben 3 caratteristiche

Oggi mi sono ricordata di avere un blog e così ho preparato un photopost che ha ben 3 caratteristiche.

La prima caratteristica è che questo photopost è un bel photopost, nonostante io sia una pessima fotografa. Dovrò farmi regalare una reflex così da poter diventare una fotografa di successo.

La seconda caratteristica è che non mi sono limitata a fare delle foto e schiaffarle sul blog, ma mi sono addirittura cimentata nel fare una ricerca su google, su una delle tante stranezze del cervello umano.

La terza caratteristica di questo photopost è che sarà un photopost coinvolgente perché terminerà con una domanda fondamentale. Sulla vita l’universo e tutto quanto? No.

Dunque cominciamo.

Nel seguente set di foto potete osservare un giovane salotto, allegro ma poco funzionale, che presenta una disposizione risalente al 2010.

Questa disposizione è stata leggermente variata nel 2011 invertendo la collocazione del divano e della TV così da creare un’ entrata più ampia e sicuramente più comoda in caso di collocazione stenditoio colmo di bucato.

Gli stenditoi infatti, amano vagare per la casa durante la stagione delle piogge.

Andiamo avanti…

Nel secondo set di foto invece, possiamo liberamente emozionarci rimirando un concentrato di eleganza, design e minimalismo, appositamente sviluppato per il 2012 e (si spera) gli anni a seguire.

Trovo che quest’ultima sia una disposizione assolutamente funzionale rispetto alle precedenti poiché c’è un sacco di spazio per lo stenditoio ci offre la possibilità di accomodarsi sul divano a bere un caffè, e chiacchierare guardandosi in faccia. Piuttosto che stare in fila tipo sala d’aspetto o peggio, farsi venire uno stiramento allo sternocleidomastoideo se la chiacchierata supera i 15 minuti.

Inoltre ci permette di pranzare comodamente attorno al tavolo, senza preoccuparsi di scrostare il muro retrostante con lo schienale della sedia (e pure la sedia festeggia).

Ieri mi è stato detto che questa è la soluzione definitiva, quella vincente, che così è figo e non devo spostarlo più. Credo che seguirò questo consiglio, non solo perché mi piacciono i complimenti sulle cose che faccio, ma anche perché sotto sotto la penso anche io così.

A questo punto della storia mi piace immaginare che qualcuno di voi si stia chiedendo se la spatifillo della foto del 2010 è la stessa spatifillo della foto del 2012.
Ecco, no.

Un minuto di silenzio per la spatifillo del 2010.

Ora immagino che qualcuno si stia chiedendo perché diavolo ci sono dei cuscini sul pavimento.
Ecco, quello è per il design.
Ovviamente dopo la foto li ho tolti sennò il consorte pensa che sono scema del tutto.

Ma a proposito di dare di matto, veniamo alla parte del post che prevede l’analisi approfondita della necessità di spostare i mobili in casa.

Bene. Se cerchiamo una risposta nel nostro cuore non la troveremo, ma se la cerchiamo su Yahoo Answer il nostro bisogno di conoscenza verrà placato.

Vediamo che alla domanda:

“Cosa provano le donne a spostare i mobili di casa? Aiutatemi vi prego a comprendere questa cosa”

…seguono numerosissime risposte che sono ben felice di trascrivervi.

1: “mi dà la sensazione di avere sempre la casa pulita e con nuovi arredi.”
2: “lo faccio per divertimento”

3: “è uno sfogo, un’evasione dagli altri problemi”
4: “è un modo per far circolare l’energia all’interno della casa”

5: “significa totale insoddisfazione di se stessi”
6: “rappresenta una certa instabilità di carattere”

E via discorrendo fino ad arrivare a parlare di disturbi ossessivo-compulsivi e bipolarità, ma a sto punto a parer mio si esagera.

Per quanto mi riguarda…

Mi ricordo che una volta di tanti anni fa, tornai a casa e misi le chiavi sul mobile dell’ingresso. Sentì subito un rumore di chiavi che si schiantano al suolo, e mi accorsi che il mobile dell’ingresso non c’era più. Aveva deciso, in accordo con mia mamma, di farsi una passeggiata in cucina. Così, giusto per vedere se ci si trovava più a suo agio.
Nel mio caso dunque sarà roba di follia ereditaria.

Ora però siamo giunti al termine di questo esilarante scritto e quindi devo dedicarmi alla parte coinvolgente.

Ecco, parte coinvolgente:

“E voi che ne pensate della sacra arte dello spostamento immotivato dei mobili?”