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La spazzatura

Quel giorno che abbiamo passato la mattinata alla Tarsu è stato un paio di settimane fa. Ma pure l’anno scorso. E quello prima ancora. Si perchè noi periodicamente amiamo passare una mattinata alla Tarsu.
Ma facciamo un po’ di chiarezza.
Questo fatto che a noi piace di cambiare continuamente casa, provoca una successione di eventi burocratici, che fanno si che si verifichi quella brutta condizione chiamata “la bolletta che non arriva”.

Ecco, ora ci sono vari tipi di bollette che possono non arrivare.

C’è la luce, il gas, il telefono, il condominio, ma sono tutti casi in cui basta prendere il telefono e si risolve il problema nove virgola cinque volte su dieci.
Poi invece c’è la Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, quella che comunemente viene chiamata “la spazzatura”.

La spazzatura è una di quelle bollette che ti provoca ulcera, gastrite, mal di testa, nervosismo e stress, ma non un po’ alla volta, tutto assieme.
La spazzatura è una di quelle bollette che quando diventi grande e vai a vivere per conto tuo devi fare una scelta: pagarla o non pagarla.
Se non la paghi mai potresti vivere sereno per sempre, oppure potresti un giorno trovarti Equitalia in pompa magna dietro alla porta.
Se invece decidi di pagarla, lo devi fare a vita, per sempre, con puntualità, sennò arriva Equitalia, senza pompa magna ma comunque arriva.

Quindi per evitare di dover vivere l’incontro infernale, noi amiamo periodicamente passare una mattinata alla Tarsu, per comunicare che a causa del trasloco non ci è arrivata la bolletta. E che non è che non la vogliamo pagare, non sia mai, solo ecco, se non la teniamo come la paghiamo?

E perché non facciamo una telefonata, come si fa per il gas, per la luce o per il telefono, piuttosto che passare la mattinata lì?
Una telefonata?
Alla Tarsu?

Ahahahahahaahahahahahahahahahahahah

Dicevamo…

La Tarsu è un posto fatto di vari livelli di difficoltà, una specie di videogioco. Quindi prima di affrontarlo devi essere preparato a dedicargli tempo e allenamento (e magari portati un amico, che andarci da soli non è pesante, di più).
La prima sfida che dovrai affrontare sarà la ricerca dell’edificio. Che una volta raggiunto ti farà riflettere sul fatto che è veramente brutto.
A questo punto dovrai fare un bel respiro. Lanciarti dentro con decisione. Salire le scale facendoti largo tra le persone. Raggiungere la macchinetta erogatrice di numeretti e fartene erogare uno. Guardare il tabellone dei numeri e tornare velocemente all’esterno.
Tempo impiegato: 50 sec.

Fatta questa prima fondamentale operazione, ti avvicinerai al consorte che ha appena finito di parcheggiare e sfoggiando uno dei tuoi migliori sorrisi dirai:

“Caffè?”
“Aspetta prendiamo il numero…”
“Fatto già, sono una scheggia, ora caffettino?”

“Che numero abbiamo?”
“147”
“E a che stanno?”
“Uh guarda il bar!”

“A che stanno?”
“Vabbhè ma che ti cambia? Lo sai che tanto ci vuole tempo…”
“A. Che. Stanno.”
“77”

Silenzio, depressione, rabbia, disperazione, isteria, tutto contemporaneamente nell’arco di 15 secondi.
Poi caffè, cornetto, sigaretta, passeggiata.

Dopo questa prima fase di una trentina di minuti si è soliti rientrare all’interno dell’edificio, per dare un’occhiata al tabellone dei numeri e capire a che velocità procede l’avanzamento.
Poi si torna fuori e si comincia a passeggiare. Un po’ di qua, un po’ di la, poi un po’ di sole, due chiacchiere, un’altra sigaretta. Finchè non arriva mezzogiorno.

A mezzogiorno chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori.

Quindi a mezzogiorno ti fai una bella croce e te ne vai all’interno dell’infernale palazzo, seduto in mezzo alle scale e aspetti pazientemente il tuo turno.

Non che non ci sia una sala d’attesa, il fatto è che è sempre piena e puzza. Puzza perché è piena di signore che sentono gli spifferi e quindi chiudono le finestre. Non sia mai dovesse entrare un po’ di aria fredda mista a ossigeno.
Così se quando vai alla Tarsu non ti vuoi prendere una bella infezione batterica alla vie respiratorie, ti conviene di sederti in mezzo alle scale, dove le finestre sono aperte, assieme a tante altre simpatiche persone che la pensano come te (o che non hanno trovato posto dentro).

Avventori con i quali dopo qualche minuto dovrai metterti a chiacchierare. Perché, anche se ti porti un libro, uno smartphone, il lavoro a maglia o il RisikoPiù, è buona creanza scambiare una o due parole con gli altri poveracci che stanno impiegando una mattinata della loro vita, per farsi dare un foglio o per farsi dire che devono recarsi ad un altro ufficio.

Poi rifletterai sul fatto che siamo nel 2014 e ancora non è possibile starsene seduti comodamente a casa e controllare dal proprio PC lo stato della propria bolletta della spazzatura. Rifletterai sul fatto che non ci sono i soldi per sviluppare i software necessari. Penserai a tutti quelli che non pagano.
Penserai che ora non si chiama più Tarsu ma Tares ma che tanto tutti continueranno a chiamarla “la spazzatura”.

Ascolterai la signora che dalla sala d’attesa, un po’ per noia, un po’ per intraprendenza, comincerà a chiamare a gran voce i numeri del tabellone, ti farai una risata e penserai:

“Tombola”

Il sacro riposo del sabato mattina

Erano già un paio di giorni oramai che ci giravo intorno. Non trovavo il giusto modo di confessarvi che ultimamente le mie giornate sono tutte abbastanza piatte. Che dovevate rassegnarvi al fatto che, l’argomento più esilarante che avrei proposto, sarebbe stato un elogio alla mia famosa e rinomata Pasta e Patate.
Chissà, magari ci avrei infilato anche qualche piccolo segreto dello chef tanto per allungare il brodo.

Ma invece no.

Ecco che la divina provvidenza, o che dir si voglia fato/sfiga/destino o più semplicemente ciorta, arriva sorridente a turbare il sacro e meritato riposo del sabato mattina.
Non che questo venerdì abbia fatto chissà cosa. Non dimentichiamo che alla mia veneranda età, sono sempre meno le occasioni per andare in giro a fare baldoria fino all’alba. Ma nonostante ciò, il sabato mattina mi piace lo stesso restare nel letto fino a tardi, senza fare nulla.
Magari leggere un po’ o guardare un telefilm. Oppure, fissare intensamente le ante dell’armadio, che dopo il trasloco, hanno deciso di non essere più perfettamente allineate, e cercare di ripararle con la forza del pensiero.

Insomma, proprio mentre mi godevo il mio tipico sabato mattina, sento il campanello.

Il mio primo pensiero va ai soliti testimoni di geova del fine settimana, e quindi decido di ignorare la timida scampanellata, pensando che, se fosse stato qualcun’altro, avrebbe senz’altro riprovato.

E infatti.

Nemmeno il tempo di terminare il primo pensiero che il campanello si trasforma in una specie di martello pneumatico sonoro!
din din din din din din!

Balzo fuori dal letto e percorro il corridoio immaginando incendi, alluvioni, terremoti, invasioni di dinosauri e chiedo:

“Chi è???”
“La C3 davanti alla fermata del pullman! E’ vostra?”
“SI!”
“C’è il carro attrezzi. Toglietela!”

– PANICO –

Il consorte si infila i vestiti sopra al pigiama, afferra le chiavi e si precipita giù. Contemporaneamente io mi fiondo fuori al balcone pronta ad urlare al carro attrezzi di fermarsi.
Guardo giù e non c’è nessun carro attrezzi.

Ho qualche secondo di smarrimento e continuo a fissare la macchina, perfettamente attaccata al manto stradale, cercando di vedere anche il carro attrezzi. Poi ruoto leggermente la testa e mi accorgo che, davanti al Bar, ci sono almeno una decina di ragazzi che si sbracciano e cercano di attirare la mia attenzione indicando la macchina.

In quel momento mi sono resa conto di essere uno spettacolo raccapricciante:

  • pantaloni del pigiama rossi
  • maglietta blu
  • vestaglia a quadretti grigi e fucsia
  • capelli forma del cuscino style

Mi trattengo dal morire di vergogna e comunico timidamente che il consorte sta scendendo a spostarla.

Fatta ormai la figuraccia, resto fuori a seguire l’evolversi della faccenda.

Il consorte si dirige verso la macchina, un tipo si dirige verso il consorte, consorte e tipo parlano, il consorte sposta la macchina.
Il suddetto tipo era un vigile urbano in borghese che AVREBBE chiamato il carro attrezzi. Fortunatamente si è limitato a rimproverare selvaggiamente il consorte, che ha promesso di non farlo più.
Ma quando la sera non c’è nessun posto disponibile uno che deve fare? Smontare la macchina e salirsela a casa??

Comunque tutto bene quel che finisce bene. Solo che ora, dovrò passare il resto della giornata, a cercare di trasformarmi in una strafiga per poter passare di nuovo davanti al Bar, senza essere immaginata con la vestaglia e i capelli da pazza!