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Una calda giornata di luglio

E’ una calda giornata di luglio e ho i piedi gonfi come due muffin.

Mi stendo sul letto e accendo il condizionatore. Ebbene si. Dopo due anni dal termine dei lavori, abbiamo ceduto alla frescura artificiale.

Finora la nostra preoccupazione principale era sempre stata quella di proteggerci dal gelo dell’inverno.

Ma in due anni cambiano tante cose e finisce che ti ritrovi con un condizionatore in camera da letto.

Mentre mi godo un po’ di finta aria fredda, prendo carta e penna e comincio a scrivere. Tanto al mio blog non gliene frega niente dei problemi tecnici della wind.

Il mio blog nasce prima sulla carta e poi periodicamente, si trasferisce online per allietare i miei 160 lettori.

Nelle puntate precedenti, mi sono dedicata alla descrizione dei vari ambienti del nuovo appartamento:

La cucina nuova, liberamente scopiazzata da una bellissima Veneta Cucine dello zio, ma prodotta in versione economica da Mondo Convenienza.

Il salotto, quello di sempre, ma con i vestitini nuovi per il divano.

Il bagno, piccolo ma bellino, e il ripostiglio, dove abita la lavatrice.

Anche il balcone abbiamo già visto con i suoi tecnologici infissi traslanti.

Mancano quindi solo le due camere da letto per completare la descrizione.

Ma veramente voglio passare questa calda giornata di luglio a parlare di due camere da letto? Direi proprio di no.

Anche perché…

Una c’ha dentro la serie Malm nera che comprammo da Ikea nel 2009 e non accenna a decomporsi. Tanto che quando spolvero vado alla ricerca del marchio Zoppas nascosto da qualche parte.

L’altra è una specie di deposito/lavanderia/studio che ancora non ha trovato un’identità.

Quindi, suggerirei a me stessa, di evitare di perdere tempo ad immortalare questi due ambienti per nulla entusiasmanti, ma piuttosto, passare alla descrizione di un banalissimo pomeriggio di due anni fa.

Il pomeriggio del 23 luglio 2015 ero a casa con un amica.

Si chiacchierava e si prendeva un caffè.

Visto che faceva caldo e c’era un bel sole, tutti gli infissi erano spalancati. In quel periodo ancora non avevamo acquistato quelli nuovi super-potenti, quindi stiamo parlando di quelli brutti e marroni con l’apertura verso l’esterno.

Sul letto c’erano gli ultimi vestiti da mettere in valigia, infatti il giorno seguente si partiva per Lipari, dove ci aspettavano 10 giorni di mare, sole e arancini.

Insomma, sarebbe stato un normalissimo pomeriggio di luglio, se non fosse improvvisamente arrivata l’apocalisse.

Il cielo si fece scuro e un vento potentissimo cominciò a soffiare.

Nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo, che in casa cominciò a volare via tutto.

Porte che sbattevano, zanzariere che si sganciavano dai binari, tende che svolazzavano travolgendo gli oggetti sulle mensole.

Cercavo di chiudere gli infissi lottando contro il vento che spingeva per riaprirli. Così, mentre vincevo su quello della camera da letto, quello della cucina decise di provvedere da solo alla propria chiusura, e si liberò dal fermo esterno che lo teneva aperto.

Ovviamente il risultato di questa mossa azzardata non fu assolutamente chiudersi, ma bensì distruggersi, spalmando sul pavimento (fortunatamente all’esterno) un’enorme lastra di vetro.

Non sapevo più cosa fare.

Tra cercare di chiudere tutto, salvare i soprammobili oppure correre per la casa urlando, quest’ultima opzione cominciava a sembrarmi la più adatta.

Intanto mentre litigavo con le finestre, il telefono cominciò a squillare e la mia amica si precipitò a rispondere.

L’uomo di casa, accortosi dell’improvviso e anomalo maltempo, aveva pensato di farmi una telefonata dall’ufficio per sapere se era tutto ok.

Immaginate la sua espressione quando…

Invece di ritrovarsi dall’altro capo del telefono, la sua dolce metà che serenamente diceva:

Certo che è tutto ok! Come sei premuroso. Credo proprio che per ringraziarti del pensiero mi accingerò a friggere una parmigiana di melanzane!

Si è invece ritrovato due donne urlanti con sottofondo di bufera e porte che sbattono.

Veloce come una saetta si precipitò a casa, ma ovviamente nel frattempo l’apocalisse si era diretta verso altri lidi.

Gli uccellini avevano ripreso a cantare e il sole splendeva, illuminando un appartamento ricoperto di foglie.

L’uomo di casa guardò le due donzelle indifese, guardo il vetro divelto e alzando le spalle disse:

Vabbhè… volete un caffè?

 

La divisione del balcone

Riprendiamo la descrizione della casa (che avevamo interrotto per dedicarci ad una profonda riflessione antropologica) e soffermiamoci quest’oggi sugli spazi esterni e il loro utilizzo.

Avete presente quelle famiglie in stile mulino bianco?
Non quelle strane con l’attore e la gallina, quelle di prima, che la mattina si fanno i sorrisi a 32 denti, mangiano tutti insieme, si vogliono bene.
Quelli che si fanno le vacanze al mare insieme portandosi dietro pure i parenti acquisiti, tipo il fidanzato della nipote della cugina di terzo grado.

Ecco, io invece la mattina sto nervosa e non parlo finché non finisco il caffè.

Si ok, sono fatta male, non l’ho mai negato.

Ci sta chi nasce che gli piace la gente e chi no.

Evidenziato questo particolare lato del mio carattere, viene spontaneo intuire che quando abbiamo progettato la casa nuova è sorto un piccolo problema, riguardante la divisione del balcone in comune.

Se tu prendi un grande appartamento e ne ricavi due è ovvio che dividi anche lo spazio esterno. Sia proprio per una questione legale di metri quadri, tasse e mappe catastali, sia per un fatto puramente di privacy.

Non che io voglia stare in mutande sul balcone, però insomma, dato che non si vive tutti insieme in casa, non si vive tutti insieme nemmeno sul balcone.

Mi ricordo che un giorno ero a casa di un’amica e stavamo prendendo il caffè in cucina con sua madre. Improvvisamente un’altra signora bussa con le nocche sul vetro del balcone, infila la testa in casa, chiede una cosa e poi va via. Evidentemente la mia espressione perplessa (visto che eravamo al 4 piano) non passò inosservata. Così mentre finivo il caffè, la mamma della mia amica mi spiegò che quella signora era una parente, che non abitava con loro, ma nell’appartamento accanto, e poi sospirando disse:

Non dividere il balcone è stato un errore di gioventù.

Figuriamoci se quando si stava progettano casa non mi è subito tornata in mente questa vicenda. Ho dunque fatto una rapida valutazione della nostra età e ho stabilito che potevamo ancora essere definiti giovani. Così abbiamo cominciato a prendere in considerazione qualche tipologia di divisione per il balcone.

A questo punto del racconto è bene precisare che, quando si parlava di dividere il balcone, il mio dolce consorte diceva:

Facciamo un muro!

E la famiglia di fianco era la sua eh…
Quindi io sarò fatta male, ma lui manco è un santo.

Vediamo quali furono le opzioni proposte:

  • Un muro
  • Un grigliato di legno
  • Una rete
  • Delle piante

Ovviamente, una delle opzioni più classiche, la separazione da balcone per eccellenza, quella fatta di vetro smerigliato con struttura esterna in ferro, un classico intramontabile presente nell’80% dei condomini, non fu minimamente presa in considerazione. Quella è brutta, dicevano.

Il muro ovviamente non fu costruito, perché oltre a creare una separazione permanente del balcone, avrebbe creato una separazione permanente in famiglia, così il dolce consorte andò a riporre mattoni e cazzuola.

Il grigliato di legno fu acquistato, ma dopo aver soggiornato sul balcone per mezza giornata fu giudicato troppo alto. Lo rimettemmo in macchina, jastemmammo qualche santo, lo riportammo al negozio e fu cambiato con 4 sedie di plastica.

La rete e le piante non furono nemmeno prese in considerazione. Mi sembra superfluo spiegare perché.

Urgeva un’idea decente.

Nell’attesa di trovare una soluzione che mettesse tutti d’accordo, per impedire all’allora piccolo micetto, che soggiornava nella casa accanto, di venire a romperci i cogl… ehm… di sconfinare nella nostra parte di appartamento, fu installata una struttura removibile composta da svariate confezioni di piastrelle avanzate.

Col tempo siamo giunti alla conclusione che la perfetta struttura definitiva sarà non solo bella ma anche comoda, perché ci si potrà anche sedere.

Al momento però non è economicamente possibile, perché ci sono altre priorità.

Quindi, rimossa la composizione di piastrelle, ci siamo accontentati di un’altro grigliato di legno, più basso del precedente.

nicolino

Periodicamente tentiamo di farci crescere sopra delle piante rampicanti. Che poi ovviamente muoiono.

 

Togliersi le scarpe

Oggi interromperò momentaneamente la descrizione dettagliata della nuova casa, perché mi sono ricordata che qualche giorno fa ho letto un articolo che elogiava l’abitudine di togliersi le scarpe in casa.

Nulla di strano in un certo senso. La maggior parte delle persone amano stare comodamente in pantofole o a piedi nudi a casa propria.

La stranezza di questa faccenda è emersa nel momento in cui ho letto che, il togliersi le scarpe, non è limitato a se stessi. Non è il normalissimo gesto personale che si fa per dare sollievo ai piedi stanchi e gonfi, ma piuttosto, è una cosa che si estende agli ospiti.

Un invito a togliersi le scarpe.

Tipo che io vengo a casa tua e tu mi dici che preferisci che mi sfilo le scarpe. Per una questione igienica.

Non so se te ne rendi conto, tu ipotetico amico o conoscente che mi fai questa richiesta, ma come dire… non è che rischi di mettermi a disagio. Di più.

Già immagino la velocissima carrellata di giustificazioni che il mio cervello tirerebbe fuori per evitare di accontentarti:

  1. Sono venuta a piedi, sicuro come la morte che ho sudato e mi puzzano i piedi.
  2. Ho i sandali, quindi non ho i calzini, dunque i MIEI piedi dovrebbero stare a stretto contatto con il TUO pavimento, mi sembra una cosa troppo intima.
  3. Hai un gatto. Lo sai vero che i gatti perdono i peli, solitamente sul pavimento?
  4. Hai delle ciabatte per me. Le ciabatte per gli ospiti. Quali ospiti??? Chi le ha messe prima di me??? CHI??????

Potrei continuare l’elenco del disagio o potrei semplicemente accettare che ognuno a casa sua fa quello che vuole, anche con i piedi altrui.

Del resto quando ero piccola, alcune delle mie zie avevano in casa un oggetto buffo e assolutamente attinente a questo argomento: le pattine.

pattine

Le pattine erano una sorta di calzari, fatti con dei pezzi di stoffa imbottita di forma rettangolare, con sopra una fascetta che ti permetteva di infilarle ai piedi con tutte le scarpe. Lo scopo di questo oggetto era quello di preservare la cera dei pavimenti in marmo.

Quindi mentre gli adulti che indossavano le pattine assumevano istantaneamente le capacità deambulatorie di un pinguino, io che ero piccolina, improvvisavo spettacoli di pattinaggio artistico-casalingo schiantandomi in terra dopo pochi minuti.

Ma torniamo al presente e alla questione che mi turba: lo stare scalzi in casa altrui.

Finito l’articolo ho notato che c’erano anche numerosi commenti dei lettori e già che c’ero ho letto pure quelli.

Così ho scoperto che, sta cosa di far togliere le scarpe alla gente, non è una fissazione di ispirazione orientale che c’ha solo l’autore. Ma è proprio una cosa che piace alla gente. Tutti a dire che è più igienico. Che le scarpe in casa sono il male assoluto. Che quando gli entra uno con le scarpe, appena se ne va, loro lavano immediatamente il pavimento. Inoltre le case di questi lettori sono tutte dotate, nell’ingresso, di un ambientino apposito dove praticare questo svestimento di piedi.

A quel punto mi sono resa conto che io l’ingresso non ce l’ho.

Quando ho progettato casa io ho deciso che l’ingresso non serve, che è uno spreco di metri quadri.

A casa mia entri e c’è il salotto. Entri, chiudi la porta e dopo quattro passi puoi già crollare svenuto su una poltrona morbida. Quindi anche volendo, sta storia del togliti le scarpe, a casa mia non viene bene. Verrebbe fuori una cosa tipo ammasso di scarpe sconosciute in salotto con conseguente attacco isterico.

Ma tralasciamo che io non ho l’ingresso e che sono una persona piena di complessi sui piedi (ma anche su tutto il resto) e poniamoci una domanda:

Ma sta gente non ce l’ha il balcone?

No perché… se mi fai tutto il tipo pulitino igienizzato… poi voglio sperare che con le tue asettiche pantofoline (o peggio scalzo del tutto) non ci ESCI sul balcone.

Infissi o vuvuzelas?

I giorni successivi al trasloco passarono sereni e in tempi brevi riuscimmo a sistemare le nostre cose in casa, liberandoci dei numerosi e ingombranti scatoloni.

Intanto, il caldo estivo e la voglia di vacanza, non mi permettevano di innervosirmi più di tanto ogni volta che trovavo in giro un piccolo difetto. Riuscivo a passare sopra alla verniciatura sbagliata della porta di ingresso e alla pessima rifinitura di un bordo di piastrelle in bagno.

Guardavo questi dettagli e pensavo che prima o poi sarei riuscita a sistemarli.

Poi guardavo gli infissi e mi deprimevo. Tre giganteschi infissi di alluminio marrone scuro che non erano stati eliminati durante la fase di demolizione nel corso dei lavori in casa.

Più li guardavo e più mi sentivo sconfitta.

Si ok, lo so di essere una persona leggermente pesante e pessimista. Lo so che non è affatto facile farmi accettare un consiglio se non lo ritengo valido. Ma soprattutto, so che è praticamente impossibile costringermi a convivere con qualcosa a parer mio difettoso, senza farmelo maledire ogni santo giorno.

A questo punto mi sembra doveroso chiarire il significato del termine difettoso.

Si definisce difettoso un infisso quando:

  • nonostante sia chiuso, puoi avvicinarti ad uno qualunque dei suoi lati e sentire il vento in faccia
  • sempre tenendolo chiuso, puoi rallegrare le tue ventose serate invernali o estive, ascoltando gli infissi che producono un suono identico a quello delle vuvuzelas durante i mondiali del 2010

Quindi mi sembra chiaro che non mi stavo facendo condizionare da un problema puramente estetico. Era proprio una questione di pessima prestazione dell’oggetto. Del resto, se nasci infisso, devi fare 1 cosa nella vita: chiuderti bene. Se non lo sai fare, vuol dire che il tuo creatore ha sbagliato mestiere.

Era proprio questo il semplice concetto che avevo posto alla base della mia personale battaglia durante la progettazione dei lavori.

Si erano così create due fazioni ben distinte.

Da un lato c’erano gli operai, i familiari e il consorte che dicevano:

Conserviamo i vecchi infissi, così risparmiamo. Probabilmente con una sistemata torneranno come nuovi.

Dall’altro lato c’ero io, sola soletta, che cercavo di far capire che non era una scelta saggia:

Sono progettati male, assemblati male, montati male, esteticamente brutti e quando tira vento fanno un suono che spinge al suicidio. Devo aggiungere altro?

In fin dei conti, stavo davvero cercando di risparmiare su tutto per riuscire a spendere il meno possibile, ed ero più che sicura che il costo degli infissi nuovi non ci avrebbe reso irrimediabilmente poveri.

Purtroppo, vista l’inferiorità numerica, e secondo me pure un poco il fatto che sono femmina e bassa, la fazione vincente fu quella capeggiata dal consorte. Così al termine dei lavori, all’interno di una casa moderna, dai toni freddi e abbastanza minimale, c’erano 3 enormi e difettosi infissi marroni.

L’estate intanto passava e io avevo accettato la sconfitta, seppure continuassi a soffrire silenziosamente.

Ma finita l’estate giunse l’inverno e il suo implacabile vento.

Un vento che inesorabile dava fiato alle trombe, quelle descritte sopra, integrate negli infissi. Quegli stessi infissi che il consorte aveva scelto di preservare da una dignitosa rottamazione, ma che nessuno era riuscito a riparare. Gli stessi infissi che, senza alcuna pietà, una volta decisero di tenerlo sveglio per una notte intera.

Le provò tutte.

Dal cuscino premuto sulle orecchie fino all’estrema decisione di uscire in pigiama sul balcone, armato di nastro adesivo, per cercare di tappare gli spifferi che producevano l’infernale strombettio.

Finché al sorgere del sole, stremato e sconfitto, mi guardò e disse:

Vestiti, andiamo a comprare gli infissi nuovi.

L’argomento della nostra tesina fu il razzismo

Quando ero piccola, per l’esame di quinta elementare si doveva preparare una tesina.
La maestra apriva il registro e divideva la classe in gruppi da 4 o 5 bimbi seguendo l’ordine alfabetico.
Ogni gruppo poi doveva stare tutti i giorni culo e camicia a lavorare alla suddetta tesina fino al giorno dell’esame.

Ecco io i 3 bimbi che mi stavano vicini alfabeticamente non è che li digerivo poi troppo. Il pensiero di passarci un sacco di tempo assieme, mi faceva un effetto che al giorno d’oggi, grazie alle mie conoscenze wikipediane della medicina moderna, potrei paragonare ad un attacco di gastrite.

Le mie amichette erano simpatiche, studiose, e divertenti.

Loro erano… diversi.

Una era eccessivamente appiccicosa. Uno era viziatissimo e sempre col naso gocciolante. Un altro era innamorato di me, cosa che mi provocava una voglia irrefrenabile di dargli un pugno in faccia, poiché non corrispondeva affatto alla mia idea di candidato ideale.

L’argomento della nostra tesina fu il razzismo e questo mi spinse ad essere più tollerante con i miei vicini di cognome.

Un’ esperienza formativa importante che ti fa crescere più buona e più saggia, che ti fa essere un adulto migliore quando vai a votare e quando i cori da stadio ti augurano una doccia eccessivamente calda.

Poi però improvvisamente una mattina ti ritrovi a pensare qualcosa di tremendamente cattivo e ti senti confusa.

Che è successo?

E’ successo che c’è un tipo che ha la simpatica abitudine di andare in giro accompagnato da un amplificatore.
Un amplificatore che diffonde a tutto volume una versione lirica dell’Ave Maria di Schubert.
Alle 9 del mattino.
Di sabato.
E di domenica.

Si ferma sotto al palazzo, accende sto coso infernale e dopo 10 minuti se ne va.
E’ pazzo? No, chiede l’elemosina.

Ecco io ho già raccontato in passato che il sabato mattina quando posso voglio dormire, e ovviamente anche la domenica, insomma la domenica! Il giorno dell’ozio per eccellenza, il giorno che anche Dio si è riposato! Perché io no?

Io poi ho anche dei traumi precedenti con la musica a tutto volume come sveglia. Ancora non li ho dimenticati i dirimpettai folli che avevamo nella casa precedente.

Non è giusto, non puoi fare così. Soprattutto perché mi fai sentire un essere malvagio nel momento in cui, strappata improvvisamente dalle braccia di Morfeo, ti auguro una morte così atroce, che manco il leghista più fedele riesce a immaginare.

Mi sento cattiva, ma poi perché?

Mi sento cattiva solo perché auguro queste cose a uno straniero che sta peggio di me. Però insomma, qua non è un fatto di essere straniero o no, qua è un fatto che tu bello mio non mi puoi rompere le palle in quella maniera. Che tu sia arabo, napoletano, milanese o cinese!

Non è che se mi esasperi poi ti do dei soldi, non funziona così! Non si fa, porca miseria!

E io non posso uscire sul balcone a gridartelo in faccia perché passerei per razzista.
Assurdo.

Il sacro riposo del sabato mattina

Erano già un paio di giorni oramai che ci giravo intorno. Non trovavo il giusto modo di confessarvi che ultimamente le mie giornate sono tutte abbastanza piatte. Che dovevate rassegnarvi al fatto che, l’argomento più esilarante che avrei proposto, sarebbe stato un elogio alla mia famosa e rinomata Pasta e Patate.
Chissà, magari ci avrei infilato anche qualche piccolo segreto dello chef tanto per allungare il brodo.

Ma invece no.

Ecco che la divina provvidenza, o che dir si voglia fato/sfiga/destino o più semplicemente ciorta, arriva sorridente a turbare il sacro e meritato riposo del sabato mattina.
Non che questo venerdì abbia fatto chissà cosa. Non dimentichiamo che alla mia veneranda età, sono sempre meno le occasioni per andare in giro a fare baldoria fino all’alba. Ma nonostante ciò, il sabato mattina mi piace lo stesso restare nel letto fino a tardi, senza fare nulla.
Magari leggere un po’ o guardare un telefilm. Oppure, fissare intensamente le ante dell’armadio, che dopo il trasloco, hanno deciso di non essere più perfettamente allineate, e cercare di ripararle con la forza del pensiero.

Insomma, proprio mentre mi godevo il mio tipico sabato mattina, sento il campanello.

Il mio primo pensiero va ai soliti testimoni di geova del fine settimana, e quindi decido di ignorare la timida scampanellata, pensando che, se fosse stato qualcun’altro, avrebbe senz’altro riprovato.

E infatti.

Nemmeno il tempo di terminare il primo pensiero che il campanello si trasforma in una specie di martello pneumatico sonoro!
din din din din din din!

Balzo fuori dal letto e percorro il corridoio immaginando incendi, alluvioni, terremoti, invasioni di dinosauri e chiedo:

“Chi è???”
“La C3 davanti alla fermata del pullman! E’ vostra?”
“SI!”
“C’è il carro attrezzi. Toglietela!”

– PANICO –

Il consorte si infila i vestiti sopra al pigiama, afferra le chiavi e si precipita giù. Contemporaneamente io mi fiondo fuori al balcone pronta ad urlare al carro attrezzi di fermarsi.
Guardo giù e non c’è nessun carro attrezzi.

Ho qualche secondo di smarrimento e continuo a fissare la macchina, perfettamente attaccata al manto stradale, cercando di vedere anche il carro attrezzi. Poi ruoto leggermente la testa e mi accorgo che, davanti al Bar, ci sono almeno una decina di ragazzi che si sbracciano e cercano di attirare la mia attenzione indicando la macchina.

In quel momento mi sono resa conto di essere uno spettacolo raccapricciante:

  • pantaloni del pigiama rossi
  • maglietta blu
  • vestaglia a quadretti grigi e fucsia
  • capelli forma del cuscino style

Mi trattengo dal morire di vergogna e comunico timidamente che il consorte sta scendendo a spostarla.

Fatta ormai la figuraccia, resto fuori a seguire l’evolversi della faccenda.

Il consorte si dirige verso la macchina, un tipo si dirige verso il consorte, consorte e tipo parlano, il consorte sposta la macchina.
Il suddetto tipo era un vigile urbano in borghese che AVREBBE chiamato il carro attrezzi. Fortunatamente si è limitato a rimproverare selvaggiamente il consorte, che ha promesso di non farlo più.
Ma quando la sera non c’è nessun posto disponibile uno che deve fare? Smontare la macchina e salirsela a casa??

Comunque tutto bene quel che finisce bene. Solo che ora, dovrò passare il resto della giornata, a cercare di trasformarmi in una strafiga per poter passare di nuovo davanti al Bar, senza essere immaginata con la vestaglia e i capelli da pazza!

Le mezze stagioni

Nella vita abbiamo poche certezze comuni, di quelle che si possono condividere aspettando l’autobus o facendo la fila alla posta.
Una di queste certezze è che non ci sono più le mezze stagioni, anche se, sinceramente, a questo punto della mia vita comincio a chiedermi se siano mai esistite davvero.

Come ogni anno, ci troviamo improvvisamente, a dover indossare voluminosi maglioni di lana senza neanche aver avuto il tempo di togliere dall’armadio il vestitino leggero e scollato. Il famoso cambio di stagione, anche se mi è sembrato di capire, che ormai sono rimasti in pochi a farlo.

Chissà perché.

Forse ci sono meno vestiti per via della crisi economica, uhmmm naaa…

Dev’essere sicuramente per via dei locali super-riscaldati, che ti permettono di ordinare un cocktail in prendisole anche a gennaio, facendoti venire subito dopo una bella congestione, perché sei uscita a fumare una sigaretta al freddo e al gelo.
Ma sto divagando.

Dicevamo che come ogni anno, è arrivato l’inverno, anche se il mio amato si ostina a chiamarlo autunno, fino a quando non sente l’esigenza di mettere due maglioni contemporaneamente.

E’ arrivato ufficialmente 3 giorni fa, annunciandosi con una leggera raffica di vento.

Raggomitolata un po’ sul divano, un po’ sul consorte, stavo trascorrendo la serata a guardare la TV, e insomma, sarebbe stata una piacevole serata, se avessimo avuto gli infissi fighi e moderni della vecchia casa. Così la TV sarei riuscita anche a sentirla, oltre che guardarla.

Ti manca qualcosa dei tuoi primi 50 metri quadri?
Si, gli infissi.

Mi sembra doveroso a questo punto, specificare che, tra le tante cose che proprio mi innervosiscono possiamo collocare il vento al 5 posto. Mi sembra invece superfluo approfondire sulla lunghezza della mia lista.

Sembrava di stare a Trieste quando c’è la bora. Che poi io non ci sono mica stata a Trieste quando c’è la bora, l’ho vista al telegiornale. Quando mi sono avvicinata alla finestra per guardare in strada, mi è sembrato tutto abbastanza simile (merito anche dello spiffero dritto in faccia, che proveniva fiero dai nostri infissi antidiluviani).

Poi s’è fatta ora e siamo andati a dormire.

Alle 5:30 mi sveglio, che palle, devo fare pipì.
Che c’è? voi non la fate?

Insomma mi alzo, e visto che sento rumori di tempesta, guardo fuori per vedere se piove.
Non piove, però noto che, le mie sedie da balcone (4 e impilate tra loro) sono state spinte contro la ringhiera, una passeggiatina di un paio di metri.

Torno a dormire e faccio un sogno assurdo.
Sogno il balcone pieno di cose portate dal vento, altre sedie come le mie, però azzurre. Ancora altre sedie sempre dello stesso modello e sempre azzurre, però piccole! E inoltre: piante abbastanza piccole e abbastanza carine con tanto di vasi di ceramica. Vasi, chissà per quale assurdo motivo, perfettamente integri. Gran finale… una coppia di infissi di legno, con accanto il mio indaffarato consorte che dice “ti avevo detto di chiudere bene!

Mi sveglio giusto un tantino stravolta.

Mi alzo e fortunatamente sul mio balcone è tutto ok.

Fino alle 11, quando il tavolino del balcone si schianta amorevolmente sulle sedie del balcone e mi costringe a portare tutto dentro. Ma soprattutto, mi costringe a fare una simpatica rappresentazione teatrale, molto apprezzata da uno spettatore sconosciuto del palazzo difronte:

Ce la farà la simpatica donnina incappucciata a chiudere la finestra controvento senza rompersi un braccio?

Poi la giornata prosegue e mentre pranziamo, vediamo sfrecciare una delle mie piante suicide, che fortunatamente si spiaccica anch’essa sulla ringhiera, invece di andare di sotto a colpire qualche povero triestino.

Che dire, ho finalmente capito il perché di tutte queste verande circostanti!

Copripiumino matrimoniale

Copripiumino matrimoniale Ikea: €39,95 con mastercard.
Trapunta matrimoniale leggera: €8,99 con mastercard.
Osservare Lui che tenta di metterli insieme… non ha prezzo!

Il primo step è una lunga critica negativa sull’oggetto infernale, il copripiumino. Il secondo step è una lista di suggerimenti su come tagliare/scucire/modificare l’apertura del suddetto, per permettere un accesso facilitato alla trapunta. Il terzo step è la rassegnazione. Il quarto step è una vera e propria colluttazione, che termina con la trapunta sul pavimento e Lui dentro il copripiumino.

Il passaggio finale sono io che smetto di ridere e preparo il letto.

Ok… forse la mia idea di comodità non sarà universalmente condivisibile. Ma se qualcosa mi sembra bello, troverò almeno 20 motivazioni che lo facciano apparire utile, comodo e assolutamente necessario.

Come ad esempio il filo metallico per le tende. Peccato che quello, a differenza del copripiumino, fu un grosso errore.

Tutto cominciò circa 15 mesi fa, abitavo ancora da mamma, e la mia trasmissione preferita si chiamava New Look: 30 minuti passati a guardare un tipo, solitamente francese, che rimodernava stanze precedentemente inguardabili. Bastava buttare via praticamente tutto, cambiare il colore delle pareti, aggiungere qualche vaso, un paio di poltrone, una bella tenda e…
les jeux sont fait.

Ebbene, ogni volta che l’artista in questione doveva mettere una tenda, si armava di filo metallico e mollettine, ed io facevo cenni di approvazione per l’idea bella, giovane e moderna.
E come non approfittarne qualche mese dopo quando mi sono ritrovata alle prese con l’arredamento della mia umile dimora? Non avevo ancora le chiavi di casa che già ero stata da Ikea a fare razzie di fili metallici.

Fino all’acquisto tutto bene.

I problemi sorgono durante il montaggio, quando mio cognato McGyver, in versione tappezziere, mi comunica che il muro è un po’ delicato e mi dice:

“vabhè ma tanto una tendina devi metterci no?”

E mentre pronunciavo parole di conferma, nella mia mente prendeva forma un pesante e ricco drappeggio di cotone.

Tempo 10 giorni quel pesante drappeggio decorava la finestra della camera da letto, torturando il muro, i fisher e il filo metallico.

Dopo qualche mese ecco i primi segni di cedimento: i ganci si allentano, il filo perde tensione, e la tenda scende di almeno 6cm spolverandomi il pavimento che è un piacere.
Contemporaneamente anche nel salotto la situazione non è molto diversa. Nonostante mi fossi degnata di mettere un leggerissimo velo. Perfettamente conforme ai limiti di peso richiesti dalla combinazione: istruzioni di montaggio/muro di marzapane.
Ammetto di aver fallito, resisto qualche altro mese, poi mi rassegno e compro dei tradizionali bastoni per tende.

Fino all’acquisto tutto bene.

Di nuovo? Essì, di nuovo.

Monto il bastone nel salotto e con la perspicacia di un’oca, mi accorgo di aver comprato un bastone senza anelli, per una tenda senza passanti. Che faccio? che domande… vado in ferramenta! E dopo aver imitato la bambina della pubblicità dell’HappyMeal, torno a casa con 20 anelli metallici e svariate paperelle di plastica.
Quando il ferramenta mi ha chiesto se volevo le paperelle. L’ho guardato come se fosse completamente impazzito. Allora mi ha spiegato che quei gancetti di plastica, che servono a collegare la fettuccia della tenda con l’anello del bastone, si chiamano così.

Primo problema risolto.

Passiamo ora al bastone super-figo della camera da letto. Una tragedia, visto che si rifiuta letteralmente di restare attaccato al muro!
Io ho scelto un certo tipo di bastone, che se le viti non sono perfettamente a filo con i ganci, non si può montare tutto il resto. Il muro invece, ha scelto di risputare fuori ogni fisher che tentiamo di infilarci dentro.
Alla fine il mio bellissimo bastone, finisce di nuovo nella scatola, in attesa di muri migliori.

Sono triste. Tornare al cadente filo metallico mi sembrava eccessivo, comprare un altro bastone più semplice (ma più brutto) non se ne parla proprio, quindi, decido in preda a un picco di genialità mista a profonda depressione, di attaccare la tenda direttamente al muro.

Come? con il velcro!

Pessima idea.

“Ho sentito un rumore…”
“Uff… è la tenda che si sta staccando, ora devo alzarmi a toglierla, che palle”
“Ma dai dormi, la togli domani mattina”
“Ma poi se si stacca tutta insieme ci sveglia..”
FFFFrrrrrrrrrrrrrUUUUmmmmmmmmmmm!!!

Il problema della tenda restava, i consulti con madre e sorella proponevano sempre la stessa cosa, e alla fine ho ceduto.
Ho comprato dei bastoncini a pressione e finalmente ho due solidissime tende montate direttamente sull’anta, che proteggono la mia camera da letto dagli sguardi indiscreti.

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Scimmie urlatrici

L’altro giorno mia sorella, che abita in una villetta in montagna, ha detto che sente la mancanza di un appartamento in un bel condominio affollato.
Io invece in questo periodo vorrei tanto andarmi a rinchiudere in uno di quei quartieri da telefilm, con la villetta perfetta, il giardino perfetto, la vicina di casa perfetta, un cane e un gatto ovviamente perfetti.

Invece devo stare qui, in questo micro-appartamento circondato da pazzi furiosi.

Alla nostra destra si può osservare, ehm… ascoltare (ma diciamo pure sopportare) una simpatica famiglia, composta da un numero indefinito di elementi: un lui, o meglio Dott. Jekill e Mr. Hyde, che passa la giornata a litigare con una lei in maniera furiosa per motivi assurdi, ma soprattutto, ad orari assurdi. Finita la sfuriata, si rivolge con il tono più amorevole del mondo, da far venire il vomito anche alla fata turchina, ad una fantomatica nonna, personaggio mitologico, poiché, sappiamo per certo che abita lì con loro, ma non abbiamo mai sentito la sua voce.

Al piano di sopra invece c’è un altra simpatica famiglia di scimmie urlatrici: mamma, padre e bambino piccolo. Lui dev’essere un tipo particolarmente frustrato. Insomma, io al posto suo lo sarei. Ti ritrovi a vivere con una moglie che grida tutto il giorno (e ha la simpatica abitudine di scorrazzare per la casa con i tacchi a spillo dalle 6 di mattina). Un figlio che fa i capricci e non obbedisce mai, a meno che non lo minacci di morte, e produce continuamente strani rumori, come se i suoi giochi preferiti fossero ruspe e martelli pneumatici. Veri.

A questo punto la domanda ve la sarete posta.

Ma questa gente non va a lavorare??
Non lo so, me lo chiedo anche io.

Poi non dimentichiamo i nostri famosi dirimpettai e il loro impianto stereo! Ma anche la loro simpatica abitudine di chiacchierare dal balcone. Chiacchierare con un linguaggio talmente forbito, da farti pregare tutti i santi, che non lo sfoggino mai davanti alla zia che sta per venirti a trovare.

E io che tanto tempo fa, mi lamentavo per il segnalatore acustico del camion della nettezza urbana che sentivo la sera sotto casa di mamma. Ora non c’è più IL camion, ora ci sono I camion…al plurale, che passano 3 volte per l’umido, 1 volta per la carta, 1 volta per il multimateriale e 2 volte per l’indifferenziato.

Ma non ce lo chiediamo dove sono i bidoni?

Ovviamente sotto al mio bellissimo e inutilizzato balcone.

Quasi quasi faccio uno scambio con mia sorella finché non trovo un nuovo appartamento!

Un balcone neomelodico

I primi giorni nel nuovo appartamento trascorrono abbastanza tranquilli.
Smaltiamo la fatica accumulata nel mese precedente ed organizziamo pranzi tra parenti e cene tra amici. Tutto sembra perfetto, siamo felici e sorridiamo. Inconsapevoli dell’inferno che ci attende.

Quando abbiamo deciso di affittare questa casa, eravamo così accecati dalle caratteristiche positive e dalla voglia di vivere insieme, che abbiamo tralasciato un particolare fondamentale:

il balcone di fronte!

Questo balcone, molto ma molto vicino al nostro, dopo pochi giorni ha rivelato la sua vera natura. Si è così trasformato da “balcone sempre chiuso senza nemmeno una piantina” a “balcone perennemente abitato da 4 pseudo-alfabetizzati”. Tutti con un’unica, grande, incontenibile passione:

i neo-melodici!

Un’intera famiglia con la simpatica abitudine di trascorrere intere giornate sul balcone ascoltando musica.

E non stiamo parlando di Gigi D’Alessio.
Magari fosse quello il livello. Stiamo parlando di completi sconosciuti, mai sentiti prima, pur provenendo da un quartiere di periferia poco raccomandabile a livello musicale. Pseudo-artisti che concentrano tutta la loro carriera sviluppando un unico tema, in tutte le salse:

il matrimonio!

Sentire quotidianamente a volume assordante e contro il tuo volere, le solite 6 canzoni, che parlano di coppie in procinto di sposarsi/separarsi/tradirsi, può essere talmente frustrante da farti provare le soluzioni più assurde.

Le prime volte non ti rendi esattamente conto di cosa sta succedendo. Fai finta di niente, addirittura sorridi e li deridi parlandone con gli amici.

Successivamente, cerchi di risolvere il problema con una battaglia acustica, sparando Alborosie e Chemical Brothers a tutto volume. Poi però ti ricordi della tranquilla vecchietta che abita affianco e immagini la sua poltrona sobbalzare al ritmo di Under the Influence. Così ti fa pena e spegni lo stereo, perché tanto abbassarlo è inutile, quello di fronte regna sul quartiere.

Alla fine ti ritrovi a chiudere tutte le finestre. Anche se fuori ci sono 38 gradi. Chiudi sperando di riuscire in questo modo a lavorare al PC, guardare un film o fare una semplice telefonata. Purtroppo, il fastidioso lamento si attutisce solo di qualche decibel e sei costretto ad uscire per non impazzire.

Così passi la maggior parte del tempo al supermercato a prendere un po’ di fresca aria condizionata.

Poi finalmente vai a rilassarti un po’ al mare, e quando torni fresco e sorridente, trovi spiaccicato nel balcone un cartoccio di rigatoni al sugo che ti lascia per 5 minuti senza parole. A quel punto capisci che il contenitore della pizza, trovato il mese prima, non lo aveva portato su il vento. Così per i successivi 30 minuti, auguri a gran voce una lenta e dolorosa morte all’autore del lancio.

A questo punto non sopporti più neanche di ritrovarteli davanti ogni volta che esci a fumare una sigaretta o a stendere il bucato. Organizzi una bella gita da Leroy Merlin e compri due gigantesche “pagliarelle”, modello super-economico made in china, che in cambio di un po’ di privacy, ti fanno diventare il salotto buio come se fossero sempre le 18:30.

Dopo aver riflettuto per 5 lunghi e assolati mesi, siamo giunti alla conclusione che, l’unico modo per risolvere la situazione senza condanne a carico, è cambiare casa!

Meno male che possiamo farlo con tutta calma, perché durante l’inverno piove fa freddo e si tengono i balconi ben chiusi. Tranne che in quelle calde e soleggiate giornate che solo il meridione sa darti, almeno 2 volte la settimana anche a dicembre.