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Un bagno piccolo ma bellino

Qualche anno fa ho fatto una breve descrizione dei bagni che avevo avuto nel corso degli anni, per elencare i punti di forza di alcuni e i difetti di altri.

Ovviamente, ora che ho una nuova casa, mi sembra doveroso aggiungere un altro bagno alla lista.

Questo bagno è sicuramente più piccolo dei precedenti.

Non c’è lo spazio per la lavatrice, ma non importa, perché in questa casa la lavatrice abita nel ripostiglio. Un capiente ripostiglio dotato di porta scorrevole, così lei centrifuga in piena libertà e noi non impazziamo.

Non c’è lo spazio per la cesta della biancheria sporca, ma non importa, perché anche lei abita nel ripostiglio assieme alla lavatrice, quindi non ha nemmeno l’esigenza di essere una cesta carina.

E per terminare l’elenco delle cose che non ci sono, non bisogna dimenticare che non c’è la finestra, ma c’è un potente aeratore e un bel punto luce angolare (copiato pari pari dal bagno dello zio).

Insomma, il mio nuovo bagno è sicuramente un piccolo bagno, ma nonostante ciò è il più carino e il più comodo da pulire.

Finalmente ci sono i sanitari sospesi che da tanto desideravo e presto, spero, di poter aggiungere anche dei piccoli mobiletti (sempre sospesi) per contenere cianfrusaglie e asciugamani.

  

Per il momento ho preferito arredare il bagno riciclando le cose usate nei bagni precedenti, così da evitare quella scomoda situazione dell’acquisto frettoloso, che magari dopo un mese non ti piace più.

Il punto di forza di questo piccolo bagno è la doccia, bella, grande e comoda.

Peccato solo per un piccolo particolare che mi perseguita: l’acqua sul pavimento.

Si lo so, sembra assurdo. Uno si fa la casa da zero e ci si aspetta che funzioni tutto perfettamente. Ma invece no. Se c’hai una maledizione non c’è nulla da fare, ti devi rassegnare e ci devi convivere. Io dunque c’ho la maledizione dell’acqua che esce dalla doccia. Ma vediamo attentamente questa volta da dove esce.

La doccia è a forma di rettangolo.

Tre lati del rettangolo sono fatti di muro ricoperto di piastrelle. Fino a qui tutto bene.

Il lato restante del rettangolo è quindi quello con l’entrata della doccia: due belle porte in cristallo con apertura saloon.

E quindi da dove uscirà mai quest’acqua benedetta? Ma è ovvio: dagli angolini delle porte!

Secondo il mio modesto parere, durante la fase di montaggio, sono state tagliate male le guarnizioni inferiori delle due porte. Ma stavolta, invece di preparare bambolette voodoo con le fattezze degli operai, cerchiamo di vedere il lato positivo della faccenda. Stavolta il problema si risolve facilmente. Si posiziona fuori dalla doccia un tappetino (un po più grande del normale) e una volta terminata la doccia si prende il tappetino e si stende ad asciugare. Nulla di strano o faticoso.

Addirittura il problema stavolta può essere risolto radicalmente con l’acquisto di nuove guarnizioni. Addirittura senza nemmeno andare in ferramenta, visto che si trovano pure su Amazon.

Certo se in principio avessi acquistato una porta della doccia scorrevole, questo problema dell’acqua dagli angolini non ci sarebbe stato affatto. Ma vuoi mettere la carineria della porta saloon rispetto alla scorrevole?

La vera sciccheria sarebbe stata un’altra.

Evitare il piatto della doccia. Quello avrebbe avuto un senso. Un bel pavimento in resina per un effetto omogeneo fin dentro la doccia. Una leggera pendenza verso lo scarico e nessuna fuga. Le fughe nel bagno diventano uno schifo diciamocelo. Me lo sogno la notte un pavimento del bagno senza fughe.

Perché non l’ho fatto?

Cosa esattamente mi ha impedito di fare un pavimento in resina in un minuscolo bagno? I soldi? Gli operai? Il consorte? Il mio spirito guida? Il millennium bug? La demenza senile?

Dopo due anni ancora non lo so.

Uno stappo all’improvviso

Mancano 11 minuti, quindi, quando avrò finito di raccontare questa piccola disavventura, potrò alzarmi dalla sedia, prendere le mollette e stendere il bucato.
L’altro giorno ho raccontato di come a volte possa essere stancante una mattinata. Ma mi sarebbe bastato aspettare qualche ora, per raccontare in tempo reale come può diventare stancante un pomeriggio.
Questa, infatti, è proprio una di quelle storielle che tanto appassionano gli amanti delle disavventure casalinghe.

La lavatrice era accesa e al suo interno c’erano dei maglioni, di quelli pesanti e delicati, quelli che se solo li guardi un po’ di più si infeltriscono.
Avevo impostato il programma lana, quello con la pecorella disegnata. Una pecorella bellissima. Quello che solitamente mette i maglioni in ammollo e li agita delicatamente per una trentina di minuti, poi scarica tutta l’acqua e li risciacqua.

Ero al telefono e chiacchieravo spensierata del più e del meno quando all’improvviso ho sentito uno stappo. Si uno stappo, quel tipico rumore di quando c’è una festa, qualcuno apre una bottiglia e tutti gridano:

“Auguri!”

Uguale.

Solo che al posto del coro di auguri c’ero io che al telefono gridavo:

“Devo attaccare mi sto allagando!”

Si perché il festoso rumore proveniva dal bagno. Per l’esattezza, era stato provocato dal tappo del pozzetto (o come cavolo si chiama) così tutta l’acqua che la lavatrice stava scaricando, invece di finire nei tubi sotto al pavimento, si stava allegramente espandendo sopra al pavimento del bagno.

Corro come un fulmine a spegnere la lavatrice, corro a prendere degli stracci, corro a prendere un secchio e incomincio ad asciugare il pavimento, pensando tre cose contemporaneamente:
1) I maglioni!
2) Menomale che ero a casa
3) Parole irripetibili di vario genere

Finito di asciugare il pavimento, decido che devo assolutamente chiamare qualcuno che venga a chiudere quel maledetto buco per terra, nel quale non metterò mai le mani perché mi fa paura, così prendo il citofono e chiamo il portiere.
Dopo un po’ arriva il portiere e comincia a rovistare dentro sto buco per terra, tirando fuori dei pezzi di roba a me sconosciuta così esclamo:

“Che schifo! Ma che è???”

Lui mi spiega che è un miscuglio di sapone, calcare e altre schifezze e che sono cose che succedono. Allora io penso che prima di affittarmi casa potevano pure pulirli i tubi, ma vabbhè…

Prima di andarsene il portiere mi spiega che il mio Uomo di casa dovrà procurarsi una molla, infilarla nei tubi e sconfiggere l’intasatura, così lo ringrazio.

Prendo il telefono e riferisco al consorte.

Intanto io recupero i maglioni dalla lavatrice e finisco di lavarli a mano nella doccia (che ha uno scarico diverso) visto che tutti gli altri lavelli sono inagibili, perché finiscono nello scarico intasato.
La mia schiena ringrazia.
Fatto questo, passo al lavaggio del tappeto del bagno, che avendo vissuto in prima persona l’allagamento del pavimento, se ne stava appallottolato in una bagnarola, tutto inzuppato di acqua fetente.
Il lavaggio ovviamente viene fatto sempre a mano e sempre nella doccia.
La mia schiena ringrazia di nuovo.

Mentre assieme alla schiena ringraziamo tutto il calendario, rifletto sulle parole del portiere:

“Lui prende una molla e la passa dentro tutti e tre i  tubi per vedere qual’è quello intasato…”

Ora, che resti tra noi, ma l’Uomo di casa in questione, non è proprio un tipo da lavori domestici.

A settembre mise un cavo di rete blu che andava dal salotto alla cucina incorniciando la porta di ingresso di casa.
Ad ottobre comprò delle canaline per metterci dentro il cavo e le depositò in un angolo del salotto.
A febbraio mi sono rotta le palle, ho montato io le canaline e lui m’ha detto: “Brava, è venuto proprio bene”.

A novembre invece si ruppe la maniglia della porta del bagno. Rotta nel senso che non si può più chiudere a chiave altrimenti resta bloccata.
Mi ricordo di avergli chiesto se dovevamo chiamare un falegname o un fabbro, ma l’Uomo di casa disse che l’avrebbe riparata.
Poi prese un post-it, ci scrisse sopra – Bussare! – e lo appiccicò alla porta.
A gennaio durante una festa con più di venti persone, le ragazze andavano in bagno in coppia come nei locali, per tenersi la porta a vicenda.
Ora siamo a marzo e io sono stupita dalla durata della colla dei post-it.

Con queste premesse sinceramente non mi sarei mai aspettata di vederlo tornare a casa armato di molla idraulica, sedersi a terra nel bagno e rovistare pazientemente nelle tubature.
Non so, pensavo di vederlo ignorare il problema fino al giorno dell’ultima mutanda pulita, e invece no.
Lui è tornato, e l’ha aggiustato, anche se aveva altre cinque mutande pulite.
E mi ha pure spiegato che, quel buco per terra, non è una specie di pozzo senza fondo pieno di acqua, dove si aggirano creature mostruose pronte a divorarmi, ma che in realtà è chiuso.

E’ proprio il mio eroe.
A volte.

Un sabato di shopping

Quando vado a trovare mia sorella, una delle cose che preferisco fare a casa sua è la doccia.
Detta così può sembrare una cosa strana, me ne rendo conto, ma non è che scendo da casa mia e vado a lavarmi a casa sua. Lei abita in un’altra regione quindi ti metti in macchina, vai a trovarla, mangi lì, dormi lì e quando ti svegli ti lavi lì.

Chiarito questo piccolo dettaglio torniamo alla storia della doccia.

Lei ha una bellissima cabina doccia. Non una di quelle superfighe con idromassaggio, sauna e parrucchiere incorporati. No, una di quelle normali, ma bella.
E’ grande, angolare, con le porte scorrevoli che si chiudono alla perfezione e trattengono dentro tutto il vapore.

Ti emozioni con poco, penserà qualcuno che non è a conoscenza dei miei trascorsi in fatto di bagni.

In verità più che emozionarmi mi rilasso psicologicamente.

Quando faccio la doccia da lei, faccio la doccia e basta. Niente acqua da asciugare sul pavimento o sulla finestra, solo una normalissima doccia funzionante.

Non come la mia che l’altro giorno ha cominciato a perdere acqua dal tubo e sciacquarsi bene i capelli è stata un’impresa.

La soluzione più semplice sarebbe stata andare un’attimo dal ferramenta e comprare un tubo nuovo, ma a volte capita che hai da fare e rimandi al giorno successivo.

Poi capita che il giorno successivo è sabato, e tu ti sei svegliata tardissimo perché il venerdì sera hai fatto una scorpacciata di vita sociale, partecipando a ben due compleanni. Così ti metti a preparare il pranzo, dimenticando che il ferramenta chiude alle 13:00.

A questo punto entra in scena l’Uomo di casa che, colto da una crisi di panico al solo pensiero di riprovare l’ebbrezza della doccia modello “spruzzo acqua ovunque tranne che su di te“, decide che è il momento perfetto per fare una gita da Leroy Merlin.

Arrivati lì, come ogni volta che andiamo, passiamo un quarto d’ora a sbavare davanti al reparto delle cabine doccia per ricchi, quelle con l’idromassaggio, le luci psichedeliche, il centro estetico e il giardino zen.

Che poi alla fine una di quelle medie (diciamo senza giardino zen) con 1000/1500 euro la compri pure eh. Ma fortunatamente noi non li abbiamo mille euro da investire in cotanta sciccheria, anche perché se ce li avessimo, Lui finirebbe per arredarla, darle un nome e farle una proposta di matrimonio.

Salutate le cabine doccia ci spostiamo nel reparto dei poveri, dove ci sono i tubi e i soffioni.

Non che fosse rotto anche il soffione, ma era tanto tempo che Lui voleva cambiarlo per uno più grande. Così passiamo tipo dieci minuti a confrontarne due dallo stesso prezzo. Finché io non comincio ad agitarli facendo le vocine tipo “Scegli me! No scegli me sono più carino!” e finalmente ne scegliamo uno.

Prima di andare a pagare, già che c’eravamo, prendiamo anche un barattolo di smalto (che mi serve per ridipingere le sedie della cucina) e qualcuna di quelle ciabatte con i pulsanti per ogni presa (che a casa nostra non sono mai troppe).

Poi ho gironzolato un po’ tra le piante e il reparto dello stucco e finalmente ci siamo messi in coda alla cassa.

C’è sempre un sacco di roba interessante in questi posti. Ci starei per ore, ma poi finirei per convincermi che ho assolutamente bisogno di una motosega o di 30 metri quadri di granito. Quindi è sempre meglio farmici stare poco tempo.

Peccato solo per le commesse, che alle volte sono matte.

Forse matte non è la parola giusta, forse la parola giuste è inadeguate.
La nostra per esempio è stata tipo 20 minuti con la cassa ferma, solo perché una sventurata signora aveva deciso di acquistare un porta asciugamani che aveva smarrito il codice a barre.

Un restyling in 6 semplici passi

Era tanto che ci pensavo e finalmente nelle ultime due settimane mi sono dedicata ad un leggero restyling della mia umile dimora.

Niente di particolare, giusto qualche modifica in camera da letto, bagno e corridoio.

Alle volte basta davvero poco per trasformare una stanza. Si può semplicemente sostituire una tenda, posizionare millimetricamente un cuscino su un tappeto come se fosse caduto lì per caso, comprare un buffo portavaso per una piantina (che se tutto va bene durerà 15 giorni) e immediatamente ci sentiamo soddisfatti. L’ambiente appare più fresco, svecchiato e piacevole.

Altre volte però bisogna apportare delle modifiche, soprattutto funzionali e non semplicemente estetiche.
E le modifiche funzionali, quelle che preferisco, si fanno unicamente in un modo: trapano, giravite, livella e un paio di mobili Ikea.

Questa volta, prima di operare in modo frenetico e confusionario, ho fatto tesoro della saggezza popolare che recita “a gatt pe ji e pressa facette ‘e figlie cecate” e ho preso le mie decisioni con estrema lentezza, buttando giù una lista (sai che novità!).

STEP ONE:

Ho fatto una lista delle cose che non andavano.
Poi ho riflettuto.

Ho aperto il sito di Ikea e ho creato un “Elenco degli acquisti” inserendo tutte le cose che in quel momento mi sembravano utili e belle.
Poi dopo qualche giorno l’ho modificato.
Dopo qualche altro giorno l’ho praticamente dimezzato.
Dopo ancora altri giorni, ho fatto delle sostituzioni e, finalmente, l’elenco è completo, definitivo e come si dice… ponderato? Si ci sta bene, ponderato.

STEP TWO:

Superata la parte teorica, bisogna passare all’azione e rimboccarsi le maniche. Quindi faccio una capatina in ferramenta e compro tutto quello che mi serve per imbiancare il corridoio.

Il corridoio, come ho appreso dai numerosi siti di arredamento presenti nella rete, è tipo la parte più importante della casa. Uno pensa sempre:

Vabhè ma è solo il corridoio. Sticazzi del corridoio. E’ finita la vernice? E lasciamolo mezzo bianco e mezzo giallo, tanto è il corridoio, chi lo guarda??

Solo il corridoio? SOLO IL CORRIDOIO???

A quanto pare se il corridoio di casa tua coincide con l’ingresso, questo è la prima cosa che vedi entrando, e l’ultima che vedi uscendo!! E se non è accogliente è una tragedia!!
Ti lascia quel senso di malessere, spossatezza. Insomma, io inconsciamente per un anno sono stata interiormente male per il corridoio e non lo sapevo neanche.

Non si può fare finta di niente dopo aver appreso una cosa del genere. Quindi sfodero i miei 10 euri e compro 2,5 litri di bianco.

Tornata a casa faccio una riflessione sul battiscopa del corridoio, e siccome in alcuni punti mancano dei pezzi (pezzi che forse i precedenti inquilini amavano particolarmente e quindi hanno deciso di portarseli via) decido che la soluzione migliore è staccarli tutti.
Vabhè non proprio tutti, solo quelli della parete di fronte la porta.
Vabhè non è una mia decisione. L’Uomo di casa me lo aveva già proposto l’anno scorso, ma io non l’ho assecondato, e ora tocca farlo a me.
Devo staccarli con giravite e martello e poi stuccare la parte di muro rovinata che esce da sotto.

– voce al telefono –
Mi raccomando, non lo fare con lo stucco, che poi si spacca, devi comprare il “non mi ricordo che ha detto“.

– altra voce –
Ma perché invece non ne compri uno di legno? Di quelli che si tagliano a metro e si attaccano con la colla e si fa tanto prima?

Noncurante delle voci, comincio la mia operazione di rimozione e successiva ricostruzione a stucco.

Poi, intanto che si asciuga lo stucco, smonto il pesante attaccapanni in ferro battuto e chiedo aiuto all’Uomo di casa, per estrarre con la sua forza bruta i fischer rimasti nel muro. Lui però comincia a lamentarsi della sparizione di una pinza col becco piegato, che con quella si fa prima e che c’è stata una diaspora degli attrezzi.
Gli faccio notare che se uno dice “diaspora” è troppo intellettuale per maneggiare degli attrezzi e lo mando via.

Così, finite le operazioni di stuccaggio e scartavetramento, procedo con due belle mani di bianco sulla parte che avevamo lasciato precedentemente gialla.
Il mio nuovo candido corridoio appare già più bello.

Nonostante lo stucco spaccato al posto del battiscopa.

STEP THREE:

E’ arrivato il momento di andare all’Ikea a predere il necessario per il restyling, stampo l’elenco degli acquisti e chiamo l’amico di turno per una proposta:

Se quando torniamo ti fai trovare giù da me per aiutarci a scaricare la macchina ti preparo una buonissima cenetta.

Lui accetta e la mia schiena ringrazia.

Arriviamo all’Ikea e sembra assurdo, ma diluvia.
Mi viene da ridere, è incredibile, è come se ci fosse uno strano collegamento con la pioggia e il portabagagli.

Portabagagli: mi devono riempire, sei pronto?
Temporale: si si ecco, preparo altri due fulmini e arrivo…

Fortunatamente dura poco, e i nuovi acquisti restano asciutti.
Preparo un bel risottino funghi e salsiccia, per ricompensare i sollevatori di cassettiere Malm.

STEP FOUR:

La mia insana passione nei confronti dei mobili da montare credo sia legata alla carenza di costruzioni Lego nel corso della mia infanzia. Difatti, l’enorme quantità di plastilina manipolata a suo tempo, mi permette di non avere oggi nessunissima necessità di fare la pizza in casa.

Fatta questa fondamentale riflessione, monto (con qualche difficoltà) una stupenda panchetta in legno e un bellissimo scaffale coordinato che trasformano il mio bagno in una specie di saunetta.

Giusto il tempo di fare una foto figa da mettere nell’album “cambiamenti casalighi”, che sento un rumore familiare. Ebbene si, si sta facendo la barba. Dev’esserci qualcosa nel profumo del Viakal che lo attira verso il bagno in modo particolare.

STEP FIVE:

Sistemato il bagno bisogna operare sulla camera da letto.
Il cambiamento progettato è minimo e si limita all’aggiunta di una seconda cassettiera.

La prima idea prevedeva l’espansione dell’armadio, da 3 a 4 ante, poi valutando i fattori ingombro/trasporto/costo/ sono giunta alla conclusione che una seconda cassettiera sarebbe stata la scelta migliore, funzionalmente ed esteticamente parlando.

Il problema era solo metterla esattamente come avevo pensato di metterla.

Certo che suggerimenti alternativi ne ho avuti. Li ho anche condivisi con l’Uomo di casa, come fanno tutte le brave coppiette, a tavola, davanti un buon piatti di maccheroni.

Io: Sai più di qualcuno mi ha suggerito di metterle separate le due cassettiere e non vicine come avevo pensato di fare.
Il mio raffinato consorte: In che senso?
Io: Bhè, alternate: cassettiera, armadio, cassettiera…
Il mio raffinato consorte: Essì… accussì facimm ‘o cazz miezz ‘e palle!!!

(Io che per ridere quasi mi affogo con un maccherone)

Dopo questa conversazione forbita, procediamo col disporre i nostri giganti pezzi di tetris.
Apparentemente è facile perché basta spingere l’armadio fino alla fine della parete e poi metterci accanto le due cassettiere, ricoperte da un enorme vetro, così da sembrare una sola.

Praticamente la sequenza è questa:

Svuoto l’armadio da tutti i vestiti.
Separo le due strutture che si dividono così in una da 100cm e una da 50cm.
Spingiamo prima quella da 100cm fino alla fine della parete.
Ci accorgiamo che l’anta non si apre completamente a causa della sporgenza del cassonetto della persiana.

Diciamo brutte parole rivolgendoci al cassonetto.

Riflettiamo.
Ri-spostiamo la struttura da 100cm.
Prendiamo la struttura da 50cm, le rigiriamo l’anta e la infiliamo tra il muro e quella da 100cm.
Esultiamo.
Monto la cassettiera e la sistemo proprio dove volevo.

Detta così sembra facile…
E’ stato faticosissimo, ma alla fine il risultato mi piace un sacco.

Certo ora quel piccolo quadretto a specchio attaccato lì da solo non ci sta tanto bene. Meglio rimuoverlo e metterlo da un altra parte. Certo che, se lo appiccichi al muro con il biadesivo, poi te lo devi pure aspettare che quando tenti di toglierlo viene via mezzo muro. La soluzione migliore è fare finta di nulla, prendere altro biadesivo, rimettere il quadretto esattamente dov’era e uscire dalla stanza fischiettando.

STEP SIX:

Uscendo dalla stanza da letto, ho pensato bene di arraffare la panchetta che utilizzavo per metterci i vestiti la sera. Al posto della solita sedia. Non sono mai riuscita a capire bene cosa vorrei per metterci i vestiti, ma prima o poi una soluzione bisogna trovarla.
Insomma, ho afferrato la panchetta e ho deciso di metterla nel corridoio, così, tanto per portare avanti il concetto di “ambiente accogliente e rilassato“.
Ho montato i nuovi e meno invasivi attaccapanni e mi sono data alla verniciatura del mobiletto portaoggetti da collocare di fronte alla porta.

Ve lo ricordate quello sfigatissimo mobiletto bianco del bagno che ne ha passate di tutti i colori tra levigature e maledizioni varie? Quello che ha rischiato di essere buttato fuori di casa più e più volte? Quello che tutti su internet sfoggiano nei loro blog nella categoria “before and after“.

Bene.
Io ho un Blog e un mobiletto Rast.

Quindi ecco a voi la prima cosa che vedo entrando e l’ultima che vedo uscendo:

mobiletto

..che culo eh?

Per e palummo

Da un paio d’anni ho fatto amicizia col vino rosso. Non nel senso di “bottiglia avvolta nel sacchetto di carta e portata con eleganza sotto al braccio”. Ma piuttosto nel senso di “anche io posso berlo su un piatto di carne, senza tentare di digerirlo per i successivi due giorni”.

Proprio a causa di tale novella amicizia (notare il gioco di parole novella-vino novello), ieri sera mi sono nervosamente rigirata tra le mani, un bicchiere di vino, per tipo venti minuti.

E’ andata così:

Dopo aver abbondantemente cenato con linguine alle melanzane e frittata di zucchine, decidiamo di uscire per raggiungere gli amici e andare a bere qualcosa. Quindi lascio il consorte in cucina e vado a prepararmi.

Consapevole dell’arrivo oramai prossimo della calura estiva, decido di indossare un paio di scarpe alte che adoro, ma che dovranno presto finire nel ripostiglio (eggià ora ho il ripostiglio) accanto alle altre compagne invernali.

Ora se sommiamo il tacco alto e il bere qualcosa otterremo una donna confusa. Una che vorrebbe na bella birozza ma che si sente in dovere di avvicinarsi alla cassa, ed ordinare qualcosa di più ricercato.

Donna:”Un bicchiere di rosso grazie”.
Cassa:”Nero d’avola, Per e palummo, Aglianico, Smrefreffl?”
Donna:”(questa scena mi perseguita,dammene uno qualsiasi!) ehm… Ner… uhm… Per e palummo! grazie.

Raggiungo gli altri amichetti sfoggiando il mio elegantissimo bicchiere di vino dal nome già sentito di recente, lo provo e BLEAH!!

Lo sottopongo a 4 assaggiatori e decidiamo che è acido. Così torno dentro scortata dall’amico di turno, ed esprimo le mie lamentele tra gli sguardi perplessi di due barman. Aprono una nuova bottiglia e mi cambiano il bicchiere.

Lo provo di nuovo e.. BLEAH!!

Insomma. Diciamocelo, stu per e palummo è na fetenzia!!

Così tra una lamentela e il desiderio di ‘na bella birozza, la serata prosegue chiacchierando degli anni che passano. Del modo di accettarli e dell’essere fieri o meno di sfoggiare un capello bianco.

Chiacchierata che mi ha provocato delle simpatiche riflessioni mattutine.
Ve le espongo:

Il periodo dell’adolescenza coincide solitamente con la prima storia d’amore. Quella che ci fa piangere 5 volte a settimana, ci fa trattare male tutti i parenti circostanti e ci fa stare ore ed ore al telefono, senza dire niente di importante.

Poi si cresce e arriva il periodo post-adolescenziale con le sue storie post-adolescenziali, più serie, ricche di esperienze, ricche di prime volte.

La prima volta che fai la cacca a casa sua e poi ti aggiri indifferente, cercando di cogliere l’espressione di chi è andato in bagno dopo di te. La prima volta che mentre state facendo una passeggiata romantica, sbatti ridicolmente da qualche parte, ti fai malissimo e cerchi disperatamente di non farlo notare. Oppure la prima volta che, mentre dormite insieme, improvvisamente ti svegli, perché ti accorgi che stai russando come manco Obelix nei cartoni animati.

Che prime volte eh?

E poi gli anni passano e c’è sempre maggiore confidenza, alle volte estrema a mio parere. Le mie orecchie hanno sentito racconti che le mie dita non possono trascrivere. Quindi mi chiedo:

è giusto voler mantenere un minimo di privacy nella vita di coppia, o è meglio far montare due cessi e fare la cacca mano nella mano?

Figo nel senso di moderno

Di recente mi è capitato di fare delle considerazioni sul mio bagno.
Ve lo ricordate il mio bagno? Grande. Luminoso. Con lo spazio per la lavatrice. Insomma, stavo lì imbambolata davanti allo specchio, a lavarmi i denti e a pensare. Pensavo che mi sarebbe tanto piaciuto prendere uno di quei martelli giganti da muratori, sfasciare tutto e rifare il bagno. In modo figo.
Figo nel senso di moderno, figo nel senso di piastrelle tutte uguali, figo nel senso di foto del giornale che ho comprato l’altro giorno.
Però mica posso, per tanti motivi:

  • la casa è in affitto..
  • non c’ho i soldi..
  • non c’ho il tempo!

Insomma, giunta al risciacquo finale del mio cavo orale, l’idea del martello gigante è stata sostituita da quella più semplice del complemento d’arredo economico.

Un tappeto qua, un quadro là, una bella libreria con gli asciugamani a vista, e pure un paio di piante che ci stanno sempre bene e fanno tanto amante della natura.
Roba che con 100 euri sei bella che soddisfatta.

Inutile dire che l’operazione “rendiamo il bagno figo” è cominciata prima di subito, con l’acquisto di due fantastici tappetini di legno blu!
Tutta contenta chiamo mia sorella per elogiare il novello acquisto e lei mi fa:
Di legno? e come si lavano?” e io decido che non lo so e ci passerò lo straccio.

Il passo successivo, sicuramente più dispendioso di 4 euro, sarebbe dovuto essere quello della libreria. Bisognava riflettere sul colore, sullo stile, sul negozio.
Un passo che richiede un arco di tempo che può variare da due giorni a una settimana, se non succede niente nel frattempo.

Ma quand’è che non succede niente nel frattempo?? Praticamente mai.

Fatto sta che una mattina mi sveglio, mi metto le ciabattine e, ciabattando ciabattando, arrivo alla porta del bagno e ciaff!

Ciaff… ciaff!

Ma che diavolo c’è sul pavimento? Acqua? E PERCHE’???
Sarà la lavatrice… uhm, no. Che palle! Voglio il caffè, faccio tardi… ma da dove è uscita st’acqua????

Un paio di minuti a scrutare il bagno e capisco che l’origine della pozza è il rubinetto dell’acqua calda del lavandino (quei rubinetti che stanno nella parte inferiore e che non so come si chiamano) che gocciolina dopo gocciolina, mi ha allagato mezzo bagno, mezzo corridoio, e un po’ di cucina.
Percorso che mi ha fatto parecchio riflettere sulle strane pendenze del pavimento della casa.

Prendi lo straccio, asciuga tutto, maledici le guarnizioni e chiama l’idraulico.
Poi maledici te stessa per aver dimenticato che l’idraulico è letteralmente logorroico.
Poi trattieniti dal cacciare via l’idraulico che non la smette più di parlare anche se ha finito da 15 minuti di aggiustarti il rubinetto.

Insomma, con una settimana di ritardo e qualche euro in meno, si accettano suggerimenti per la vetrina/libreria/scaffale/mobile porta asciugamani per continuare l’operazione “rendiamo il bagno figo!”.

Esperienza doccia

Oggi vi parlerò del mio bagno, anzi, dei miei bagni, per la precisione tre.
No, non sono andata a vivere in un castello con il bagno padronale, quello degli ospiti e quello di servizio. Mi sto semplicemente riferendo ai bagni col quale ho avuto un rapporto quotidiano negli ultimi 30 anni.

Il primo bagno di cui parleremo è il bagno di casa di mamma: un bagno nato piccolo che ad un certo punto si è trasformato in un bagno grande, quadrato, con piastrelle bianche sfumate di grigio e una bella vasca ad angolo.
Un bagno dalla pulizia impeccabile. Cosa abbastanza naturale per un bagno che negli ultimi 15 anni è stato frequentato esclusivamente da 2 donne.

Il secondo bagno invece è quello della mia prima casa: un rettangolo bianco e azzurro, abbellito da una vistosa tavoletta arancione e frequentato per un anno e mezzo dalla sottoscritta e l’Amato consorte.
La particolarità di questo bagno è quella di avere una cabina doccia che perde acqua da un lato. Non tantissima, ma comunque abbastanza da dover asciugare parte del pavimento circostante con lo straccio.

Si lo straccio. Ho un’inspiegabile avversione per il mocio, e sono rimasta agli anni 50 come mi è stato fatto notare più volte.

Insomma, tornando alle perdite d’acqua…

Descriviamo in 3 punti fondamentali com’è stato il mio modo di fare la doccia, per tutto il tempo che abbiamo vissuto lì:

  1. ispezionare la cabina doccia in cerca di eventuali (e ovviamente inesistenti) intrusi provenienti dal mondo animale
  2. fare la doccia controllando almeno una volta che il livello dell’acqua presente nel piatto doccia non cominci a straripare
  3. osservare l’entità dell’acqua fuoriuscita dalla giuntura incriminata della cabina e passare lo straccio per asciugarla

Il punto 3 può sembrare estremamente fastidioso. Ma dopo le prime volte, diventa un gesto automatico che porta via al massimo una cinquantina di secondi. Ovviamente non a tutti.

Diciamo che la sequenza tipica dell’Amato consorte era leggermente più breve della mia:

  1. fare la doccia
  2. uscire dal bagno

Passiamo ora al terzo bagno: notevolmente più grande del precedente, al punto di riuscire ad ospitare addirittura la lavatrice, e già solo per questo merita rispetto.
Per il resto i colori sono simili al precedente. Le piastrelle sono bianche e azzurrine e, chissà per quale assurdo motivo, c’è una greca verde. Poi sono arrivata io con i miei accessori arancioni e l’arcobaleno è completo.

Il punto forte di questo bagno è la vasca, posizionata in fondo, sotto la finestra.

Certo aprire e chiudere la finestra mettendo le ginocchia sul bordo della vasca e lanciandosi verso lo spazioso e profondo marmo difronte (cercando di non rompersi la faccia) per afferrare la maniglia, non è il massimo della comodità, ma noi siamo giovani e atletici (sè!).

Ecco, proprio questo bel pezzo di marmo, ha la simpatica abitudine di allagarsi completamente quando ci si fa la doccia, e la causa è una leggerissima inclinazione verso la finestra. Evidentemente la struttura è stata costruita prima dell’invenzione della livella.

Comunque, dicevamo, siccome il marmo ha questo vizio di bagnarsi quando ci si lava, e siccome la sua errata inclinazione non permette all’acqua di scorrere via… in poche parole… bisogna asciugarlo!

Passiamo quindi alla descrizione della mia doccia:

  1. entro nella vasca e tiro la tenda
  2. ruoto il braccio doccia verso la tenda
  3. faccio la doccia
  4. mi metto l’accappatoio e con uno straccio asciugo l’acqua sul marmo
  5. mi vesto e il bagno è uguale a quando sono entrata

Poi uscendo mi chiedo perché, dopo che ha fatto la doccia Lui, sembra che in bagno ci sia stato un tifone…

E mi chiedo perché lascia sempre i vestiti in giro… e mi chiedo perché io so sempre dove sono le sue cose che lui non trova mai… e mi chiedo perché le tazzine di caffè non vanno mai da sole dalla sua scrivania al lavandino della cucina…

Ma proprio mentre mi faccio tutte queste domande lui si avvicina, mi guarda, e mi abbraccia… maledetto ruffiano!