Togliersi le scarpe

Oggi interromperò momentaneamente la descrizione dettagliata della nuova casa, perché mi sono ricordata che qualche giorno fa ho letto un articolo che elogiava l’abitudine di togliersi le scarpe in casa.

Nulla di strano in un certo senso. La maggior parte delle persone amano stare comodamente in pantofole o a piedi nudi a casa propria.

La stranezza di questa faccenda è emersa nel momento in cui ho letto che, il togliersi le scarpe, non è limitato a se stessi. Non è il normalissimo gesto personale che si fa per dare sollievo ai piedi stanchi e gonfi, ma piuttosto, è una cosa che si estende agli ospiti.

Un invito a togliersi le scarpe.

Tipo che io vengo a casa tua e tu mi dici che preferisci che mi sfilo le scarpe. Per una questione igienica.

Non so se te ne rendi conto, tu ipotetico amico o conoscente che mi fai questa richiesta, ma come dire… non è che rischi di mettermi a disagio. Di più.

Già immagino la velocissima carrellata di giustificazioni che il mio cervello tirerebbe fuori per evitare di accontentarti:

  1. Sono venuta a piedi, sicuro come la morte che ho sudato e mi puzzano i piedi.
  2. Ho i sandali, quindi non ho i calzini, dunque i MIEI piedi dovrebbero stare a stretto contatto con il TUO pavimento, mi sembra una cosa troppo intima.
  3. Hai un gatto. Lo sai vero che i gatti perdono i peli, solitamente sul pavimento?
  4. Hai delle ciabatte per me. Le ciabatte per gli ospiti. Quali ospiti??? Chi le ha messe prima di me??? CHI??????

Potrei continuare l’elenco del disagio o potrei semplicemente accettare che ognuno a casa sua fa quello che vuole, anche con i piedi altrui.

Del resto quando ero piccola, alcune delle mie zie avevano in casa un oggetto buffo e assolutamente attinente a questo argomento: le pattine.

pattine

Le pattine erano una sorta di calzari, fatti con dei pezzi di stoffa imbottita di forma rettangolare, con sopra una fascetta che ti permetteva di infilarle ai piedi con tutte le scarpe. Lo scopo di questo oggetto era quello di preservare la cera dei pavimenti in marmo.

Quindi mentre gli adulti che indossavano le pattine assumevano istantaneamente le capacità deambulatorie di un pinguino, io che ero piccolina, improvvisavo spettacoli di pattinaggio artistico-casalingo schiantandomi in terra dopo pochi minuti.

Ma torniamo al presente e alla questione che mi turba: lo stare scalzi in casa altrui.

Finito l’articolo ho notato che c’erano anche numerosi commenti dei lettori e già che c’ero ho letto pure quelli.

Così ho scoperto che, sta cosa di far togliere le scarpe alla gente, non è una fissazione di ispirazione orientale che c’ha solo l’autore. Ma è proprio una cosa che piace alla gente. Tutti a dire che è più igienico. Che le scarpe in casa sono il male assoluto. Che quando gli entra uno con le scarpe, appena se ne va, loro lavano immediatamente il pavimento. Inoltre le case di questi lettori sono tutte dotate, nell’ingresso, di un ambientino apposito dove praticare questo svestimento di piedi.

A quel punto mi sono resa conto che io l’ingresso non ce l’ho.

Quando ho progettato casa io ho deciso che l’ingresso non serve, che è uno spreco di metri quadri.

A casa mia entri e c’è il salotto. Entri, chiudi la porta e dopo quattro passi puoi già crollare svenuto su una poltrona morbida. Quindi anche volendo, sta storia del togliti le scarpe, a casa mia non viene bene. Verrebbe fuori una cosa tipo ammasso di scarpe sconosciute in salotto con conseguente attacco isterico.

Ma tralasciamo che io non ho l’ingresso e che sono una persona piena di complessi sui piedi (ma anche su tutto il resto) e poniamoci una domanda:

Ma sta gente non ce l’ha il balcone?

No perché… se mi fai tutto il tipo pulitino igienizzato… poi voglio sperare che con le tue asettiche pantofoline (o peggio scalzo del tutto) non ci ESCI sul balcone.

Una sorta di censura

Per molto tempo non ho più scritto nulla. Ho avuto una specie di rifiuto. Mi infastidiva che ci fosse sempre una sorta di censura nelle cose che raccontavo. Mi infastidiva non poter scrivere apertamente quello che mi passava per la testa, le cose che provavo.

In fin dei conti non c’era nessuna reale necessità di essere, a tutti i costi, assolutamente sinceri, nel raccontare lo svolgersi degli eventi. E’ un blog che leggono 10 persone, mica una testimonianza giurata sulla bibbia.

Ma nonostante ciò, questo dover essere per forza frivola, educata e divertente, cominciava a starmi stretto.

E quindi bye bye blog e benvenuta lobotomia da browser game.

(Mamma hai presente quel gioco del castello? Quello con altra gente? Quel gioco che mi rubava ore di sonno e di veglia, tra guerre, eventi, premi e coalizioni? Ecco quello era un browser game)

A questo punto però, vuoi per nostalgia, vuoi per ritrovata serenità mentale, vuoi per disintossicazione da browser game, ho di nuovo voglia di raccontare.

Non so in che modo racconterò le cose, e non so se sarò divertente o noiosa. Non mi interessa.

Ho scoperto con mio enorme stupore, che il vero scopo di questo blog NON è esprimere i miei sentimenti e le mie emozioni.

Né tantomeno, raccogliere esperienze di vita quotidiana da lasciare ai posteri, così da poterli istruire sul giusto modo di fare un buco nel muro.

Ma è semplicemente questo:

Svegliarsi la mattina e vedere il consorte che sorride, mentre dal cellulare rilegge una nostra vecchia avventura. Finché non recupera le forze necessarie per abbandonare il caldo abbraccio del piumone.

Iniziative

Era un bel po’ che ci pensavo e alla fine l’ho fatto.

Certo ora sono sudata come un muflone al mare e ho un leggero fiatone, ma sono soddisfatta.

Oggi sentivo che era il giorno giusto, un po’ come Dexter e il suo “Tonight’s the night…”.

Oggi ho alzato il mio culone flaccido dalla sedia. Ho indossato le mie vecchie vans, mi sono legata i capelli e ho acceso la tv cercando i canali radio. A questo punto un gentile annuncio bianco su sfondo blu mi ha ricordato che i canali radio non sono compresi nel nostro abbonamento. Così ho spento la tv e ho acceso il pc. Poi mi sono diretta verso il nostro gradino e mi sono cimentata in una breve ma intensa lezione di step casalingo.

Basta cercare su youtube e trovi tutto quello che devi fare, dal riscaldamento allo stretching finale.
Ci fossi arrivata al finale.

I 15 minuti più salutari della giornata.

Magari, con pazienza e costanza, entro fine marzo riusciro a fare una lezione di 45 minuti senza stramazzare sul pavimento.
Magari, sempre con pazienza e costanza, per fine luglio le mie cosce saranno passate da “budinose” a “orsettogommose” che è un bel traguardo in fatto di consistenza.

E tutto questo sarà completamente gratis!

Almeno avere un gradino giusto al centro della casa avrà un’utilità. E non resterà solo una specie di catapulta per parenti e amici.
Certo che chi l’ha creato doveva essere un parente del tipo che aveva montato il marmo del bagno della vecchia casa.

Ma dico io…

Tu che devi prendere delle decisioni tecniche per trasformare una casa grande in due case più piccole e quindi creare due bagni e due cucine…
Tu che sei andato a comprare i tubi e poi li hai montati…
Perchè diavolo non hai fatto una traccia nel pavimento???
Magari ti sei pure sentito un genio, a piazzare un gradino nel bel mezzo di due case, piuttosto che fare un buco per terra ???

Ora io ci posso pure stare, perchè ci faccio step, con la speranza di un culo migliore e di un compagno felice. Ma i miei proprietari di casa, che pensano di venirci a passare la vecchiaia, che dovranno fare?
Montarci una rampa per invalidi???
Tutta questa attività fisica mi ha resa più irrascibile del solito.

Maledetta me e le mie idee geniali.

La nonna

Chi si fa i cazzi suoi campa 100 anni.
Dicono.

La nonna di anni ne ha vissuti 101 e farsi i fatti suoi non è mai stata una sua abitudine.

La nonna che ti afferrava il polso, prima dolcemente e poi scattava la sua morsa d’ acciaio, che ti chiedeva se avevi mangiato, se eri andato a lavoro, se avevi lavorato tanto o poco, se ti pagavano bene o male, se eri uscito e con chi eri uscito.

La nonna che dopo essersi informata sulle tue cose, cominciava la stessa trafila chiedendoti degli altri membri della famiglia.

La nonna che leggeva il giornale con la lente di ingrandimento e malediceva berlusconi.

La nonna che inciuciava sulle coppie di innamorati.

La nonna che quando ha saputo che la mia di nonna era morta, mi ha detto “Adesso sono un po’ nonna pure a te”.

La nonna che una volta, poggiandomi la mano sulla pancia, mi ha chiesto quando ci avremo messo qualcosa dentro.

La nonna che diceva al nipote “Sei la luce della casa” e io facevo battute sull’ enel.

La nonna che dovevi andare in salotto, sederti sul divano e fare una visita di cortesia, ma io non ero capace e scappavo sempre, però per un mese, durante la pausa pranzo del lavoro, andavo a sedermi accanto a lei e dormivo per un’ora.

La nonna che ti cambiava il nome e ti chiamava Umberto.

La nonna che si preoccupava che spostassero piazza del plebiscito.

La nonna che tirava fuori le vecchie foto e le foto erano davvero vecchissime, e ti raccontava di quando era giovane e parlava del marito con gli occhi pieni di amore e rispetto.

La nonna che quando voleva una cena leggera si preparava una minestrina col dado, poi ci infilava dentro un pezzo di burro, un uovo e vari cucchiai di parmigiano.

La nonna che qualche anno fa mi ha detto con aria stanca “Il padreterno si è scordato di me” e io non sapevo che rispondere.

La nonna che quando il salumiere aveva deciso di chiudere bottega gli ha detto di no, e lui ancora lavora.

La nonna che proprio i fatti suoi non se li faceva, di anni ne ha vissuti 101, e per un po’ è stata nonna pure a me.

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Malinconia serale

Martedì 30 luglio, ore 23:17.
Fa caldo, un sacco di caldo.
Sono stesa sul letto e ho i piedi bollenti.

Oggi alle cinque e dieci sono uscita da lavoro, alle cinque e venti ho preso la funicolare, alle cinque e quarantacinque ho preso la cumana, alle sei e un quarto ero a casa.

Una casa grande, bella, comoda, rumorosa, periferica, fresca d’estate e ghiacciata d’inverno.

Da qualche mese casa mia sembra il mercato di resina. Ottanta metri quadri di scarpe, borse, panni sporchi, panni puliti, buste di non si sa che cosa e buste di raccolta differenziata.

Ho smesso di riordinare e non si capisce più nulla. Non sono mai stata brava a conciliare il lavoro con la gestione della casa. O faccio una cosa, o faccio l’altra.

Ho provato a chiamare una ragazza per fare le pulizie.

E’ stato peggio.

Non sono capace di fare la parte di quella che si riposa, mentre qualcuno pulisce le mie cose al mio posto. Mi sembra brutto.

Così finisce che quando viene la tipa (a pulire quello che io non pulisco perché sono stanca) invece di riposarmi, passo due ore a pulire assieme a lei.
E poi vado a lavoro già stanca.
Si lo so, sono cretina.

Comunque questa storia dell’aiuto in casa è stata solo una breve ed intensa esperienza. Non credo che la chiamerò ancora, e tra un paio di mesi non ce ne sarà più bisogno.

In tanti mesi che non scrivo, ci sono state profonde riflessioni nella nostra grande e confusa casa periferica. Riflessioni che non sto qui a raccontare, ma che giungono ad una conclusione che quasi sicuramente mi porterà a scrivere più spesso dell’ultimo periodo.

Abbiamo deciso di trasferirci.
Di nuovo.

(applausi dal pubblico, qualcuno fischia, qualcuno lancia una sedia)

Stavolta è strano. Stavolta è difficile. Stavolta vogliamo bene a questa casa gigante, fresca d’estate e ghiacciata d’inverno.

Mi mancherà la montagna che si vede dal balcone, con le sue fioriture primaverili, gli incendi estivi, le cimicette autunnali e la nebbia invernale.
Mi mancheranno i vicini educati e i ragazzi del bar.
Mi mancherà il salotto gigante e il ripostiglio pieno di scarpe.
E mi mancherà abitare a 10 minuti da casa di mamma.

Ma forse è meglio trattenere la malinconica lacrimuccia ed elencare cosa sicuramente non mi mancherà:

  • il cane del palazzo di fronte, che abbaia ininterrottamente ogni volta che viene lasciato da solo
  • la palestra che fa il corso di zumba con le porte aperte a ora di cena
  • il tipo del piano di sotto che qualche volta grida fortissimo
  • il gommista che avvita i bulloni a tutte le ore
  • la cumana, con la sua puzza di bruciato misto a sudore e la sua leggendaria puntualità
  • il tipo che chiede l’elemosina a suon di ave maria
  • la finestra del bagno che si allaga a ogni doccia

Non so bene se sono contenta di trasferirmi. Per ora sono in uno stato di ansia e confusione e quindi non riesco tanto bene a buttarla sul tragicomico come faccio di solito. Sicuramente sarà bello andare a lavoro a piedi in 15 minuti. Sicuramente sarà divertente arredare la nuova minuscola casetta. Ma sicuramente ci mancherà questa, fresca d’estate e ghiacciata d’inverno.

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Sveglie aggressive

Oggi è giorno di liste, perché a noi le liste ci piacciono un sacco.

Prendiamo ad esempio una lista di guai tipo questa:

  • morìa di parenti di vario genere
  • balle di fieno rotolanti all’interno del conto in banca
  • malattie non mortali di origine psicosomatica tipo: gastrite, colite, mal di testa, mal di schiena, e pucundria generale

E mica questi sono guai, dirà qualcuno.

Lo so, risponderò io. Però sono scocciature che poi, col passare degli anni, ti conducono alla stesura di liste dei desideri tipo la seguente:

  • desiderare di prendere un parente stretto e fargli ripetutamente capa e muro
  • desiderare di prendere un parente acquisito e fargli ripetutamente capa e muro
  • desiderare di riprodursi
  • desiderare di prendere a paccheri l’imbecille di turno che ti chiede perché, alla tua veneranda età, ancora non tieni figli. E soprattutto che li devi fare mò mò, perchè i figli si fanno da giovane. Ma i cazzi tuoi no?
  • desiderare di fare smettere la gente di meravigliarsi quando dico quanti anni ho, che ho capito che non li dimostro, evviva evviva, ma mò smettiamola grazie.

Potrei continuare per pagine e pagine, ma non credo che questo possa portare qualche miglioramento al mondo.

Quindi non lo farò.

Magari a qualcuno di voi piacerebbe che io mi dilungassi nei dettagli per ognuno di quei punti della lista. Ma contemporaneamente, qualcun altro al solo pensiero si è preparato tutto l’occorrente per spararsi un colpo in testa, quindi non approfondirò.

Parliamo invece del fatto che oggi è un giorno di festa e ieri sono andata a dormire alle 2:00. Tanto oggi sarebbe stato un giorno di festa. Così ho messo la sveglia alle 10:00 ma mi sono svegliata alle 8:30 leggermente nervosa.

Non penso di essere strana se mi sveglio nervosa perché a svegliarmi, leggermente prima del previsto, sono state delle urla fortissime provenienti dal piano di sotto.
Al piano di sotto c’è un ragazzo che ha dei problemi e che di solito non si vede e non si sente. Poi alle volte però capita che si mette a urlare tantissimo e fortissimo.

Ecco io sinceramente non lo so che succede al piano di sotto. Non so se grida perché deve prendere qualche medicina e non vuole. O perché deve andare da qualche parte e non vuole. Forse perché deve farsi una doccia e non vuole.
So soltanto che a volte dice di no e quindi mi viene da pensare:

“Signora bella, mamma o parente di questo povero ragazzo, ma proprio nei giorni di festa alle 8:30 di mattina lo vuoi convincere a fare qualcosa che non ha nessuna voglia di fare?”

Ecco, io la signora la piglierei e la farei fare capa e muro.

Bho, forse sono una brutta persona, sono come quelli che picchiano i bambini, investono i gatti e sparano ai passerotti.
O forse semplicemente non trovo giusto farlo urlare in quel modo.

Io sono cresciuta in una famiglia dove non si urlava mai, piuttosto ti fai venire l’ulcera ma urlare no.
Io quando stavo da mamma, e ci sono stata per 29 anni, al piano di sotto tenevo una famiglia di pazzi veri, che urlavano sempre, soprattutto la notte.
Io poi mi dovevo svegliare alle 7:00, prima per andare a scuola, poi per andare a lavorare.

Ecco un breve estratto di un mio vecchio scritto:

“Tutti i giorni, almeno una volta al giorno, quando non lo fa tutto il giorno, l’inquilina del piano di sotto grida come un’indemoniata.
Mi hanno detto: poverina è malata.
Ci sono dei malati che hanno dei picchi di malattia verso le 8 del mattino e verso le 2 di notte.
Io non chiedo tanto, magari a volte sono eccessiva quando mi sveglio e prego dio di portarsela nel regno dei cieli, poi mi ricordo che non sono cattolica e allora dico: diventasse almeno muta. (Lunedì 10 marzo 2008)”

Io poi sono andata a convivere con una specie di monaco tibetano che è più silenzioso di me e quando parla non parla, murmurea.

Il più delle volte quando mi dice qualcosa io mica lo capisco, vado a intuito.

Io poi la prima casa che ho preso assieme all’uomo silenzioso, l’ho presa coi dirimpettai più assurdi del quartiere. E la seconda casa, la casa di mò, pensavo che era un giardino dell’eden di periferia. Poi stamattina mi è venuto praticamente un panteco e quindi ho pensato che dovevo condividere con voi i miei desideri strani.

Sarebbe carino fare uno spin-off di questa storia, una cosa tipo:

“La giovane donna che mandava la gente al CTO”

Maledetta primavera

Qualche volta succede che comincio a canticchiare.
Con grande piacere di chi mi sta vicino.

Di solito in queste occasioni canterine colui che mi sta vicino è il mio fortunato consorte.
E di solito siamo in macchina.
E di solito non sono proprio un usignolo.

Ma lui mi sopporta e a volte si diverte.
Solo a volte.

Ho un vastissimo repertorio.

Più o meno quattro canzoni e la più gettonata è Maledetta primavera.
Si esatto quella che cantava Loretta Goggi.
Non lo so perchè, saranno quelle cose che ti si fissano nel cervello quando sei piccola e non se ne vanno più.
Per la gioia di chi poi incontri da grande.

Ancora non ho capito bene se, il mio consorte è più felice quando canto Maledetta primavera a dicembre, oppure quando canto We wish you a merry christmas ad agosto.
A volte mi guarda e mi chiede:

Ma non è un po’ fuori stagione?

Comunque stamattina, finalmente, giusto con qualche giorno di ritardo, sta benedetta primavera è arrivata, invadendo il balcone con tanto sole e aria calda.

Evviva.

Nei prossimi giorni forse vi allieterò con un dettagliato servizio fotografico sull’arte del “travasare le piante cercando di non ucciderle“.

Ma ora facciamo tutti un bel respiro e… un, due, tre…

Che importa see..
per innamorarsi basta un’oraaa..
che fretta c’eraaa..
maledetta primaveraaa…
che fretta c’eraa..
maledetta coomeee meeeeeeeee…

Meteoropatia

Oggi il cielo è completamente grigio. Raffiche di vento e pioggia si abbattono violentemente sui vetri delle finestre facendomi venire la sindrome del porcellino nella casa di paglia.

In strada un paio di persone che tentano di convincere i loro ombrelli a non partire per mondi lontani, mi fanno tornare in mente vecchie esperienze.

“Facciamo una corsa che sta cominciando a piovere”
“Non ti preoccupare ho il mio nuovo e strafigo ombrello giallo, è antivent..”

SWOOOSHCRASHWOOOOOS
(il suono che fa l’ombrello antivento quando passa a miglior vita)

Oggi è il 6 marzo ma sembra il 3 gennaio, quindi non sono poi così in ritardo con la pubblicazione del primo racconto dell’anno.
Non che non avessi nulla da dire, figuriamoci.

Io ho sempre qualcosa da dire. Su tutto.

Potrei parlare per ore e cominciare ogni singola frase dicendo: Secondo me no.

Ma non posso farlo. Non si può scrivere tutto della vita, se pensi di scriverlo su un blog con tanto di nome e cognome e che viene letto da parenti e amici.

Quindi oggi per quieto vivere parleremo del fatto che, in una giornata tipicamente invernale, fredda, grigia e piovosa, alle 11:00 del mattino un inaspettato DIN DON mi ha fatto esclamare:

“e mò chi cazz’ è?”

A sto punto la vorreste la buffa novella del parente lontano che mi invade la casa con 9 figli, cane, gatto e canarino. Ma invece no, mi spiace, in famiglia siamo pochi e di solito telefoniamo prima.

Avete dunque incrociato le dita, ripiegando sull’avventura condominiale. Tipo quella volta che il vicino è rimasto chiuso fuori, oppure quell’altra volta che bisognava spostare la macchina per non farla rimuovere.

E invece no, sono mortificata, erano i testimoni di geova.

I testimoni di geova sono quelle strane creature che ti citofonano la domenica mattina. Che bussano alla tua porta nei momenti meno opportuni, che vanno sempre in giro in coppia e che se ti vedono correre come manco Bolt verso la fermata del pullman, ti acchiappano e porgendoti un libretto ti dicono:

“Hai un minuto?”

MA TI PARE IL MOMENTO???

Sono persone strane. Mi piacerebbe fargli delle domande. Tipo se percepiscono uno stipendio come gli altri lavoratori porta a porta. Se ci credono davvero alle cose che dicono e se ci hanno mai riflettuto. Se hanno una sorta di bonus quando convertono qualcuno.

Una volta mi sono trovata davanti una della mia età. E’ stato strano.

“Ciao se hai un minuto volevamo parlare con te…”
“No guarda, grazie, io non sono religiosa”

Solitamente finisce qui ci si dice arrivederci e ognuno torna alle sue cose. Invece questa ha sgranato gli occhi e ha escamato:

“Quindi pensi che veniamo dalle scimmie!?!?!”

Io sono rimasta un attimo a guardarla perché non me l’aspettavo che facesse così.
Ho detto brevemente una frase ma lei ha rilanciato con la bibbia e mi sono stufata.

Vabhè sono scelte di vita, non le condivido ma posso provare a rispettarle. Di solito rispetto chi la pensa in modo diverso.

Comunque oggi è una giornata grigia, piovosa e il mal tempo mi mette di pessimo umore. Quindi non gli ho aperto.

Solitudine igienizzante

Non è colpa mia, è stata mia mamma.
Casa sua è così pulita che potresti mangiare sul pavimento.
Dico potresti perché è ovvio che non puoi, primo perché saresti parecchio strano ad avere una simile esigenza, secondo perchè se lo facessi probabilmente ti ucciderebbe.

Mamma è una di quelle che, prima di infilare i piatti in lavastoviglie li pulisce per bene con un tovagliolo, oppure li passa sotto l’acqua corrente.
Io quindi sono una di quelle che, se ti vede infilare i piatti in lavastoviglie con tutto il sugo appiccicato sopra, comincio a scuotere la testa e assumo un espressione contrariata.

Mia mamma ha fatto si che mi venga spontaneo voler vivere in un ambiente pulito e ordinato. Quindi è colpa sua se poi i miei giovani amici maschi mi chiedono consigli e mi ritrovo a scrivere cose del genere.

Immagina un giovane maschio nato nella tipica “casa di mamma pulita e profumata“, che si ritrova a dover gestire una casa sua. Casa che, tutto ricorda, tranne la suddetta casa di mamma pulita e profumata. Prima o poi arriva il giorno in cui, per caso mi guarda dritto negli occhi, con uno sguardo un po’ folle un po’ disperato, e dice:

“Tu (che sei quella fissata con le pulizie) svelami il segreto delle case sempre pulite e ordinate e ti sarò grato per sempre!”

Ebbene, ecco la mia risposta:

“Non invitare nessuno per 1 settimana”

Ora chiariamo che in una settimana non è che la casa si pulisce da sola. Non lo fa lo sfornatutto, figuriamoci una casa. In questa fatidica settimana, che ti aprirà nuovi orizzonti, dovrai rimboccarti le maniche e fare 1 cosa al giorno.

Non ci vorrà troppo tempo.

Il primo giorno dovrai occuparti dei vestiti sparsi in giro (lavare quelli sporchi, piegare quelli puliti) e pulire la cucina da vecchi avanzi e briciole di pane. Anche se hanno preso vita e gli hai dato un nome.

Il secondo giorno dovrai esaminare tutti gli oggetti inutili che ti circondano e dovrai buttarli via. Non nel senso che dovrai infilarli in una busta che poi metterai nell’ingresso. No, devi proprio metterti la giacca e andare a buttarli via subito.
E non dimenticare la giacca.

Il terzo giorno dovrai spolverare e lavare tutte le superfici che hai liberato dalle cose inutili e dovrai sollevare dal pavimento sedie, scarpe, scatole e lampade.

Il quarto giorno dovrai passare l’alpirapolvere/la scopa/lo swiffer, quello che ti pare e poi lavare il bagno e tutti i pavimenti. Come per magia la tua casa avrà lo stesso odore di quella di tua mamma e ti commuoverai. Cerca di non far cadere le lacrime sul pavimento, utilizza un polsino per asciugarle in tempo.

Il quinto giorno rimetterai a posto gli oggetti precedentemente sollevati e ordinerai una pizza.

Il sesto giorno, tornato dal lavoro, ti butterai sul divano ammirando ciò che ti circonda, e ti rilasserai.

Il settimo giorno potrai invitare di nuovo i tuoi amici. Li accoglierai festoso e arrossirai per i complimenti. Ti vanterai di aver ripulito tutto da solo in due ore e di aver sudato sette camicie. Infine schiaffeggerai violentemente il primo che fa cadere la cenere a terra. Gesto che successivamente giustificherai dicendo che eri momentaneamente posseduto da spiriti maligni.

Fine delle mie dettagliate istruzioni per l’ottenimento della casa profumata e pulita.
Spero possano essere utili a qualcuno nel mondo.

The winter is coming

E’ dicembre, fuori si gela e io sono perennemente ricoperta di strati di lana di vario genere.
Che poi questo alla fine non è neanche un posto freddo, possiamo godere di giornate di sole mentre altri sono avvolti dalla nebbia. Ma io, che qui ci sono nata, alcuni giorni sento freddo come se fuori ci fossero i pinguini.

Dicembre è quel mese in cui solitamente non riesco a decidere se voglio più bene al piumone o al termosifone.

Dicembre è quel mese in cui comincio a pensare ai saldi e quest’anno ho preso una decisione: voglio acquistare del cashmere, che pare sia una delle cose più calde da indossare.

Dicono che sia elegante, comodo, adatto per ogni occasione e ci fai sempre la tua porca figura. Devi uscire all’improvviso? Indossi un jeans, il tuo bel maglioncino di cashmere, un paio di tacchi e sei perfetta. Ti suonano alla porta e sembri una via di mezzo tra magà magò e cenerentola? Ti infili il tuo bel maglioncino di cashmere, ti sciogli i capelli e nessuno farà caso ai tuoi calzini gialli coi teschi che spuntano dalle pantofole.

Tipo che un cashmere è per sempre.

Insomma non sarebbe male svegliarsi la mattina e affrontare il resto dell’umanità, senza necessariamente apparire come un botolo di strati di maglioncini di vario spessore, tenuti insieme da molteplici giri di sciarpa.

Confido nei saldi, vi farò sapere, ma ora la smetto con queste scemenze da fashion blogger  improvvisata.

Dicevo, è dicembre e io c’ho freddo.

Questa casa è così fredda che ultimamente usciamo più spesso, per andare ad accumulare calore nelle case altrui. Da noi è pieno di spifferi, bisogna risolverla sta situazione. L’altro giorno ero seduta al PC e c’avevo il vento in faccia, con la finestra chiusa, mica è normale.

Comunque dicembre non è solo freddo e spifferi, è anche alberi di natale, compleanni e grandi abboffate.

Qualche sera fa abbiamo fatto l’albero.

Lui l’ha tirato giù dallo scaffale, io l’ho montato e decorato, lui poi ha detto “Bello!”.
Oramai sono velocissima a fare l’albero, praticamente una macchina.

Nel pomeriggio avevo preparato anche quello a casa di mamma, che lei poverina si è operata all’alluce e non c’ha proprio l’agilità della gazzella. Quello di mamma è ancora più gigante del mio e la parte divertente sono le palline storiche. Alcune palle c’hanno più anni di me. Sono affezionata a quelle palline. Mi piace sentire quel suono buffo che fanno quando ti scappano di mano e rimbalzano sul parquet.

Oddio il parquet. Quel bel pavimento che mi permetteva di gironzolare scalza per 12 mesi all’anno.

“Bei tempi…” pensò la donna dalla babbuccia imbottita e tre strati di lana sintetica.