Una calda giornata di luglio

E’ una calda giornata di luglio e ho i piedi gonfi come due muffin.

Mi stendo sul letto e accendo il condizionatore. Ebbene si. Dopo due anni dal termine dei lavori, abbiamo ceduto alla frescura artificiale.

Finora la nostra preoccupazione principale era sempre stata quella di proteggerci dal gelo dell’inverno.

Ma in due anni cambiano tante cose e finisce che ti ritrovi con un condizionatore in camera da letto.

Mentre mi godo un po’ di finta aria fredda, prendo carta e penna e comincio a scrivere. Tanto al mio blog non gliene frega niente dei problemi tecnici della wind.

Il mio blog nasce prima sulla carta e poi periodicamente, si trasferisce online per allietare i miei 160 lettori.

Nelle puntate precedenti, mi sono dedicata alla descrizione dei vari ambienti del nuovo appartamento:

La cucina nuova, liberamente scopiazzata da una bellissima Veneta Cucine dello zio, ma prodotta in versione economica da Mondo Convenienza.

Il salotto, quello di sempre, ma con i vestitini nuovi per il divano.

Il bagno, piccolo ma bellino, e il ripostiglio, dove abita la lavatrice.

Anche il balcone abbiamo già visto con i suoi tecnologici infissi traslanti.

Mancano quindi solo le due camere da letto per completare la descrizione.

Ma veramente voglio passare questa calda giornata di luglio a parlare di due camere da letto? Direi proprio di no.

Anche perché…

Una c’ha dentro la serie Malm nera che comprammo da Ikea nel 2009 e non accenna a decomporsi. Tanto che quando spolvero vado alla ricerca del marchio Zoppas nascosto da qualche parte.

L’altra è una specie di deposito/lavanderia/studio che ancora non ha trovato un’identità.

Quindi, suggerirei a me stessa, di evitare di perdere tempo ad immortalare questi due ambienti per nulla entusiasmanti, ma piuttosto, passare alla descrizione di un banalissimo pomeriggio di due anni fa.

Il pomeriggio del 23 luglio 2015 ero a casa con un amica.

Si chiacchierava e si prendeva un caffè.

Visto che faceva caldo e c’era un bel sole, tutti gli infissi erano spalancati. In quel periodo ancora non avevamo acquistato quelli nuovi super-potenti, quindi stiamo parlando di quelli brutti e marroni con l’apertura verso l’esterno.

Sul letto c’erano gli ultimi vestiti da mettere in valigia, infatti il giorno seguente si partiva per Lipari, dove ci aspettavano 10 giorni di mare, sole e arancini.

Insomma, sarebbe stato un normalissimo pomeriggio di luglio, se non fosse improvvisamente arrivata l’apocalisse.

Il cielo si fece scuro e un vento potentissimo cominciò a soffiare.

Nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo, che in casa cominciò a volare via tutto.

Porte che sbattevano, zanzariere che si sganciavano dai binari, tende che svolazzavano travolgendo gli oggetti sulle mensole.

Cercavo di chiudere gli infissi lottando contro il vento che spingeva per riaprirli. Così, mentre vincevo su quello della camera da letto, quello della cucina decise di provvedere da solo alla propria chiusura, e si liberò dal fermo esterno che lo teneva aperto.

Ovviamente il risultato di questa mossa azzardata non fu assolutamente chiudersi, ma bensì distruggersi, spalmando sul pavimento (fortunatamente all’esterno) un’enorme lastra di vetro.

Non sapevo più cosa fare.

Tra cercare di chiudere tutto, salvare i soprammobili oppure correre per la casa urlando, quest’ultima opzione cominciava a sembrarmi la più adatta.

Intanto mentre litigavo con le finestre, il telefono cominciò a squillare e la mia amica si precipitò a rispondere.

L’uomo di casa, accortosi dell’improvviso e anomalo maltempo, aveva pensato di farmi una telefonata dall’ufficio per sapere se era tutto ok.

Immaginate la sua espressione quando…

Invece di ritrovarsi dall’altro capo del telefono, la sua dolce metà che serenamente diceva:

Certo che è tutto ok! Come sei premuroso. Credo proprio che per ringraziarti del pensiero mi accingerò a friggere una parmigiana di melanzane!

Si è invece ritrovato due donne urlanti con sottofondo di bufera e porte che sbattono.

Veloce come una saetta si precipitò a casa, ma ovviamente nel frattempo l’apocalisse si era diretta verso altri lidi.

Gli uccellini avevano ripreso a cantare e il sole splendeva, illuminando un appartamento ricoperto di foglie.

L’uomo di casa guardò le due donzelle indifese, guardo il vetro divelto e alzando le spalle disse:

Vabbhè… volete un caffè?

 

Uno stappo all’improvviso

Mancano 11 minuti, quindi, quando avrò finito di raccontare questa piccola disavventura, potrò alzarmi dalla sedia, prendere le mollette e stendere il bucato.
L’altro giorno ho raccontato di come a volte possa essere stancante una mattinata. Ma mi sarebbe bastato aspettare qualche ora, per raccontare in tempo reale come può diventare stancante un pomeriggio.
Questa, infatti, è proprio una di quelle storielle che tanto appassionano gli amanti delle disavventure casalinghe.

La lavatrice era accesa e al suo interno c’erano dei maglioni, di quelli pesanti e delicati, quelli che se solo li guardi un po’ di più si infeltriscono.
Avevo impostato il programma lana, quello con la pecorella disegnata. Una pecorella bellissima. Quello che solitamente mette i maglioni in ammollo e li agita delicatamente per una trentina di minuti, poi scarica tutta l’acqua e li risciacqua.

Ero al telefono e chiacchieravo spensierata del più e del meno quando all’improvviso ho sentito uno stappo. Si uno stappo, quel tipico rumore di quando c’è una festa, qualcuno apre una bottiglia e tutti gridano:

“Auguri!”

Uguale.

Solo che al posto del coro di auguri c’ero io che al telefono gridavo:

“Devo attaccare mi sto allagando!”

Si perché il festoso rumore proveniva dal bagno. Per l’esattezza, era stato provocato dal tappo del pozzetto (o come cavolo si chiama) così tutta l’acqua che la lavatrice stava scaricando, invece di finire nei tubi sotto al pavimento, si stava allegramente espandendo sopra al pavimento del bagno.

Corro come un fulmine a spegnere la lavatrice, corro a prendere degli stracci, corro a prendere un secchio e incomincio ad asciugare il pavimento, pensando tre cose contemporaneamente:
1) I maglioni!
2) Menomale che ero a casa
3) Parole irripetibili di vario genere

Finito di asciugare il pavimento, decido che devo assolutamente chiamare qualcuno che venga a chiudere quel maledetto buco per terra, nel quale non metterò mai le mani perché mi fa paura, così prendo il citofono e chiamo il portiere.
Dopo un po’ arriva il portiere e comincia a rovistare dentro sto buco per terra, tirando fuori dei pezzi di roba a me sconosciuta così esclamo:

“Che schifo! Ma che è???”

Lui mi spiega che è un miscuglio di sapone, calcare e altre schifezze e che sono cose che succedono. Allora io penso che prima di affittarmi casa potevano pure pulirli i tubi, ma vabbhè…

Prima di andarsene il portiere mi spiega che il mio Uomo di casa dovrà procurarsi una molla, infilarla nei tubi e sconfiggere l’intasatura, così lo ringrazio.

Prendo il telefono e riferisco al consorte.

Intanto io recupero i maglioni dalla lavatrice e finisco di lavarli a mano nella doccia (che ha uno scarico diverso) visto che tutti gli altri lavelli sono inagibili, perché finiscono nello scarico intasato.
La mia schiena ringrazia.
Fatto questo, passo al lavaggio del tappeto del bagno, che avendo vissuto in prima persona l’allagamento del pavimento, se ne stava appallottolato in una bagnarola, tutto inzuppato di acqua fetente.
Il lavaggio ovviamente viene fatto sempre a mano e sempre nella doccia.
La mia schiena ringrazia di nuovo.

Mentre assieme alla schiena ringraziamo tutto il calendario, rifletto sulle parole del portiere:

“Lui prende una molla e la passa dentro tutti e tre i  tubi per vedere qual’è quello intasato…”

Ora, che resti tra noi, ma l’Uomo di casa in questione, non è proprio un tipo da lavori domestici.

A settembre mise un cavo di rete blu che andava dal salotto alla cucina incorniciando la porta di ingresso di casa.
Ad ottobre comprò delle canaline per metterci dentro il cavo e le depositò in un angolo del salotto.
A febbraio mi sono rotta le palle, ho montato io le canaline e lui m’ha detto: “Brava, è venuto proprio bene”.

A novembre invece si ruppe la maniglia della porta del bagno. Rotta nel senso che non si può più chiudere a chiave altrimenti resta bloccata.
Mi ricordo di avergli chiesto se dovevamo chiamare un falegname o un fabbro, ma l’Uomo di casa disse che l’avrebbe riparata.
Poi prese un post-it, ci scrisse sopra – Bussare! – e lo appiccicò alla porta.
A gennaio durante una festa con più di venti persone, le ragazze andavano in bagno in coppia come nei locali, per tenersi la porta a vicenda.
Ora siamo a marzo e io sono stupita dalla durata della colla dei post-it.

Con queste premesse sinceramente non mi sarei mai aspettata di vederlo tornare a casa armato di molla idraulica, sedersi a terra nel bagno e rovistare pazientemente nelle tubature.
Non so, pensavo di vederlo ignorare il problema fino al giorno dell’ultima mutanda pulita, e invece no.
Lui è tornato, e l’ha aggiustato, anche se aveva altre cinque mutande pulite.
E mi ha pure spiegato che, quel buco per terra, non è una specie di pozzo senza fondo pieno di acqua, dove si aggirano creature mostruose pronte a divorarmi, ma che in realtà è chiuso.

E’ proprio il mio eroe.
A volte.

Vivere Amish

Sono le sei, o forse le cinque, questo cambio di ora mi confonde e non ne comprendo l’utilità.

Nonostante ci siano ancora sei o forse sette ore di veglia davanti a me, ho l’angosciante sensazione di non avere abbastanza tempo. Sono mesi che ci convivo, o forse anni, ma solo ora la sento forte e chiara.
Sto invecchiando.

Alle volte tiro le somme di ciò che ho fatto fin’ora, ed eccola che esplode senza preavviso questa maledetta sensazione di non avere abbastanza tempo. Troppe le cose che voglio fare, troppa la stanchezza che accumulo, poco il tempo che mi dedico e allora eccomi qua a dedicare un po’ di questo sopravvalutato tempo al mio diario di viaggio.

Un viaggio che ovviamente non manca di assurde vicende, roba che non sai se ridere o piangere.
Anzi no, non esageriamo, diciamo piuttosto roba che non sai se ridere o dare le capate nel muro.

Tipo che, una normale giovane coppia vive in un bell’appartamento, dotato di tutti i comfort come acqua, luce, gas, internet, telefono e TV satellitare.
Poi però la giovane coppia trasloca.

Il 7 settembre 2013 i nostri mobili salutano casa vecchia e approdano a casa nuova. Questo vuol dire che il tuo letto, il tuo armadio, i tuoi vestiti, le tue stoviglie, le tue cose in generale sono a casa nuova. Quella che hai affittato perché comoda, carina e panoramica. Quindi tu, essere umano normale dotato di poche e comuni pretese, vai a dormire e vivere insieme alle tue cose.

Però ti lavi da tua suocera e mangi da tua mamma.

Per quasi due mesi.

E per quasi due mesi non sai se ridere o piangere dare le capate nel muro. O dare fuoco a quelli del gas, che per via di un problema burocratico, non vengono a togliere quel maledetto sigillo dal contatore.
E tu non sai se ridere o dare le capate nel muro, mentre vai a fare la doccia da tua suocera o mentre vai a mangiare un piatto di pasta da tua mamma.

Che poi una situazione del genere ti demoralizza. E non c’hai voglia di svuotare gli scatoloni, per mettere a posto pentole e doccia schiuma che non puoi usare. Alla fine vuoi o non vuoi ti si rallenta tutto il trasloco.

E’ stato un inizio difficile, un po’ Amish. Ma ora finalmente si è risolto tutto e sono ben due giorni che ci laviamo e mangiamo a casa nostra.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del gas. Internet ad esempio ci ha messo un mese a traslocare, ma non ne ho sentito affatto la mancanza, tanto oramai ci sono gli smartphone. Sky addirittura, non fai neanche in tempo a firmare il nuovo contratto di casa, che te li ritrovi in salotto, ti accomodano sul divano e ti accendono la TV.

Che dire… alle volte quando traslochi, non ti puoi fare la doccia ma puoi guardare xFactor.

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Stessa spiaggia stesso mare

Eccomi pronta come ogni anno ad affrontare le vacanze estive.

Che poi nella mia lunga vita ne ho fatte di vacanze: belle e brutte, brevi e lunghe, calde e caldissime, in famiglia e tra amici. E a intervalli regolari mi piace andare qualche giorno al mare da sola con mia madre.

Ed eccomi qui sull’isola a fare qualche giorno di mare da sola con mia madre.

Che poi quest’anno c’era pure un progettino turco assieme al consorte. Ma è saltato. Grazie al simpatico regalo che mi hanno fatto dove lavoro: 1 sola settimana di ferie che non coincide con nessuna delle 2 settimane di ferie del mio compagno di avventure.

Ma vabbhè…

Che vogliamo fare. Nella vita bisogna fare delle scelte e piuttosto che farsi licenziare per percosse, ci si da un pizzico sulla pancia e si organizza qualche altra cosa, per evitare di passare l’unica settimana di ferie dell’anno stesa sul divano a sudare e guardare la TV.

Organizza di qua, organizza di là e in tempi record riesco ad affittare un piccolissimo monolocale su una piccolissima isola a due passi da casa.

Procida è grande poco più di 4 km, è tutta un po’ rotta e vecchia, ci sono poche macchine e puzza.
Procida mi piace un sacco, non lo so perchè, la gente è lenta e rilassata, si vestono come capita e si mangia bene.
A Procida sai sempre che ore sono, perchè i rintocchi degli orologi ti perseguitano ogni quarto d’ora di giorno e di notte. Così può capitare che a mezzogiorno e quarantacinque sei un pochino nervoso. Ma poi all’una ti rilassi di nuovo.

La mattina che siamo arrivate, ci siamo sedute al tavolino di un bar e ho chiamato la proprietaria del monolocale per farmi dire la strada. Non ha risposto.
Ho bevuto un thè freddo e poi ho richiamato per cercare di ottenere l’indirizzo del monolocale. Non ha risposto.
Mi sono incazzata tantissimo e ho richiamato. E manco ha risposto.

Così ci siamo precipitate all’indirizzo che la tipa mi aveva fornito per mandare i soldi. Perché io non sono una persona che aspetta che mi rispondi al telefono. Sono una che se non mi rispondi ti viene a pigliare fino a casa.

E così ho scoperto che il monolocale era effettivamente dentro casa della signora.
Praticamente un complesso di casette tutte attorno ad un bel giardino curato, pieno di fiori e alberi da frutto.

Un bel posto.

Mettiamo i bagagli in casa, ci incostumiamo e corriamo al mare.

Un caldo infernale, l’acqua quasi bolliva, parevo una vongola a sautè.

Poi ho deciso che dovevo bagnarmi i capelli e ho cominciato ad agitarmi tipo gatto impazzito e ho bevuto mezzo mare. Una tragedia.
Così mi sono fermata e ho preso il sole ricoperta di protezione 50.
Finiamo il primo giorno di vacanza con una bella pizza e una bella dormita.

Comincia il secondo giorno e mi sento un pochino strana, ma vado al mare lo stesso. Del resto l’operazione “tintarella breve ma intensa” è appena cominciata, e passo tutta la mattinata con un leggero fastidio allo stomaco. Poi il leggero fastidio si trasforma, e passo tutto il pomeriggio con dei fortissimi crampi alla pancia, per poi terminare in bellezza verso mezzanotte.

Ecco, io a mezzanotte del mio secondo giorno di vacanza dell’unica settimana di ferie dell’anno stavo chiusa in bagno a vomitare tutto il mare, e parte della mia anima.

E pensavo: ma come sono fortunata.

Intanto l’amato consorte mi aveva comunicato di aver ricevuto una telefonata che diceva più o meno così:

“Salve, abbiamo trovato la tua pratica, quella per pigliarti la patente per la moto, forse fai l’esame tra due giorni”.

Tra lo stupore e i torcimenti di stomaco, imploro l’amato consorte di seguire almeno una volta nella vita un mio consiglio, che consiste nel non rivelare a nessuno della notizia e di giurare gesù che mai avrebbe fatto parola della cosa, finché non avesse stretto tra le mani il tanto agognato permesso di scorrazzamento.

Lui giura gesù e si sta zitto.

Io intanto piano piano guarisco e faccio shopping con mamma, comprando un carinissimo vestitino bianco e rosso. Il quarto presente nel mio armadio: bianco e rosso is the new black.

Quarto giorno, tanto mare, tanto sole, tanta ansia.
Io a fare la vongola e lui a fare questo benedetto esame, in un posto assurdo, in un orario assurdo e con un caldo assurdo.

Tra un bagno e l’altro (chi nel mare, chi nel sudore) l’esame va bene e finalmente, il giovane motociclista, può dare libero sfogo urlando la notizia sui social network con gli amici e i parenti tutti.

Io intanto sono finalmente color “essere umano a sangue caldo” e mi riposo sul balconcino del monolocale procidano ascoltando i discorsi dei vicini:

“Domani facciamo una bella insalata, patate, pomodori, così mangiamo presto che quello giovanni deve partire”
“A che ora parte?”
“Te l’ho detto adesso”

“E non ho sentito. Tu hai detto che mangiamo presto…”
“Io ti ho detto: Domani mangiamo presto che giovanni alle 5 parte!”
“Ma… io non ti ho capito… ma…”

“Fai sempre così!!! IO HO DETTO…”
“Nonna ma la vuoi finire? Perché stai urlando col nonno?”
“Ma quello tuo nonno non sente!”
“Ma io… ma… l’insalata…”

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Sveglie aggressive

Oggi è giorno di liste, perché a noi le liste ci piacciono un sacco.

Prendiamo ad esempio una lista di guai tipo questa:

  • morìa di parenti di vario genere
  • balle di fieno rotolanti all’interno del conto in banca
  • malattie non mortali di origine psicosomatica tipo: gastrite, colite, mal di testa, mal di schiena, e pucundria generale

E mica questi sono guai, dirà qualcuno.

Lo so, risponderò io. Però sono scocciature che poi, col passare degli anni, ti conducono alla stesura di liste dei desideri tipo la seguente:

  • desiderare di prendere un parente stretto e fargli ripetutamente capa e muro
  • desiderare di prendere un parente acquisito e fargli ripetutamente capa e muro
  • desiderare di riprodursi
  • desiderare di prendere a paccheri l’imbecille di turno che ti chiede perché, alla tua veneranda età, ancora non tieni figli. E soprattutto che li devi fare mò mò, perchè i figli si fanno da giovane. Ma i cazzi tuoi no?
  • desiderare di fare smettere la gente di meravigliarsi quando dico quanti anni ho, che ho capito che non li dimostro, evviva evviva, ma mò smettiamola grazie.

Potrei continuare per pagine e pagine, ma non credo che questo possa portare qualche miglioramento al mondo.

Quindi non lo farò.

Magari a qualcuno di voi piacerebbe che io mi dilungassi nei dettagli per ognuno di quei punti della lista. Ma contemporaneamente, qualcun altro al solo pensiero si è preparato tutto l’occorrente per spararsi un colpo in testa, quindi non approfondirò.

Parliamo invece del fatto che oggi è un giorno di festa e ieri sono andata a dormire alle 2:00. Tanto oggi sarebbe stato un giorno di festa. Così ho messo la sveglia alle 10:00 ma mi sono svegliata alle 8:30 leggermente nervosa.

Non penso di essere strana se mi sveglio nervosa perché a svegliarmi, leggermente prima del previsto, sono state delle urla fortissime provenienti dal piano di sotto.
Al piano di sotto c’è un ragazzo che ha dei problemi e che di solito non si vede e non si sente. Poi alle volte però capita che si mette a urlare tantissimo e fortissimo.

Ecco io sinceramente non lo so che succede al piano di sotto. Non so se grida perché deve prendere qualche medicina e non vuole. O perché deve andare da qualche parte e non vuole. Forse perché deve farsi una doccia e non vuole.
So soltanto che a volte dice di no e quindi mi viene da pensare:

“Signora bella, mamma o parente di questo povero ragazzo, ma proprio nei giorni di festa alle 8:30 di mattina lo vuoi convincere a fare qualcosa che non ha nessuna voglia di fare?”

Ecco, io la signora la piglierei e la farei fare capa e muro.

Bho, forse sono una brutta persona, sono come quelli che picchiano i bambini, investono i gatti e sparano ai passerotti.
O forse semplicemente non trovo giusto farlo urlare in quel modo.

Io sono cresciuta in una famiglia dove non si urlava mai, piuttosto ti fai venire l’ulcera ma urlare no.
Io quando stavo da mamma, e ci sono stata per 29 anni, al piano di sotto tenevo una famiglia di pazzi veri, che urlavano sempre, soprattutto la notte.
Io poi mi dovevo svegliare alle 7:00, prima per andare a scuola, poi per andare a lavorare.

Ecco un breve estratto di un mio vecchio scritto:

“Tutti i giorni, almeno una volta al giorno, quando non lo fa tutto il giorno, l’inquilina del piano di sotto grida come un’indemoniata.
Mi hanno detto: poverina è malata.
Ci sono dei malati che hanno dei picchi di malattia verso le 8 del mattino e verso le 2 di notte.
Io non chiedo tanto, magari a volte sono eccessiva quando mi sveglio e prego dio di portarsela nel regno dei cieli, poi mi ricordo che non sono cattolica e allora dico: diventasse almeno muta. (Lunedì 10 marzo 2008)”

Io poi sono andata a convivere con una specie di monaco tibetano che è più silenzioso di me e quando parla non parla, murmurea.

Il più delle volte quando mi dice qualcosa io mica lo capisco, vado a intuito.

Io poi la prima casa che ho preso assieme all’uomo silenzioso, l’ho presa coi dirimpettai più assurdi del quartiere. E la seconda casa, la casa di mò, pensavo che era un giardino dell’eden di periferia. Poi stamattina mi è venuto praticamente un panteco e quindi ho pensato che dovevo condividere con voi i miei desideri strani.

Sarebbe carino fare uno spin-off di questa storia, una cosa tipo:

“La giovane donna che mandava la gente al CTO”

Il tappeto rosso

Parecchi anni fa comprai un tappeto. Un tappeto rosso. Da Ikea. Ora è fuori produzione.

Mi serviva per la mia cameretta. Serviva non è esattamente la parola giusta, perché un tappeto mica serve. Un tappeto non serve a un cazzo. Però è bello.

Un tappeto è una di quelle cose che rendono la stanza accogliente, calda e colorata. E’ bello metterci sopra i piedi scalzi quando scendi dal letto, è coccoloso.

Tutti vogliono un tappeto, tranne quelli a cui non piacciono i tappeti. Quelli non lo vogliono.

Io essendo una di quelli che invece gli piacciono, quando ho cambiato casa per passare dalla cameretta all’appartamento col consorte, l’ho arrotolato e me lo sono portato dietro, assieme al divanetto spaccaschiena.

Ne abbiamo passate tante insieme, io e il mio tappeto.

Mi ricordo di quella volta in cui l’ho ricoperto di bicarbonato, perché internet aveva detto che facendo così, lui sarebbe diventato pulito, profumato e raggiante.

‘Na gran cazzata.

Ci misi mezza giornata a rimuovere il bicarbonato. Con l’aspirapolvere che bestemmiava in tutte le lingue conosciute, dal linguaggio binario al greco moderno.

bicarbonato tappeto

Col passare degli anni poi il nostro rapporto è cambiato. Non lo amavo più come un tempo e piano piano è venuta fuori l’esigenza di sbarazzarsene.

L’ho regalato e ora sta a casa di un amico.

Forse l’anno prossimo ne comprerò uno nuovo, se per qualche ignoto motivo dovessero avanzarmi dei soldi. Intanto spero stia bene, si sia ambientato nel suo nuovo salotto, e abbia fatto almeno un po’ amicizia col divano e il gatto.

Prime volte in cucina

Miei carissimi lettori, anche oggi vi allieterò con qualche foto della mia umile dimora.

Non che io sia improvvisamente diventata una fotografa di successo. Ma semplicemente perché, come ho già detto qualche tempo fa, alla mia casetta piace mettersi in posa e farsi fotografare.

Possiamo dunque ammirare, nelle seguenti foto, una cucina carina, pulita e innegabilmente ordinata.

cucina

Un ambiente a parer mio pronto a ricevere ogni genere di visita, dal lontano parente al fattorino della pizza.

Peccato che per qualche assurdo motivo, io sia stata colpita da una sorta di maledizione, che tende a far coincidere le visite con il totale caos.

Per spiegarvi meglio vi racconterò una storia.
Una di quelle storie con la fanciulla in pericolo, il mostro e l’eroe.
Siete felici?

Siatelo.

C’era una volta una donna moderna, che aveva deciso di andare in palestra, ma prima di recarsi in questo luogo di perdizione e tonificazione muscolare, ebbe un’idea geniale:

“Lascerò le finestre aperte così da far arieggiare la casa durante la mia assenza e quando tornerò sarà fresca e profumata!”

Si disse soddisfatta la giovane donna e così fece.

Dopo circa 70 minuti la nostra donna moderna rientrò in casa. Stanca e sudata, decise che era entrata abbastanza aria. Chiuse la camera da letto, chiuse il salotto. Si recò in cucina per chiudere anche quella finestra e ci fù la terribile scoperta: comodamente aggrappato alla tendina esterna c’era un grillo.

Panico.

Che si fa in questi casi?

  1. Arrestare il principio di infarto.
  2. Chiudere la finestra con un’abile mossa ninja così da lasciare l’orrenda bestia all’esterno.
  3. Mettere una sedia davanti al balcone, perché nei film quelli inseguiti dai mostri bloccano sempre le porte con molti mobili.
  4. Tranquillizzarsi pensando che quando il consorte tornerà si occuperà del problema.

“Posso aspettare”

Si disse la tremante fanciulla, ma proprio mentre formulava questo tenero pensiero, si accorse di due piccoli particolari.
Il primo riguardava la finestra, che c’avrà tipo 50 anni e non si chiude bene.
Il secondo riguardava la bestia, che aveva deciso di farsi una passeggiata proprio verso lo spazio lasciato dalla chiusura difettosa della finestra.

Panico II – il ritorno dell’extrasistole.

Ora fortuna vuole che la giovane donna fosse circondata da innumerevoli vicini, e quindi pensò bene di schizzare fuori dall’appartamento e incollarsi al campanello della signora della porta accanto, costringendo lei e relativa figlia a seguirla in casa per scacciare il temuto mostro.

Fu proprio in quel momento, mentre le coraggiose eroine, armate di scopa, rispedivano all’esterno l’invasore, che la giovane donna si guardò attorno e vide il caos.

Piatti sporchi, piano cottura incrostato, bicchieri ovunque, buste con raccolta differenziata, buste con altra roba, strofinacci appallottolati, una padella incrostata dalle scaloppine della sera prima, bottiglie vuote e ovunque, dune di briciole di pane.
Forse c’era anche un secchio con l’acqua e il detersivo. Ma soprattutto, al centro di questo mare di schifo, c’era la mia vicina. Il primo giorno che entrava in casa mia. Ovviamente.

Vacanze settembrine

Da qualche anno, per alleviare la calura estiva, ho l’abitudine di passare qualche giorno al mare con mia madre mentre il Consorte resta a casa solo soletto a rimpinzarsi di pizza e serie tv.

Di solito sono pochi giorni, quest’anno invece sono state ben due settimane.
E’ stato troppo? Forse si. Ci ha fatto bene? Forse si.

Due settimane di sole sul 95% del corpo.

Una roba che i miei melanociti appena sentita la notizia hanno organizzato una riunione per decidere con che sostanza doparsi.

Stavolta niente diluvi universali ad anticipare la mia partenza, e se tralasciamo un piccolo problemino con la TV che ha deciso di farsi 20 giorni di assistenza tecnica, i preparativi sono stati tranquillissimi.

In fondo le cose fondamentali da fare prima di lasciare un uomo da solo 15 giorni sono poche:

  • mettere le lenzuola pulite
  • pulire il bagno
  • comprare svariati etti di carne e infilarli nel freezer
  • preparare qualche sughetto e congelarlo in monoporzioni

Poi ovviamente ci sono le raccomandazioni.

Certo le raccomandazioni di solito variano da donna a donna. Io stavolta ho scelto di evitare l’elenco, che poi viene ignorato per un buon 50%, e di concentrarmi su un unico concetto ben scandito:

“Mi raccomando non farmi trovare piatti sporchi. Fai disordine, sputa per terra, alleva gli stafilococchi in bagno. Quello che ti pare, ma niente piatti sporchi.”

Poi bacini bacetti e sono andata a stendermi al sole.

Dopo una settimana il mio colore passa da “pavesino” a “gran turchese” e ne vado molto fiera, consapevole del fatto che non riuscirò ad arrivare al livello “plasmon” con soli 15 giorni.

Intanto il Lavoratore abbandonato si comporta da perfetto casalingo. Quotidianamente si prepara da mangiare coinvolgendo nell’avvenimento buona parte dei suoi contatti facebook e sviluppa un sano pollice verde preoccupandosi di innaffiare le piante.

I giorni passano e la biancheria pulita giunge al termine, così mi chiama e mi chiede istruzioni dettagliate riguardanti il funzionamento della lavatrice.

Dopo qualche ora, il panico.

“Pronto?”
“Non si apre più…”
“Cosa?”
“La lavatrice.. non si apre più..”

“Uhmm, ma la luce lampeggia o è fissa?”
“…lampeggia… che devo fare?? CHE FACCIO??”

(intanto rumori di sottofondo che descrivono la colluttazione umano contro lavatrice)

“Ma è strano, dagli qualche minuto. Magari hai forzato quando non lampeggiava e si è bloccata…”
“MA CI SONO TUTTI I PANNI DENTRO!!! MI SERVONOOO!!!! AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! GRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!”

A quel punto davvero non mi reggevo più dalle risate. Risolviamo la situazione facendo fare un risciacquo in più, e fortunatamente stavolta l’oblò si apre normalmente, come aveva sempre fatto.

I giorni continuano a passare e comincio a sentire il bisogno di tornare a casa mia, una qualunque delle mie case, che sia quella dove mamma mi ha cresciuta o quella che divido con uno scassinatore di lavatrici, l’importante a questo punto della vacanza è tornare ad avere una doccia funzionante, un divano comodo e un letto meno “mollo”.

La vacanza finisce e prima ancora di mettere piede a casa, faccio una sorpresa al consorte andando a prenderlo al lavoro.

Bacini, bacetti e poi mentre prendiamo un caffè mi dice con uno sguardo un po’ sfuggente un po’ timoroso:

“Ehm, come finiva la frase? Quella della casa. Dei servizi da fare. Va bene tutto, tranne?? Tranne????”

Il sacro riposo del sabato mattina

Erano già un paio di giorni oramai che ci giravo intorno. Non trovavo il giusto modo di confessarvi che ultimamente le mie giornate sono tutte abbastanza piatte. Che dovevate rassegnarvi al fatto che, l’argomento più esilarante che avrei proposto, sarebbe stato un elogio alla mia famosa e rinomata Pasta e Patate.
Chissà, magari ci avrei infilato anche qualche piccolo segreto dello chef tanto per allungare il brodo.

Ma invece no.

Ecco che la divina provvidenza, o che dir si voglia fato/sfiga/destino o più semplicemente ciorta, arriva sorridente a turbare il sacro e meritato riposo del sabato mattina.
Non che questo venerdì abbia fatto chissà cosa. Non dimentichiamo che alla mia veneranda età, sono sempre meno le occasioni per andare in giro a fare baldoria fino all’alba. Ma nonostante ciò, il sabato mattina mi piace lo stesso restare nel letto fino a tardi, senza fare nulla.
Magari leggere un po’ o guardare un telefilm. Oppure, fissare intensamente le ante dell’armadio, che dopo il trasloco, hanno deciso di non essere più perfettamente allineate, e cercare di ripararle con la forza del pensiero.

Insomma, proprio mentre mi godevo il mio tipico sabato mattina, sento il campanello.

Il mio primo pensiero va ai soliti testimoni di geova del fine settimana, e quindi decido di ignorare la timida scampanellata, pensando che, se fosse stato qualcun’altro, avrebbe senz’altro riprovato.

E infatti.

Nemmeno il tempo di terminare il primo pensiero che il campanello si trasforma in una specie di martello pneumatico sonoro!
din din din din din din!

Balzo fuori dal letto e percorro il corridoio immaginando incendi, alluvioni, terremoti, invasioni di dinosauri e chiedo:

“Chi è???”
“La C3 davanti alla fermata del pullman! E’ vostra?”
“SI!”
“C’è il carro attrezzi. Toglietela!”

– PANICO –

Il consorte si infila i vestiti sopra al pigiama, afferra le chiavi e si precipita giù. Contemporaneamente io mi fiondo fuori al balcone pronta ad urlare al carro attrezzi di fermarsi.
Guardo giù e non c’è nessun carro attrezzi.

Ho qualche secondo di smarrimento e continuo a fissare la macchina, perfettamente attaccata al manto stradale, cercando di vedere anche il carro attrezzi. Poi ruoto leggermente la testa e mi accorgo che, davanti al Bar, ci sono almeno una decina di ragazzi che si sbracciano e cercano di attirare la mia attenzione indicando la macchina.

In quel momento mi sono resa conto di essere uno spettacolo raccapricciante:

  • pantaloni del pigiama rossi
  • maglietta blu
  • vestaglia a quadretti grigi e fucsia
  • capelli forma del cuscino style

Mi trattengo dal morire di vergogna e comunico timidamente che il consorte sta scendendo a spostarla.

Fatta ormai la figuraccia, resto fuori a seguire l’evolversi della faccenda.

Il consorte si dirige verso la macchina, un tipo si dirige verso il consorte, consorte e tipo parlano, il consorte sposta la macchina.
Il suddetto tipo era un vigile urbano in borghese che AVREBBE chiamato il carro attrezzi. Fortunatamente si è limitato a rimproverare selvaggiamente il consorte, che ha promesso di non farlo più.
Ma quando la sera non c’è nessun posto disponibile uno che deve fare? Smontare la macchina e salirsela a casa??

Comunque tutto bene quel che finisce bene. Solo che ora, dovrò passare il resto della giornata, a cercare di trasformarmi in una strafiga per poter passare di nuovo davanti al Bar, senza essere immaginata con la vestaglia e i capelli da pazza!

Piacere, Contratto.

Quando pronunciamo la parola “casa”, solitamente, tendiamo ad associarla a sensazioni rassicuranti: un bagno caldo e rilassante, una bella porzione del nostro piatto preferito, la tranquillità del poter fare quello che vogliamo e di non fare quello che non vogliamo.

Ma tutto questo benessere ha sempre un prezzo, e anche un nome, si chiama Contratto.

C’è il contratto d’affitto, che ti permette di avere la casa, poi quello dell’acqua, così puoi lavarti, poi quello del gas, così puoi anche cucinare, e quello della luce, della spazzatura, del telefono e chi più ne ha più ne metta. Anzi, chi più ne vuole più ne faccia!

Tanto non bisogna neanche cercarli, perché sono loro che trovano te.

Squilla il telefono? E’ sicuramente Sky che tenta di rifilarti il pacchetto calcio.

Suonano alla porta? E’ sicuramente quello della Folletto che tenta di rifilarti un aspirapolvere, ma questo non c’entra..

Suonano ancora alla porta? Apri conciata come una colf:

  • mollettone tra i capelli
  • tutina macchiata
  • un elegantissimo paio di guanti Marigold a proteggere le tue delicate manine che impugnano uno scopettone per lavare il pavimento

Ti ritrovi davanti un omino Wind che ti guarda sorridente e ti chiede:

“C’è la mamma?”

Ti trattieni dal picchiarlo con lo scopettone.

Poi capita che suonano alla porta ed è un omino Enel, e ti fa piacere, un po’ perché ti chiama Signora, e un po’ perché il precedente inquilino, ha avuto la simpatica idea di andarsene senza chiudere il contratto con il SUO gestore di fornitura di energia elettrica.

Mi spiego meglio.

Per via del libero mercato, se il precedente inquilino se ne va senza chiudere il contratto (e senza avere intenzione di farlo), tu, sfortunato nuovo inquilino, devi prima diventare cliente del gestore del precedente inquilino, e poi, successivamente, puoi sceglierti il gestore che preferisci.

Tenersi il gestore dell’altro inquilino e basta no? Direte voi.
No, diremo noi, che abbiamo abbracciato l’omino Enel dicendo:

“Ti prego riprendici con te! ti vogliamo bene!”.

Tra una bussata di porta di qua e una telefonata di là, le nostre giornate estive trascorrono tranquille, senza impegni e senza vacanza, perché certe volte devi scegliere, o fai il trasloco, o fai la vacanza, tutt’e due no perché sennò ti spari le pose*.

Poi la mia mamma mi propone di passare 3 giorni al mare con lei, e io veloce come un lampo prenoto albergo e traghetto, mentre l’Amato consorte cerca nell’armadio la canottiera macchiata di sugo.

Che è successo stavolta? Si chiederà qualcuno.

E infatti, puntuale come un orologio svizzero, due giorni prima della partenza, addio calura estiva e si scatena il diluvio universale.

Dalla finestra osservo la strada sottostante, che piano piano si trasforma in un fiume in piena, dove flaconi vuoti di detersivo navigano spensierati verso nuovi lidi. Poi arriva l’Amato consorte e mi fa:

“Ma lo sai che l’ultima volta che ha fatto così è stato quando è andata via la corrente 3 giorni?”

Tempo 5 minuti, se ne va la luce.

E’ assurdo! sembra quasi che la mia assenza, o la mia potenziale assenza, sia collegata alla centrale elettrica del palazzo!

Pazientemente ci armiamo di buona volontà per trascorrere una simpatica serata a lume di candela.

L’unica candela che c’è in casa è Tindra, una di quelle profumate di Ikea che però c’ha lo stoppino consumato e fa una luce inutile. La spegniamo.

Optiamo per una bella partita a NintendoDS. E’ un po’ accecante, li spegniamo.

Intanto…

Il panico da vacanza rovinata e assenza di elettricità, per non si sà quanto tempo, comincia ad aumentare. Così fantastichiamo su soluzioni alternative, tirando fuori la nostra parte peggiore:

  • una serie di kamikaze pronti a darsi fuoco per fare luce
  • un generatore a ruota con all’interno un instancabile cinese a mo’ di criceto…

Quando all’improvviso, mi capita sott’occhio (perché in verità dalla strada un po’ di luce entrava) la cartellina col contratto del nostro vecchio amico omino Enel.
L’afferro, la giro, eccolo! C’è il numero di telefono, ora li chiamo, si ma il cordless non funziona, aspetta, da qualche parte c’è un vecchio telefono fisso, fammi concentrare, dove l’ho messo, si è sicuramente lì, lo prendo, fammi luce, eccolo!

Risponde il robottino che mi dice che il guasto verrà riparato in 15 minuti.
Uhmmm…

Nell’attesa decidiamo di scendere a prendere una birretta al bar e di berla sul pianerottolo, che sinceramente il nostro pianerottolo è veramente accogliente, e passiamo un piacevole quarto d’ora in mezzo alle scale.

Poi all’una di notte torna la luce, e il tempo piano piano si rasserena.

La mia vacanza è salva e anche i 3 giorni di autogestione del consorte, che indossa soddisfatto la sua famosa canottiera.

*mettersi in mostra, pavoneggiarsi