Un bagno piccolo ma bellino

Qualche anno fa ho fatto una breve descrizione dei bagni che avevo avuto nel corso degli anni, per elencare i punti di forza di alcuni e i difetti di altri.

Ovviamente, ora che ho una nuova casa, mi sembra doveroso aggiungere un altro bagno alla lista.

Questo bagno è sicuramente più piccolo dei precedenti.

Non c’è lo spazio per la lavatrice, ma non importa, perché in questa casa la lavatrice abita nel ripostiglio. Un capiente ripostiglio dotato di porta scorrevole, così lei centrifuga in piena libertà e noi non impazziamo.

Non c’è lo spazio per la cesta della biancheria sporca, ma non importa, perché anche lei abita nel ripostiglio assieme alla lavatrice, quindi non ha nemmeno l’esigenza di essere una cesta carina.

E per terminare l’elenco delle cose che non ci sono, non bisogna dimenticare che non c’è la finestra, ma c’è un potente aeratore e un bel punto luce angolare (copiato pari pari dal bagno dello zio).

Insomma, il mio nuovo bagno è sicuramente un piccolo bagno, ma nonostante ciò è il più carino e il più comodo da pulire.

Finalmente ci sono i sanitari sospesi che da tanto desideravo e presto, spero, di poter aggiungere anche dei piccoli mobiletti (sempre sospesi) per contenere cianfrusaglie e asciugamani.

  

Per il momento ho preferito arredare il bagno riciclando le cose usate nei bagni precedenti, così da evitare quella scomoda situazione dell’acquisto frettoloso, che magari dopo un mese non ti piace più.

Il punto di forza di questo piccolo bagno è la doccia, bella, grande e comoda.

Peccato solo per un piccolo particolare che mi perseguita: l’acqua sul pavimento.

Si lo so, sembra assurdo. Uno si fa la casa da zero e ci si aspetta che funzioni tutto perfettamente. Ma invece no. Se c’hai una maledizione non c’è nulla da fare, ti devi rassegnare e ci devi convivere. Io dunque c’ho la maledizione dell’acqua che esce dalla doccia. Ma vediamo attentamente questa volta da dove esce.

La doccia è a forma di rettangolo.

Tre lati del rettangolo sono fatti di muro ricoperto di piastrelle. Fino a qui tutto bene.

Il lato restante del rettangolo è quindi quello con l’entrata della doccia: due belle porte in cristallo con apertura saloon.

E quindi da dove uscirà mai quest’acqua benedetta? Ma è ovvio: dagli angolini delle porte!

Secondo il mio modesto parere, durante la fase di montaggio, sono state tagliate male le guarnizioni inferiori delle due porte. Ma stavolta, invece di preparare bambolette voodoo con le fattezze degli operai, cerchiamo di vedere il lato positivo della faccenda. Stavolta il problema si risolve facilmente. Si posiziona fuori dalla doccia un tappetino (un po più grande del normale) e una volta terminata la doccia si prende il tappetino e si stende ad asciugare. Nulla di strano o faticoso.

Addirittura il problema stavolta può essere risolto radicalmente con l’acquisto di nuove guarnizioni. Addirittura senza nemmeno andare in ferramenta, visto che si trovano pure su Amazon.

Certo se in principio avessi acquistato una porta della doccia scorrevole, questo problema dell’acqua dagli angolini non ci sarebbe stato affatto. Ma vuoi mettere la carineria della porta saloon rispetto alla scorrevole?

La vera sciccheria sarebbe stata un’altra.

Evitare il piatto della doccia. Quello avrebbe avuto un senso. Un bel pavimento in resina per un effetto omogeneo fin dentro la doccia. Una leggera pendenza verso lo scarico e nessuna fuga. Le fughe nel bagno diventano uno schifo diciamocelo. Me lo sogno la notte un pavimento del bagno senza fughe.

Perché non l’ho fatto?

Cosa esattamente mi ha impedito di fare un pavimento in resina in un minuscolo bagno? I soldi? Gli operai? Il consorte? Il mio spirito guida? Il millennium bug? La demenza senile?

Dopo due anni ancora non lo so.

Un piccolo open space

Da qualche giorno ho comprato una chaise longue in rattan per prendere il sole sul balcone, però al sole fa caldo quindi ci prendo il fresco il pomeriggio. Ho pure in programma di andare ad acquistare 6 piantine di campanelle da appendere alle fioriere, appena riuscirò a sollevarmi dalla chaise longue per strisciare fino al vivaio.

Intanto che me ne resto sdraiata, mettiamo da parte il balcone e torniamo in casa per continuare l’esplorazione del nuovo appartamento.

Come avevo già anticipato, nello stesso ambiente della cucina troviamo anche il salotto, così da formare un piccolo open space discretamente luminoso, modestamente arredato e talvolta profumato di cipolla, ragù o alici fritte.

Il vero protagonista del salotto però non è l’odore del cibo, ma il panorama.

Una bellissima vista sulla città.

Capodimonte, il Duomo, il centro direzionale, il Vesuvio e il mare.

A molta gente il centro direzionale da fastidio, dicono che rovina il panorama. A me invece piace. E’ come un piccolo difetto che rende unico un bel viso.

Visto dalla collina del Vomero l’intero complesso conferisce al panorama della città un’aria piuttosto particolare per l’inevitabile contrasto esistente tra le antichità del centro storico di Napoli e la modernità dei grattacieli che si ergono imponenti, con il Vesuvio a fare da sfondo. (cit. wikipedia)

Il panorama è stato il motivo per cui ho deciso che il muro dell’ingresso andava assolutamente abbattuto, e forse inconsciamente, è anche il motivo per cui non chiudo mai le tende e non ho quadri alle pareti.

Perché in fondo, ogni volta che entro in salotto ho un enorme quadro di una città che amo.
Nonostante tutto.

Una città che ogni sera è un po’ Capodanno.

Così certe volte, mentre guardi un film, ti alzi dal divano e come una bambina felice esci sul balcone a guardare i fuochi d’artificio, anche se è giugno ed è giovedì.

L’unico quadro presente in salotto è Guernica di Picasso.

Una stampa che ci siamo portati dietro in tutte le nostre precedenti casette.

Eccolo nella camera da letto della nostra prima casa:

E successivamente nel salotto nella nostra seconda casa:

Poi in salotto anche nella nostra terza casa

(Si mi rendo conto che in questa foto non si vede né il divano né il quadro, ma visto che altre foto non ne ho bisogna un po lavorare di immaginazione)

E infine nel piccolo open space discretamente luminoso, modestamente arredato e talvolta profumato di cipolla:

In realtà, se proprio vogliamo essere precisi, quella stampa abitava in questo appartamento già prima della ristrutturazione. Proprio in camera del consorte, che a quei tempi non conosceva ancora parole come fidanzata o convivenza.

Per il momento dubito che metterò altri quadri.

Non mi piacciono le pareti piene di cose, mi opprimono, preferisco qualche mensola ben posizionata, con sopra pochi oggetti con cui ho un legame affettivo.

Dopo aver scritto questa frase, sto immaginando il consorte che legge questa pagina di diario e alle parole “ben posizionata” rabbrividisce.

Credo che per lui, quel pomeriggio trascorso a mettere 3 mensole su un muro innalzato di fresco e assolutamente candido, sia stato assolutamente infernale. Soprattutto considerando che c’era la consapevolezza di doverle mettere PERFETTAMENTE ALLINEATE ED EQUIDISTANTI, per non scatenare l’ira funesta della sua dolce pulzella.

Me lo ricordo ancora armato di livella che invocava divinità casuali da Cthulhu a San Gennaro.

Sempre esagerato…

Ma non perdiamoci nei ricordi e torniamo al salotto.

Oltre a mantenere una certa sobrietà nella scelta degli arredi e dei soprammobili, tra i quali possiamo notare una Morte nera, un Jeeg Robot e una catapulta di legno (tutta roba serissima), ho cercato di mantenere anche una sorta di continuità tra il salotto e la cucina, scegliendo di utilizzare solo 4 colori:

  • Bianco – per la cucina, le sedie e gli infissi
  • Nero – per tavoli e librerie
  • Grigio – per il pavimento e i tessuti
  • Arancione – per il mio adorato frigo vintage

Viene da se che in questa palette di colori tra il sobrio e il funereo, le fodere rosse del divano fossero leggermente fuori tema.

Urgeva quindi un restyling.

Immediatamente ci complimentiamo con noi stessi per aver scelto, a suo tempo, un divano che fosse sia modulare che completamene sfoderabile, e compriamo delle fodere nuove.

Compriamo nel senso che…

Io vado con mamma all’Ikea e mi sbizzarrisco nel creare composizioni di tessuti grigi.
Fotografo tutte le composizioni possibili e le invio su WhatsApp al consorte.
Mia mamma finge di testare un divano a caso.
Il consorte dopo aver visto le foto, risponde e confessa che gli sembrano tutte uguali.
Scelgo io e torno a casa.

Il risultato finale è un salotto un po’ confuso, un po’ serio, un po’ bellino. E le vecchie fodere le tiriamo fuori a Natale.

La divisione del balcone

Riprendiamo la descrizione della casa (che avevamo interrotto per dedicarci ad una profonda riflessione antropologica) e soffermiamoci quest’oggi sugli spazi esterni e il loro utilizzo.

Avete presente quelle famiglie in stile mulino bianco?
Non quelle strane con l’attore e la gallina, quelle di prima, che la mattina si fanno i sorrisi a 32 denti, mangiano tutti insieme, si vogliono bene.
Quelli che si fanno le vacanze al mare insieme portandosi dietro pure i parenti acquisiti, tipo il fidanzato della nipote della cugina di terzo grado.

Ecco, io invece la mattina sto nervosa e non parlo finché non finisco il caffè.

Si ok, sono fatta male, non l’ho mai negato.

Ci sta chi nasce che gli piace la gente e chi no.

Evidenziato questo particolare lato del mio carattere, viene spontaneo intuire che quando abbiamo progettato la casa nuova è sorto un piccolo problema, riguardante la divisione del balcone in comune.

Se tu prendi un grande appartamento e ne ricavi due è ovvio che dividi anche lo spazio esterno. Sia proprio per una questione legale di metri quadri, tasse e mappe catastali, sia per un fatto puramente di privacy.

Non che io voglia stare in mutande sul balcone, però insomma, dato che non si vive tutti insieme in casa, non si vive tutti insieme nemmeno sul balcone.

Mi ricordo che un giorno ero a casa di un’amica e stavamo prendendo il caffè in cucina con sua madre. Improvvisamente un’altra signora bussa con le nocche sul vetro del balcone, infila la testa in casa, chiede una cosa e poi va via. Evidentemente la mia espressione perplessa (visto che eravamo al 4 piano) non passò inosservata. Così mentre finivo il caffè, la mamma della mia amica mi spiegò che quella signora era una parente, che non abitava con loro, ma nell’appartamento accanto, e poi sospirando disse:

Non dividere il balcone è stato un errore di gioventù.

Figuriamoci se quando si stava progettano casa non mi è subito tornata in mente questa vicenda. Ho dunque fatto una rapida valutazione della nostra età e ho stabilito che potevamo ancora essere definiti giovani. Così abbiamo cominciato a prendere in considerazione qualche tipologia di divisione per il balcone.

A questo punto del racconto è bene precisare che, quando si parlava di dividere il balcone, il mio dolce consorte diceva:

Facciamo un muro!

E la famiglia di fianco era la sua eh…
Quindi io sarò fatta male, ma lui manco è un santo.

Vediamo quali furono le opzioni proposte:

  • Un muro
  • Un grigliato di legno
  • Una rete
  • Delle piante

Ovviamente, una delle opzioni più classiche, la separazione da balcone per eccellenza, quella fatta di vetro smerigliato con struttura esterna in ferro, un classico intramontabile presente nell’80% dei condomini, non fu minimamente presa in considerazione. Quella è brutta, dicevano.

Il muro ovviamente non fu costruito, perché oltre a creare una separazione permanente del balcone, avrebbe creato una separazione permanente in famiglia, così il dolce consorte andò a riporre mattoni e cazzuola.

Il grigliato di legno fu acquistato, ma dopo aver soggiornato sul balcone per mezza giornata fu giudicato troppo alto. Lo rimettemmo in macchina, jastemmammo qualche santo, lo riportammo al negozio e fu cambiato con 4 sedie di plastica.

La rete e le piante non furono nemmeno prese in considerazione. Mi sembra superfluo spiegare perché.

Urgeva un’idea decente.

Nell’attesa di trovare una soluzione che mettesse tutti d’accordo, per impedire all’allora piccolo micetto, che soggiornava nella casa accanto, di venire a romperci i cogl… ehm… di sconfinare nella nostra parte di appartamento, fu installata una struttura removibile composta da svariate confezioni di piastrelle avanzate.

Col tempo siamo giunti alla conclusione che la perfetta struttura definitiva sarà non solo bella ma anche comoda, perché ci si potrà anche sedere.

Al momento però non è economicamente possibile, perché ci sono altre priorità.

Quindi, rimossa la composizione di piastrelle, ci siamo accontentati di un’altro grigliato di legno, più basso del precedente.

nicolino

Periodicamente tentiamo di farci crescere sopra delle piante rampicanti. Che poi ovviamente muoiono.

 

Infissi o vuvuzelas?

I giorni successivi al trasloco passarono sereni e in tempi brevi riuscimmo a sistemare le nostre cose in casa, liberandoci dei numerosi e ingombranti scatoloni.

Intanto, il caldo estivo e la voglia di vacanza, non mi permettevano di innervosirmi più di tanto ogni volta che trovavo in giro un piccolo difetto. Riuscivo a passare sopra alla verniciatura sbagliata della porta di ingresso e alla pessima rifinitura di un bordo di piastrelle in bagno.

Guardavo questi dettagli e pensavo che prima o poi sarei riuscita a sistemarli.

Poi guardavo gli infissi e mi deprimevo. Tre giganteschi infissi di alluminio marrone scuro che non erano stati eliminati durante la fase di demolizione nel corso dei lavori in casa.

Più li guardavo e più mi sentivo sconfitta.

Si ok, lo so di essere una persona leggermente pesante e pessimista. Lo so che non è affatto facile farmi accettare un consiglio se non lo ritengo valido. Ma soprattutto, so che è praticamente impossibile costringermi a convivere con qualcosa a parer mio difettoso, senza farmelo maledire ogni santo giorno.

A questo punto mi sembra doveroso chiarire il significato del termine difettoso.

Si definisce difettoso un infisso quando:

  • nonostante sia chiuso, puoi avvicinarti ad uno qualunque dei suoi lati e sentire il vento in faccia
  • sempre tenendolo chiuso, puoi rallegrare le tue ventose serate invernali o estive, ascoltando gli infissi che producono un suono identico a quello delle vuvuzelas durante i mondiali del 2010

Quindi mi sembra chiaro che non mi stavo facendo condizionare da un problema puramente estetico. Era proprio una questione di pessima prestazione dell’oggetto. Del resto, se nasci infisso, devi fare 1 cosa nella vita: chiuderti bene. Se non lo sai fare, vuol dire che il tuo creatore ha sbagliato mestiere.

Era proprio questo il semplice concetto che avevo posto alla base della mia personale battaglia durante la progettazione dei lavori.

Si erano così create due fazioni ben distinte.

Da un lato c’erano gli operai, i familiari e il consorte che dicevano:

Conserviamo i vecchi infissi, così risparmiamo. Probabilmente con una sistemata torneranno come nuovi.

Dall’altro lato c’ero io, sola soletta, che cercavo di far capire che non era una scelta saggia:

Sono progettati male, assemblati male, montati male, esteticamente brutti e quando tira vento fanno un suono che spinge al suicidio. Devo aggiungere altro?

In fin dei conti, stavo davvero cercando di risparmiare su tutto per riuscire a spendere il meno possibile, ed ero più che sicura che il costo degli infissi nuovi non ci avrebbe reso irrimediabilmente poveri.

Purtroppo, vista l’inferiorità numerica, e secondo me pure un poco il fatto che sono femmina e bassa, la fazione vincente fu quella capeggiata dal consorte. Così al termine dei lavori, all’interno di una casa moderna, dai toni freddi e abbastanza minimale, c’erano 3 enormi e difettosi infissi marroni.

L’estate intanto passava e io avevo accettato la sconfitta, seppure continuassi a soffrire silenziosamente.

Ma finita l’estate giunse l’inverno e il suo implacabile vento.

Un vento che inesorabile dava fiato alle trombe, quelle descritte sopra, integrate negli infissi. Quegli stessi infissi che il consorte aveva scelto di preservare da una dignitosa rottamazione, ma che nessuno era riuscito a riparare. Gli stessi infissi che, senza alcuna pietà, una volta decisero di tenerlo sveglio per una notte intera.

Le provò tutte.

Dal cuscino premuto sulle orecchie fino all’estrema decisione di uscire in pigiama sul balcone, armato di nastro adesivo, per cercare di tappare gli spifferi che producevano l’infernale strombettio.

Finché al sorgere del sole, stremato e sconfitto, mi guardò e disse:

Vestiti, andiamo a comprare gli infissi nuovi.

L’arrivo della cucina nuova

Il giorno che la cucina nuova è arrivata nella nuova casa è stato un giorno iniziato tra imprecazioni di vario genere. Infatti nella vita non si può essere sempre felici, altrimenti la gastrite ci rimane male.

Avevo passato i giorni precedenti alla consegna a dire cose tipo:

Mi raccomando, l’11 giugno arriva la cucina, mettete le lastre di Kerlite sulla parete! Mi raccomando controllate pure che le prese elettriche siano tutte funzionanti! Io poi passo un’ora prima della consegna a pulire.

Giunti alla mattina della consegna mi sveglio fiduciosa e rilassata, mi armo di stracci e buona volontà e vado a casa nuova per dare una pulita al pavimento dove verrà montata la cucina.

Apro la porta di casa e guardo la parete che ospiterà la cucina. Mi avvicino e guardo meglio la parete che ospiterà la cucina… e in circa 10 secondi avevo convocato i santi di gennaio e febbraio.

Indecisa se cominciare il calendario di marzo o telefonare a qualcuno, alla fine opto per telefonare in modo assolutamente pacato al direttore dei lavori (o’ Mast).

“Pronto?”
“PRONTO!!! POSSO SAPERE PERCHE’ LA PARETE DIETRO LA CUCINA E’ MACCHIATA DI CAFFE’ ?????”

“Eh? Ma che dici? Io sono passato ieri mattina ed era tutto ok…”
“E MO’ E’ PIENA DI CAFFE’ !!!!!! Sulla parte del muro, non sulle piastrelle, quindi non si pulisce.”

“Vabhè calmati  tanto quel punto verrà coperto. Fammi chiamare i ragazzi e chiedo cosa è successo.”

Dopo qualche minuto si svela l’arcano.

Il responsabile del misfatto era stato l’elettricista, che aveva ben pensato di far precipitare dalla scala un bicchierino di caffè, evitando poi di avvertire telefonicamente perché pensava che tanto il giorno dopo qualcuno avrebbe sistemato il muro.

Peccato che il “giorno dopo” non sarebbe stato il solito giorno di lavoro. Sarebbe stato il giorno in cui, tutti gli operai restano comodamente a casa, e al loro posto arrivano quelli che montano le cucine.

Dovevo dunque rassegnarmi a convivere con la macchia, placare la mia ira e riflettere sul fatto che effettivamente era una piccola superficie maculata, che sarebbe stata completamente coperta dalla colonna forno.

Così cominciai a concentrarmi su altri dettagli della parete…

Tipo che dietro la cucina non c’erano i battiscopa.

Il battiscopa, quel coso di 7 cm di altezza per 60 di lunghezza dello stesso colore e materiale del pavimento. Quel coso che protegge il muro dall’acqua quando lavi il pavimento. Quel coso che sul balcone ci sono 2 pacchi INTERI avanzati… dietro la cucina NON CI STA!

Dice che non si mette…

Non è che voglio mettere in dubbio questa cosa, per carità. Metti che tutta la scienza edile si fonda su sto postulato che dietro le cucine non si mettono i battiscopa, chi sono io per sostenere il contrario. Dico solo che, visto che ci sono 2 pacchi avanzati… 3 metri di battiscopa potevi pure sprecarli. Ho superato le macchie di caffè sul muro, vuoi vedere che non posso superare sta cosa del battiscopa?

Occhio non vede, cuore non duole.

Stai lì, tutta calma e serena, a guardare due omini forzuti che ti montano la tua nuova cucina luccicosa, quando noti un altro piccolo dettaglio…

La fuga tra il soffitto e le lastre di kerlite non c’è.

E vabhè che qualche schizzo di caffè sul muro dietro la cucina non si vede… e vabhè che una striscia di battiscopa sotto la cucina non si vede… ma la fuga tra il muro e il soffitto…

Quella si vede. Mannacciatuttcos!

Ma non facciamoci intossicare da certi futili dettagli, piacevoli come un sasso nella scarpa e completiamo il racconto tirando fuori qualche vecchia foto, così da sottolineare l’evoluzione nel corso degli anni.

Ecco la prima cucina, presa all’Ikea nel 2009 e collocata all’interno dei miei primi 50 metri quadri.

Successivamente al primo trasloco, ecco la cucina rivisitata, completa di un secondo Top, una lavastoviglie e uno sfornatutto.

cucina

Ora sarebbe il turno delle foto della cucina all’interno dei miei secondi 50 metri quadri, dopo il secondo trasloco, ma non ne ho trovate. Non è stato un buon periodo quello, quindi meglio passare direttamente alla fase successiva.

La fase della cucina bella:

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare un tavolo ci vuole il legno… per fare il legno ci vuole l’alberooo… a no, non era questa, ricominciamo.

Per fare una casa ci vogliono i soldi, per fare i soldi ci vuole il mutuo, per fare il mutuo ci vuole tanta, tanta pazienza. Perché a volte capita che ti viene assegnata l’impiegata più lenta del mondo. Ma non lenta nel senso che svolge lentamente la tua pratica. Proprio lenta nel senso che si muove lentamente, parla lentamente, digita lentamente che a confronto un bradipo pare un tipo agitato.

Ottenuto il budget necessario si deve poi procedere alla corretta suddivisione della somma. Un tot per la ristrutturazione (demolizione, nuovi impianti e cose simili) e un tot per l’acquisto dei materiali e di eventuali nuovi mobili.

In poche parole…

Mettiti l’anima in pace e comincia a gironzolare in quei posti giganti che vendono piastrelle, sanitari, porte. Mentre gironzoli, fallo con la consapevolezza che, ogni volta che vedrai qualcosa di veramente bello, non potrai permettertelo.

Descritta così sembra un’esperienza triste e faticosa, ma in realtà non lo è affatto. Basta farlo con lo spirito giusto.

Un giorno, per esempio, durante una gita fuori città, alla ricerca del pavimento perfetto, ci ritroviamo in un posto vicino Caianello. Praticamente 3 piani di gres porcellanato di tutte le forme e dimensioni. Ma soprattutto, poco distante da un famoso ristorantino, specializzato nella preparazione del baccalà.

Ci sono solamente 10 tipi di persone nel mondo: chi comprende il sistema binario e chi no… a no, non era questa, riproviamo.

Ci sono solamente due tipi di persone al mondo, chi ama il baccalà e chi no. Quindi alla base di un solido rapporto di coppia bisogna porre una domanda fondamentale:

“Ma tu, il baccalà fritto a capodanno, te lo mangi vero?”

Chiarito questo dilemma puoi procedere con l’affrontare la vita, una convivenza e una ristrutturazione.

Abbuffarsi di baccalà fritto e arrostito in un posto puzzolentissimo, dopo aver passato la mattinata ad ammirare piastrelle troppo costose che non hai comprato…

E’ questo lo spirito giusto.

 

Sempre con ottimismo e buone speranze, superato lo scoglio dell’acquisto dei materiali, va affrontata la scelta del riutilizzo dei vecchi arredi.

Spesso ho precisato che il 90% dei mobili che abbiamo acquistato nel corso degli anni è semplicemente roba dell’Ikea. Altrettanto spesso mi sono sentita dire che la roba dell’ikea è scadente. Che non è vero legno. Che dopo qualche mese di vita si deforma, si decompone, implode durante la notte e ti lascia in giro per la casa, una serie di buchi neri che ti rubano l’anima.

Io solitamente in queste situazioni mi limito a sorridere. Perché, checché se ne dica, sono una persona molto tollerante con chi ha opinioni diverse dalle mie. Quindi dico le solite frasi di circostanza tipo:

“eh… non li fanno più i mobili di una volta”

Ma in realtà penso questo:

Invece di lamentarti che ti si è sfondata la libreria, perché non ti fai due domande?

Era davvero il caso di mettere la versione integrale della tua Treccani rilegata in pelle di brontosauro, su un ripiano che riporta la dicitura “carico massimo 5 chili” ?

e poi penso anche questo:

Questo l’ho preso a febbraio 2009 e ha fatto 2 traslochi. Com’era la storia del paio di mesi?

Detto ciò si deduce facilmente che tutti i nostri fedelissimi Malm, Lack, Kivik e Pax, dopo un’attenta toelettatura, ci abbiano seguito nella nostra nuova casetta.

Tutti tranne la cucina. Quella devo ammettere di essermi rifiutata di portarla con noi. Era giunto il momento di separarsi e di usare una cucina vera. Qualcosa che possibilmente non arrivasse a casa smontata e a bordo di una C3. Una cucina economica ma luccicosa, con una cappa e una colonna forno. Un forno vero che non avesse strane abitudini, tipo viaggiare o sdraiarsi sul pavimento.

I lavori della nostra nuova casa

Breve preambolo tra il noioso e il superfluo con finale romantico? Fatto.

Elencare su un quaderno i principali avvenimenti degli ultimi due anni, perché, se prima di fare qualunque cosa, non fai una lista, non ti darai pace per il resto dei tuoi giorni? Fatto.

Veloce ricerca mentale di eventuali materiali fotografici da allegare alla narrazione dei suddetti avvenimenti? Fatta.

Accendere la lavastoviglie, perché, ok che i piatti te li lava lei, ma almeno un bottone vuoi degnarti di andarlo a premere? Vado…

Perfetto. Direi che possiamo riprendere da dove ci eravamo fermati l’ultima volta:

I lavori della nostra nuova casa.

Come già detto in precedenza, l’emozione che provi quando senti il rumore dei muri vecchi che vengono giù è fortissima.

Quello è il momento in cui non si torna più indietro, si può solo ricostruire. Ricostruire qualcosa di tuo.

Tuo nel senso che, quello che ne verrà fuori, sarà la fedele riproduzione di un disegno. Fatto per la prima volta su un foglio a quadretti, mentre dicevi al consorte:

“Fidati sarà bellissima!”

Tuo perché, prima di prendere qualsiasi iniziativa, gli operai ti chiederanno sempre se va bene. Tipo quando al ristorante ti versano un po di vino e aspettano di vedere se ti piace. Però più in grande.

Grande tipo 70 metri quadri.

Dividere una casa gigante, per creare due appartamenti più piccoli e completamente indipendenti non è particolarmente difficile.

Sempre se ti accontenti di avere:

  • 1 salone grande con la cucina su una parete
  • 2 camere da letto
  • 1 piccolo bagno senza vasca
  • 1 ripostiglio

Già se vuoi due bagni viene male. Dipende tutto dalla forma di partenza.

Nemmeno riuscire a trovare dei materiali con un buon rapporto qualità prezzo è difficile.

La parte difficile è un’altra. Affermarsi come punto di riferimento per gli operai è difficile.

Soprattutto nel caso in cui:

  • sei bassa
  • sembri più piccola della tua età
  • sei femmina

Inizialmente è stata dura. Poi finalmente ho capito quale era il modo giusto di interagire con gli operai:

Ebbene si. La soluzione è semplice. Se non puoi intimorirli, inteneriscili!

I giorni passavano e i lavori procedevano…

Le mie visite quotidiane in cantiere ormai erano accettate con tranquillità e alle volte erano addirittura richieste per prendere le ultime decisioni ed eventuali piccole modifiche.

Ho imparato che finché è in costruzione, casa tua non è davvero tua, è degli operai, ed è buona creanza prenderti il caffè con loro quando arrivi. Che non puoi dire “hai sbagliato” ma devi dire “ci siamo capiti male”. Che va bene voler decidere tutto, ma pure ascoltare i consigli è utile.

Intanto che io imparavo tutte queste belle cose sull’edilizia e i rapporti umani, il consorte continuava la sua reclusione casalinga, causata dalla coscia ingessata. E tra una partita a Diablo e un esercizio di fisioterapia, tramava il suo lavorativo piano malvagio, che lo avrebbe reso finalmente libero.

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I miei secondi 50 metri quadri

Divano, carta e penna, sigarette e milioni di scatoloni. Sono circondata. Una quarantina di scatoloni di varie misure che mi osservano e mi dicono:

“Riempimi!”

Nove scatoloni di taglia piccola sono già pieni di libri, esclusivamente di libri. Fantascienza, saggi, romanzi, fantasy, filosofia, religione.
Ho abitato per 3 anni nella biblioteca nazionale e non me ne sono accorta.

Lui, il lettore ossessivo-compulsivo, al momento è tra le braccia di Morfeo e tenta di sfruttare al meglio il suo ultimo giorno di ferie.
Io, l’ipocondriaca-isterica, mi guardo intorno e tento di progettare al meglio i prossimi giorni, per scampare a una morte da stanchezza.

Diciamocelo, è un po’ un periodo di merda.

Tra lavoro eccessivo, ferie mie che non coincidevano con le sue, e trasloco da organizzare è stato un mese difficile. Ma quello che non ti uccide ti fortifica o almeno così si dice in giro.

Parliamo quindi della nuova piccola casetta che ci attende impaziente.
Un settimo piano di 50 metri quadri suddivisi in 4 ambienti: salotto, bagno, cucina, camera da letto.
Una sorta di ritorno alle origini ma organizzato meglio.

A questo punto potrei cambiare il titolo del blog in:

“I miei secondi 50 metri quadri – storia di una coppia che preferì il tempo allo spazio”

Ma non lo farò.

Quello che invece farò sarà parlare del mio nuovo salotto.

Il salotto della mia nuova casa funziona così: io ti invito, tu vieni e suoni il campanello, io apro la porta e tu entri in salotto.
E’ un salotto piccolo, ma bellino. Non è un’anticamera, non è un ingresso, è un piccolo salotto.

La prima volta che ci siamo visti, lui era tutto viola e io ho avuto dei cattivi pensieri. Avrei voluto prendere l’inquilino precedente, legarlo a una sedia e urlargli contro.

Fortunatamente il problema delle pareti viola è stato brillantemente risolto dal mio amato, oramai esperto imbianchino, grazie alle esperienze precedenti. Così, durante le sue ferie, si è rimboccato le maniche e ha iniziato a dare mani e mani di vernice bianca, fino a sconfiggere completamente il nefasto colore.

Che poi per carità, niente contro il viola. Ma va bene per una maglietta, per un ombrello, per un ciondolo, per una scarpa, per un quadro, per una pianta, per un cuscino, per un ortaggio.
Ma NON per una parete!

Figuriamoci per quattro.

A questo punto della vicenda, il pavimento del salotto, in uno slancio di vanità provocato dall’essere circondato da un nuovo candido colore, ha espresso il desiderio di essere ricoperto di economicissimo ma rispettabilissimo parquet Ikea. E così, il consorte imbianchino, dicendosi “siamo in ballo dunque balliamo” si è armato di santa pazienza e con l’aiuto del cognato McGyver ha ricoperto di parquet il pavimento del mio nuovo piccolo ma bellissimo salotto.

Altro che paint your life

C’era una volta una giovane coppia di innamorati, che decise di andare a vivere insieme per poter essere felici e contenti. Così cominciarono a cercare un appartamento in affitto, finché lo trovarono e diedero inizio alle fantastiche avventure narrate in questo diario di viaggio.

Quando i giovani avventurieri trovarono il primo appartamento in affitto, trovarono anche alcune cose lasciate dagli inquilini precedenti. Oggetti di nessun valore, ma alle volte quando sei senza un soldo ci pensi due volte prima di buttare via le cose.

Gli oggetti in questione sono:

  • due sedie in legno
  • un sottopentola in legno in stile africano
  • un vaso in vetro di quelli quadrati semplici

Era il 2009 e quelle sedie erano tanto brutte quanto solide.

(A questo punto del racconto dovrebbe esserci una foto che mostra l’aspetto delle sedie al momento del ritrovamento. Purtroppo, al momento del ritrovamento, io non avevo assolutamente idea del fatto che, in futuro, avrei potuto avere bisogno di una foto di quelle sedie. A quel tempo infatti, non mi sognavo neanche di aprire un blog e raccontare cose del genere.)

In verità, la pessima condizione estetica delle sedie non fu affatto un problema, anzi. Ormai è cosa nota che mi piace tantissimo trafficare con martelli, trapani, pistole sparacolla e rotoli di spago. Quindi al ritrovamento delle sedie malridotte, mi rimboccai le maniche e nel giro di un paio di giorni le trasformai completamente, con una bella ristrutturazione.

(A questo punto del racconto dovrebbe esserci una foto che mostra le sedie ridipinte di un bell’arancione. Non riesco più a trovarla. Questo è ciò che succede quando le tue cose si mischiano con le sue cose. Facciamo dunque un bell’appunto per il prossimo regalo di natale: un Hard Disk SOLO MIO.)

Dicevamo…

La ristrutturazione di una sedia solitamente prevede quattro passaggi fondamentali:

  1. eliminare la vecchia tappezzeria della seduta
  2. sostituire o aggiungere spugna nuova alla seduta
  3. dipingere o lucidare la struttura
  4. tappezzare la seduta con della stoffa nuova

Terminati questi quattro semplici passaggi, non vi resta che godervi le vostre nuove seggiole e usarle. Usarle finché non diventano di nuovo un po’ da buttare.

E a questo punto le butti?

Assolutamente no.

A questo punto, visto che ste’ sedie continuano ad essere solidissime, e che nel frattempo il consorte ha sviluppato nei loro confronti un certo attaccamento, non le puoi buttare via come se niente fosse. E quindi scegli un giorno in cui rimboccarti le maniche e ti dedichi alla solita ristrutturazione in quattro passaggi.

E stavolta le foto ce l’ho!

In questa foto possiamo osservare una delle due sedie che furono ristrutturate nel 2009. A vederla così sembra in ottime condizioni, ma è solo l’effetto della foto. Le foto mentono sempre. L’ho imparato da Facebook: se sei bellissima in foto, poi nella vita reale sei sempre un cesso, se invece nelle foto vieni sempre un cesso, vorrà per forza dire che nella vita reale sei bellissima. Quindi, secondo questa mia legge, io nella vita reale sono bellissima… ma non divaghiamo.

tappezzare

In quest’altra foto possiamo osservare la stoffa arancione della seduta che sta per essere rimossa e successivamente sostituita.

Nella foto sottostante invece, possiamo vedere quanto schifo si accumula tra la stoffa e la copertura in plastica della spugna in 3 anni di uso quotidiano.

Eliminato questo piccolo paradiso per acari, non ci resta che passare alla fase divertente, quindi applicare la nuova stoffa sulla seduta e ridipingere la struttura.

E questo è il risultato:

Poi, se vi avanza la stoffa, potete trasformarvi in un folle rivestitore di sedute e continuare all’infinito.

E tappezzare, tappezzare, tappezzare…

Un sabato di shopping

Quando vado a trovare mia sorella, una delle cose che preferisco fare a casa sua è la doccia.
Detta così può sembrare una cosa strana, me ne rendo conto, ma non è che scendo da casa mia e vado a lavarmi a casa sua. Lei abita in un’altra regione quindi ti metti in macchina, vai a trovarla, mangi lì, dormi lì e quando ti svegli ti lavi lì.

Chiarito questo piccolo dettaglio torniamo alla storia della doccia.

Lei ha una bellissima cabina doccia. Non una di quelle superfighe con idromassaggio, sauna e parrucchiere incorporati. No, una di quelle normali, ma bella.
E’ grande, angolare, con le porte scorrevoli che si chiudono alla perfezione e trattengono dentro tutto il vapore.

Ti emozioni con poco, penserà qualcuno che non è a conoscenza dei miei trascorsi in fatto di bagni.

In verità più che emozionarmi mi rilasso psicologicamente.

Quando faccio la doccia da lei, faccio la doccia e basta. Niente acqua da asciugare sul pavimento o sulla finestra, solo una normalissima doccia funzionante.

Non come la mia che l’altro giorno ha cominciato a perdere acqua dal tubo e sciacquarsi bene i capelli è stata un’impresa.

La soluzione più semplice sarebbe stata andare un’attimo dal ferramenta e comprare un tubo nuovo, ma a volte capita che hai da fare e rimandi al giorno successivo.

Poi capita che il giorno successivo è sabato, e tu ti sei svegliata tardissimo perché il venerdì sera hai fatto una scorpacciata di vita sociale, partecipando a ben due compleanni. Così ti metti a preparare il pranzo, dimenticando che il ferramenta chiude alle 13:00.

A questo punto entra in scena l’Uomo di casa che, colto da una crisi di panico al solo pensiero di riprovare l’ebbrezza della doccia modello “spruzzo acqua ovunque tranne che su di te“, decide che è il momento perfetto per fare una gita da Leroy Merlin.

Arrivati lì, come ogni volta che andiamo, passiamo un quarto d’ora a sbavare davanti al reparto delle cabine doccia per ricchi, quelle con l’idromassaggio, le luci psichedeliche, il centro estetico e il giardino zen.

Che poi alla fine una di quelle medie (diciamo senza giardino zen) con 1000/1500 euro la compri pure eh. Ma fortunatamente noi non li abbiamo mille euro da investire in cotanta sciccheria, anche perché se ce li avessimo, Lui finirebbe per arredarla, darle un nome e farle una proposta di matrimonio.

Salutate le cabine doccia ci spostiamo nel reparto dei poveri, dove ci sono i tubi e i soffioni.

Non che fosse rotto anche il soffione, ma era tanto tempo che Lui voleva cambiarlo per uno più grande. Così passiamo tipo dieci minuti a confrontarne due dallo stesso prezzo. Finché io non comincio ad agitarli facendo le vocine tipo “Scegli me! No scegli me sono più carino!” e finalmente ne scegliamo uno.

Prima di andare a pagare, già che c’eravamo, prendiamo anche un barattolo di smalto (che mi serve per ridipingere le sedie della cucina) e qualcuna di quelle ciabatte con i pulsanti per ogni presa (che a casa nostra non sono mai troppe).

Poi ho gironzolato un po’ tra le piante e il reparto dello stucco e finalmente ci siamo messi in coda alla cassa.

C’è sempre un sacco di roba interessante in questi posti. Ci starei per ore, ma poi finirei per convincermi che ho assolutamente bisogno di una motosega o di 30 metri quadri di granito. Quindi è sempre meglio farmici stare poco tempo.

Peccato solo per le commesse, che alle volte sono matte.

Forse matte non è la parola giusta, forse la parola giuste è inadeguate.
La nostra per esempio è stata tipo 20 minuti con la cassa ferma, solo perché una sventurata signora aveva deciso di acquistare un porta asciugamani che aveva smarrito il codice a barre.